Ma sì, in fondo non abbiamo alcun bisogno di parlare di emozioni, rispetto o educazione sessuo-affettiva. Il quadro sociale e culturale è già perfetto così, basti guardare come gestiamo la realtà dei fatti.
Prendiamo per esempio la cronaca recente di Torino: un uomo di 42 anni abusa di una ragazzina di 13 anni dentro un minimarket (e di un'altra donna quaranta minuti prima). Però, poverino, il GIP lo scarcera con il solo obbligo di firma perché si è mostrato "resipiscente", collaborativo e, insomma, subito dispiaciuto. Davanti a un "ho sbagliato, scusa" pronunciato da un aggressore che "fa fatica a contenere gli impulsi", come si fa a non essere comprensivi? In fondo, l'empatia va data a chi fatica a controllarsi, mica a una tredicenne in stato di shock. Si attendono risvolti giudiziari.
Oppure passiamo al grande classico della colpevolizzazione, perfetto per quando una diciannovenne subisce una violenza da un quarantenne. Perché punire lui? Poverino, non ha colpe. È evidente che se l'è cercata: era ubriaca, provocante e sicuramente doveva vestirsi più coperta. Il concetto di consenso d'altronde è un optional: se una donna beve una birra o indossa una gonna, sta chiaramente firmando una liberatoria legale per farsi aggredire, no?
E che dire di Vigevano? Un ragazzo gay di 24 anni viene aggredito da sconosciuti, insultato con epiteti omofobi e spinto nel Naviglio. Pochi giorni dopo, il giovane viene trovato morto nel posto in cui viveva. Ma certo, liquidiamo tutto come una "ragazzata" o una banale lite. Perché mai dovremmo spiegare ai giovani che l'orientamento sessuale di qualcuno non è un motivo valido per cacciarlo in un canale? Poi, per carità, ci si lamenta puntualmente che la comunità LGBTQIA+ manifesti "ostentando" sempre ciò che è. E forse, a guardare con superficialità, si ha persino l'illusione di aver ragione. Ma la verità è che se anche chi è al di fuori cominciasse finalmente a muoversi per loro e con loro, milioni di persone potrebbero sentirsi libere di amare senza essere viste come esseri insulsi o spinte fino alla morte come quel ragazzo. Forse, se ci fosse una tutela reale, non ci sarebbe alcun bisogno di "ostentare" per esistere. Bisognerebbe provare a mettersi nei panni di chi arriva a fine giornata, avendo vissuto l'ennesimo giorno in cui non ha potuto essere semplicemente se stesso, a differenza di tutti gli altri. Eppure hanno gli stessi identici doveri e diritti di chiunque: prendono la patente, pagano le tasse, ambiscono agli stessi titoli di studio e alle stesse carriere lavorative.
No, qui il problema non sono tanto le manifestazioni (il violento di turno in una manifestazione non serve a nessuno e peggiora solo le cose), il problema è che si sta peccando di gran lunga sui diritti fondamentali dell'uomo. E forse vale la pena ricordare un concetto non da banalizzare: i diritti fondamentali dell'uomo sono stati concepiti storicamente e logicamente prima ancora di quelli dei diritti sociali. Questi ultimi fanno parte della gamma dei diritti secondari, mentre i diritti umani sono primari, innati e intoccabili. Spieghiamo bene, allora: prima di essere alunni o studenti siamo bambini o ragazzi; prima di essere colleghi sul posto di lavoro siamo persone, e via discorrendo. Se crolla la base dell'essere umano, crolla tutto il resto.
Dopotutto, questi casi sono solo la punta dell'iceberg, l'ennesima conferma che siamo tragicamente sempre al punto di partenza. Non a caso, solo a partire da Ferragosto, si sono già registrate almeno 8 vittime di femminicidio nel giro di pochissime settimane. Ma continuiamo pure a riempire le piazze senza cambiare mentalità. Perché la verità è che non serve a nulla vedere le donne manifestare per le strade se non sono gli omini a pensarci prima. È del tutto inutile scendere in piazza in modo collettivo se poi manca la responsabilità individuale delle proprie azioni nel quotidiano. Se mancano i singoli individui responsabili e capaci di cooperare. Il “collettivo" poi, diventa solo uno slogan vuoto.
Sia chiaro: non è che manchi del tutto una rete sicura. Le reti ci sono, ma sono troppo poche; e anche quando esistono, non sono abbastanza forti da intervenire in modo immediato per proteggere chi ne ha bisogno. E questo limite strutturale e di tempestività si avverte in qualsiasi circostanza: nelle scuole, sul posto di lavoro, tra gli amici e all'interno delle famiglie. Alla luce di tutto questo, è evidente: continuare a definire l'educazione all'affettività e al consenso nelle scuole come "un'inutile ideologia" è la scelta migliore. Continuiamo pure a lasciare che le relazioni, il rispetto del corpo altrui e la gestione del rifiuto, vengano insegnati dