Riccardo Maradini
Di fronte alla condanna definitiva di 14 anni e 9 mesi di reclusione per Mario Roggero, il gioielliere di Gallo di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ferì un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria, mi sento di fare alcune riflessioni, anche se so quanto poco valga il mio parere. Per quanto riguarda la condanna, anche se giuridicamente plausibile, da un punto di vista umano e personale la ritengo eccessiva e non sono affatto d’accordo con il pubblico ministero Davide Greco, che nel primo grado del Processo aveva detto: ”La parola difesa stona con un video in cui abbiamo visto un’esecuzione“; tenuto conto anche del fatto che stiamo parlando di uomo che ha agito in preda a uno stato d’animo e mentale non lucido ed esasperato dai continui agguati. Credo, e spero, che questo caso possa attirare l’attenzione di Sergio Mattarella e convincerlo a concedere la grazia presidenziale (sempre che sia ancora lecito Graziare chi non organizzava i festini di Berlusconi e tirava fuori dalla questura una prostituta marocchina e minorenne). Tuttavia, credo sia più corretto che il caso del gioielliere venga valutato dal Quirinale tra qualche anno, quando il cuneese avrà scontato almeno una parte della pena in carcere, di modo che la grazia non assomigli ad un quarto grado di giudizio per ribaltare le sentenze sgradite al governo prima ancora di essere scritte (qui manca persino la motivazione della Cassazione).
Ma passando dalla tragedia alla farsa, trovo abominevole che la classe politica, e non solo, usi una vicenda del genere per guadagnare qualche voto e attivare un clima perenne di campagna elettorale. Come può uno Stato serio, quindi non quello italiano, dire ai suoi cittadini: ”Fatevi giustizia da soli e sparate al vostro prossimo”? In base a questo ragionamento, il generale Roberto Vannacci, dopo lunga riflessione, è riuscito a partorire questo magnifico pensiero: ”Se quei criminali non fossero entrati nella gioielleria di Mario Roggero, Mario Roggero oggi vivrebbe felice e due persone non sarebbero morte”. Il che ricorda un po’ Monsieur de La Palice, che 15 minuti prima di morire era ancora vivo. Non poteva mancare Matteo Salvini in questa gara di solidarietà e di voti: “Una grazia per un uomo onesto, che a 72 anni non merita di condividere una cella con dei veri criminali”. Peccato che l’ultima riforma nell’ambito della legittima difesa sia stata ideata da Salvini. Il 28 marzo 2019 il Senato approva in via definitiva la riforma della legittima difesa, provvedimento bandiera della Lega al governo: 201 sì, i senatori leghisti che applaudono. Salvini in posa coi pollici alzati che mostra la maglietta "La difesa è sempre legittima" e dichiara: "È un giorno bellissimo per gli italiani". E ancora: da oggi "fare i rapinatori in Italia è un mestiere ancora più difficile e pericoloso". Entrata in vigore due anni prima dei fatti di Grinzane, si rivelerà esattamente la legge secondo la quale Roggero è stato processato e condannato. Perché anche quel testo, voluto e festeggiato dalla Lega, parla di chi "respinge" un'intrusione e di "pericolo in atto". Ma è il il diritto internazionale, soprattutto, a stabilire che uno stato non può consentire ai propri cittadini di uccidere delle persone per difendere dei beni materiali, ma può farlo solo se in ballo c’è la sua vita (classico caso esemplare: se due ladri mi rubassero la macchina, io non potrei ucciderli, perché la reazione sarebbe così sproporzionata all’azione, in quanto si riterrebbe il bene-vita più importante del bene- macchina). Dato questo, mi viene da chiedere una cosa ai nostri politici e ai nostri governanti: ma, invece di gridare all’errore giudiziario quando un imputato viene condannato in base a delle leggi che avete approvato voi, perché non provate a garantire voi stessi, attraverso le forze di polizia e le forze dell’ordine, la sicurezza dei cittadini?
Meloni, in una conferenza stampa di inizio gennaio, aveva detto: “30mila assunti tra le forze ordine”. Due mesi prima, il 6 novembre, aveva scritto sul suo profilo X: “Leggo che alcuni esponenti della sinistra sostengono che questo Governo ‘non avrebbe investito nulla sulla sicurezza. Una tesi comoda, ma smentita dai numeri. Negli ultimi tre anni abbiamo già assunto circa 37.400 agenti nelle Forze di Polizia e prevediamo, da qui al 2027, altre 31.500 assunzioni”. C’è qualcosa che manca, però, a queste due dichiarazioni per renderle davvero aderenti alla realtà. Il primo elemento che va aggiunto è che le forze dell’ordine erano e restano pesantemente sotto organico. La Polizia di Stato dovrebbe contare su circa 109mila dipendenti. In realtà sono circa 98mila. Siamo di fronte quindi a una scopertura del 10 per cento. Se prendiamo i dati del 31 dicembre 2023, però, ci accorgiamo che i poliziotti all’epoca erano circa 99mila. E quindi, il loro numero, invece di aumentare è addirittura diminuito. Va detto che è stato proprio il Governo Meloni a prevedere l’aumento della pianta organica fino a 109mila dipendenti, ma soltanto sulla carta, perché come abbiamo visto la scopertura è addirittura peggiorata. Idem per la Guardia di finanza che, nel 2022, contava 59.498 dipendenti, scesi a 58.689 nel 2024, con una scopertura di circa 5,900 posti pari, anche qui, al 10 per cento. E il riferimento alle 30mila assunzioni non è altro che il turn over, l’ingresso dei nuovi poliziotti o finanzieri, a fronte di quelli che, ogni mese, vanno in pensione. Il comandante generale dei carabinieri, Salvatore Luongo, nel marzo scorso ha segnalato alla Camera dei Deputati “come l’Arma attualmente conti 108.963 Carabinieri, a fronte di una forza prevista di 120.956 militari, registrando una carenza di quasi 12.000 unità, corrispondente a circa il 10% della forza”. E ancora: “Questo deficit condiziona le unità operative di tutte le Organizzazioni funzionali, chiamate oggi a sostenere un carico di lavoro che, come abbiamo visto, è già molto rilevante e in tendenziale crescita”. Luongo ricorda la ripresa, nel 2016, del turn-over al 100%. E anche 7.600 arruolamenti straordinari concessi dal 2017 al 2025. Cifre che hanno consentito un “parziale ripianamento dei Reparti”. Ma c’è un problema: “La riduzione del turn-over al 75% prevista per il 2026” e il “decremento delle assunzioni di circa 1.000 unità”. A cosa si riferisce? Semplice: il governo Meloni, per ben due anni consecutivi (2024/25) ha provato a ridurre il turn over nelle forze dell’ordine (previsto per tutta la pubblica amministrazione).
La classe politica dovrebbe ragionare su questi dati e non blaterare di “magistrati ideologizzati”.
Leonardo Rufini
La condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi di carcere inflitta a Mario Roggero è giusta? Personalmente, dico di sì. Roggero ha commesso un duplice omicidio. L’articolo 90 del Codice Penale stabilisce che «gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità», con buona pace di coloro che usano lo stato psicologico a mo’ di scusante. Dunque, la condanna inflitta a Roggero è giusta, certamente dal punto di vista giuridico, perché è stata confermata in tutti i gradi di giudizio.
Se volessimo discutere della sua correttezza morale, ciascuno potrebbe giustamente dire la sua, perché ogni persona possiede una bussola morale differente. La mia è la seguente: non starò qui a dire che, in determinate situazioni, la legittima difesa non possa manifestarsi anche in una risposta letale, ma ritengo che non sia questo il caso. Per giustificare la morte di un aggressore, deve esserci un rischio evidente che la vita dell’aggredito sia messa a repentaglio; questo non era il caso mentre i rapinatori fuggivano.
Costoro, rapinando la gioielleria, commisero un reato, su questo non devono esserci né dubbi né scusanti; tuttavia, Roggero, a sua volta, ne ha commesso un altro ben più grave: duplice omicidio. Non doveva essere compito di Roggero, in quell’aprile del 2021, condannare a morte i due rapinatori: abbiamo un sistema di giustizia, che deve fare il suo corso; sottolinearne i problemi non annulla il fatto che Roggero abbia scelto di scavalcare il corso della giustizia – facendosela da solo – e soprattutto io credo che nemmeno sia rilevante ai sensi della discussione sulla sua condanna.
Per concludere, chi ha il coraggio di dire che Mario Roggero commise un reato gravissimo non sta implicitamente scusando né condonando quello dei rapinatori.
Aggiungo solo un commento sull’attenzione che la destra italiana sta dando all’evento: politici pietosi che prima sbandierano l’ordine, la disciplina, le condanne più salate e poi si schierano contro tutto questo quando a subirle sono persone che fanno comodo per ottenere voti e consensi (oltre che fungere da arma di distrazione di massa dall’obbrobriosa legge elettorale che è stata appena approvata).
Irene Ugolotti
Il caso Roggero si è chiuso con la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere Mario Roggero, accusato di omicidio volontario. Nel 2021, dopo essere stato rapinato nel suo negozio a Cuneo, l'uomo ha inseguito i ladri in strada e ha sparato, uccidendone due. I giudici hanno detto che non si è trattato di legittima difesa perché i rapinatori stavano scappando e non c'era più un pericolo immediato per la famiglia. Da qui è nato anche un grosso scontro politico: il ministro Nordio ha cercato subito di avviare la pratica per la grazia, ma il presidente Mattarella lo ha bloccato, ricordandogli che la decisione finale spetta solo al Quirinale. Ma oltre alla cronaca, questa storia fa riflettere profondamente.
È facile giudicare chi è sempre arrabbiato, ma la cosa che fa più paura è quando una persona apparentemente tranquilla e solare, all'improvviso, compie un gesto terribile come uno stupro. La fragilità umana è spaventosa in entrambi i casi: sia quando si esplode per la rabbia e la paura, anche in più volte ripetute, sia quando si nasconde un'oscurità imprevedibile. Ho voluto fare questo paragone difficile proprio per mostrare quanto siamo fragili quando perdiamo il controllo. C'è poi uno squilibrio nelle pene che trovo politicamente scorretto. Non è giusto che una reazione d'impeto dovuta al trauma di una rapina paghi con quasi quindici anni di carcere, mentre reati orribili e pianificati e non, come lo stupro, spesso ricevano pene più basse o sconti di pena. Addirittura in prigione non ci vanno, ma anche solo libertà vigilata.
Tutto questo fa capire quanta sfiducia i cittadini abbiano verso le istituzioni, e questa rabbia è una minaccia grave per lo Stato di Diritto, perché si rischia di non credere più nella giustizia. Bisogna però fare un passo indietro e capire anche perché la gente arriva a rubare, riflettendo su un malcontento sociale ed economico che non possiamo ignorare. Dobbiamo assolutamente evitare di trasformare il Paese in un Far West dove ognuno si fa giustizia da solo. E meno male che in Italia la pena di morte non esiste più da secoli: la vendetta di Stato non è mai la soluzione, e la vita umana va difesa sempre, anche quella di chi sbaglia.
Solo una nota in più lascio: di un Ministro della Giustizia che si prende carico di una competenza che spettava al Presidente della Repubblica, fino ad arrivare a una classe politica in generale in totale confusione, non se ne può più. Ogni volta bisogna prendere qualsiasi caso per portarlo come programma elettorale alle prossime elezioni. Dove sono finite le vere idee politiche? Perdonaci Sergio Mattarella, non sanno ciò che dicono.
Massimiliano Rossetti
Il 28 aprile 2021, nel Cuneese, tre uomini aggrediscono e rapinano una famiglia di gioiellieri. Entrano nel negozio armati di coltelli e di una pistola finta, sottoponendo le vittime a minacce, percosse e violenze di ogni genere. Presa la refurtiva, fuggono. La loro corsa dura però pochi secondi: appena il tempo di salire in macchina che davanti alla vettura si presenta il proprietario, Mario Roggero, stavolta con un revolver in mano. L’uomo non ha più una licenza valida per l'arma, ma in quel momento non gli importa. Ha già subito numerose rapine in passato; lui e la sua famiglia sono stati privati della sicurezza e violati nella loro intimità più volte.
Ormai stremato, distrutto dall'ennesimo assalto e logorato dagli anni di soprusi, Il gioielliere cede alla rabbia e decide di farsi giustizia da solo. Esplode quattro colpi, fatali per due dei tre rapinatori, che stramazzano al suolo senza vita. Il terzo complice rimane ferito, ma riesce a salvarsi. Subito dopo gli spari, Roggero si accanisce sui corpi a terra con calci e pugni, quasi a voler consumare fino in fondo la sua vendetta. Si è trattato di un'esecuzione a tutti gli effetti, un'azione che si colloca ampiamente fuori dal perimetro della legittima difesa e che evidenzia una chiara volontà di uccidere. Per questo duplice omicidio e tentato omicidio, l’uomo è stato condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione: una pena che, per una persona della sua età, equivale di fatto a un ergastolo. Si tratta però di una sanzione inevitabile. Per quanto si possa umanamente comprendere la frustrazione e l'esasperazione di un lavoratore che ha sacrificato tutto per il proprio negozio e per la propria famiglia, non è accettabile giustificare una simile reazione, né far passare due morti come il legittimo risultato di una giustizia privata. Le istituzioni odierne nascono proprio per superare la legge del taglione, sostituendo la ritorsione personale con la certezza del diritto: l’unica cosa che ci salva davvero è questa. Se c’è qualcosa nel sistema che non funziona va riformato, come sostengono ora gli stessi politici che hanno votato a favore dell’ultima legge sulla legittima difesa. Dietro questo caso mediatico ci sono partiti che "sguazzano" in questa storia per racimolare consensi (dato che è una vicenda che ha colpito molto l’opinione pubblica), per puntare il dito contro i giudici – che hanno semplicemente fatto il loro lavoro – e per "preparare il terreno" a una richiesta di grazia. Questa è una scelta che dovrebbe spettare autonomamente al Presidente della Repubblica; mi sembra invece che, in questo momento, molti volti della politica si stiano sostituendo alla verità e al corretto funzionamento delle istituzioni. Mettendo ancora una volta i piedi in testa alla magistratura che dovrebbe essere la prima cosa capace di proteggerci.
Nessuno dovrebbe mai essere lasciato solo fino a questo punto.
Il gioielliere non ha avuto nessuna tutela da parte dello Stato, nonostante le sette rapine subite, tra minacce, violenze, fino a trovarsi a tu per tu con la morte. Tutto ciò può tranquillamente condurre un uomo a fare delle follie. Le follie però poi non sono rimediabili, si fanno e vanno pagate. Lo Stato guarda silente mentre andiamo verso la deriva, e questo purtroppo non potrà mai cambiare.
Il negoziante ora in carcere, non si pente di ciò che ha fatto nonostante siano morte delle persone. E io non potrò mai pensare sia giusto che quanto gli è successo in questi anni possa essere scambiato con delle vite.
Adesso che questo capitolo si è chiuso. Dopo il terzo grado, posso solo sperare che il carcere riformi, aiuti il signor Roggero, come avrebbe dovuto fare con i criminali uccisi.
Maria Vittoria Dotti
"Il cammino dell'uomo giusto è circondato da ogni lato dalle iniquità degli egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi..."
No, non sono le parole pronunciate dal gioielliere prima di sparare ai rapinatori in fuga. Sono le parole che Quentin Tarantino mette in bocca a un gangster di Pulp Fiction. Mario Roggero non è un gangster, è un commerciante. Un lavoratore, un uomo che, prima di quella tragica giornata, aveva già subito sette rapine. Sette. Un numero che, letto su un verbale, sembra una statistica. Vissuto sulla propria pelle diventa una condanna psicologica. Ogni rapina non finisce quando i criminali escono dalla porta. Continua per mesi, a volte per anni. Continua negli incubi, nell'ansia costante, nella diffidenza verso chiunque entri nel negozio. Continua nell'ossessione di controllare ogni rumore, ogni movimento, ogni volto sconosciuto. La letteratura scientifica conosce bene gli effetti delle aggressioni violente ripetute: ipervigilanza, disturbi del sonno, stati depressivi, attacchi di panico, alterazioni della percezione del pericolo. In molti casi si sviluppa un vero e proprio disturbo post-traumatico da stress. Chi non ha mai vissuto una rapina tende a immaginare che si tratti soltanto di una perdita economica. Non è così. Una rapina è un'invasione. È la distruzione improvvisa della sensazione di sicurezza. È il messaggio brutale che qualcuno può entrare nel tuo spazio, minacciarti, umiliarti e decidere della tua vita nel giro di pochi secondi. Nel caso Roggero, il trauma assume contorni ancora più devastanti. Secondo le ricostruzioni processuali, i rapinatori fecero irruzione nel negozio, aggredirono la moglie, minacciarono la figlia con un coltello al collo e puntarono contro la famiglia una pistola soft air percepita, in quei momenti, come un'arma vera. Chiunque abbia una minima conoscenza dei meccanismi della paura sa che il cervello non effettua sofisticate analisi balistiche durante un'aggressione. Quando una persona vede un'arma puntata verso i propri familiari, il sistema nervoso entra in modalità di sopravvivenza. L'adrenalina invade il corpo. La corteccia razionale perde progressivamente il controllo. Prevalgono gli impulsi più primitivi: combattere, fuggire o congelarsi. A questo si aggiunge un elemento spesso ignorato da chi commenta questi fatti dalla comodità di uno studio televisivo: assistere alla violenza esercitata contro i propri figli o il proprio coniuge rappresenta uno dei più potenti detonatori emotivi conosciuti dalla psicologia. Per un genitore, vedere una lama sul collo della propria figlia significa confrontarsi con la possibilità concreta della sua morte. Per un marito, vedere la moglie aggredita significa sperimentare impotenza, rabbia e terrore in una forma estrema. Sono ferite invisibili che non compaiono nelle fotografie della scena del crimine ma che continuano a sanguinare nella mente della vittima.
E qui emerge una domanda scomoda. Dove era lo Stato?
Le indagini hanno accertato che l'allarme fu azionato dalla figlia Laura. Eppure quella gioielleria era già stata colpita più volte. La famiglia aveva chiesto protezione. Aveva segnalato il problema. Aveva vissuto sulla propria pelle un'escalation di violenza. La sensazione di abbandono istituzionale, reale o percepita che sia, produce conseguenze profonde. Quando un cittadino smette di credere che qualcuno possa proteggerlo, inizia a sentirsi solo davanti al pericolo. Ed è in questo terreno che possono germogliare le peggiori tragedie. Sia chiaro, l'omicidio non può essere giustificato. I rapinatori erano in fuga, il pericolo immediato era cessato. Roggero li inseguì e sparò, da questo gesto estremo deriva la condanna e questi dati non cambieranno mai. Ma comprendere non significa giustificare. Comprendere significa analizzare il contesto umano, psicologico e sociale che precede un gesto. Ridurre tutto a un semplice "assassino" significa ignorare anni di paura accumulata. Ignorare sette rapine. Ignorare una famiglia terrorizzata e il peso devastante di traumi che si sommano fino a deformare la capacità di giudizio. Allo stesso modo, è altrettanto sbagliato trasformare Roggero in un eroe. Le richieste di grazia, le celebrazioni di demagogia e la narrazione dell'uomo che fa giustizia da sé rappresentano l'altra faccia della stessa superficialità. Uno Stato di diritto non può applaudire chi decide autonomamente chi deve vivere e chi deve morire. Ma uno Stato di diritto non può nemmeno ignorare le condizioni che conducono una persona comune a perdere completamente il controllo. È inoltre doveroso specificare che nell'immaginario collettivo si è consolidata un'idea pericolosa: delinquere, in fondo, conviene. Non perché non esistano pene, ma perché il rischio percepito appare spesso inferiore rispetto ai benefici che il criminale spera di ottenere... e il risultato è devastante. Da una parte il cittadino onesto si sente sempre più solo, dall'altra il rapinatore entra in azione sapendo che, nella peggiore delle ipotesi, avrà comunque accesso a tutte le garanzie previste dallo Stato di diritto. Sia chiaro: le garanzie processuali sono un pilastro irrinunciabile di una democrazia liberale e devono valere anche per chi delinque. Il problema nasce quando la vittima percepisce di avere meno diritti del suo aggressore. È in quel momento che si rompe il patto di fiducia tra Stato e individuo singolo. Dunque, la vera questione non è stabilire se Roggero sia un mostro o un eroe: non è nessuna delle due cose. È un uomo che ha commesso un reato gravissimo dopo essere stato per anni vittima di una spirale di violenza e paura. Per questo la discussione dovrebbe concentrarsi sulle attenuanti, sulla proporzionalità della pena e sul peso che il trauma può avere nella valutazione giudiziaria. Perché la giustizia non consiste nel chiudere gli occhi davanti alle responsabilità dell'imputato. Ma nemmeno nel chiudere gli occhi davanti alle ferite che lo hanno preceduto. Chi non ha mai visto la propria famiglia minacciata da una lama o da una pistola dovrebbe avere almeno il pudore di riconoscere un limite: non sa davvero cosa significhi vivere quell'inferno.È facile ragionare da spettatori o da giuristi; molto più difficile è restare lucidi quando la violenza entra dalla porta di casa, guarda negli occhi tua moglie, tua figlia, e ti convince che nessuno arriverà a salvarle.
© Punto e Virgola
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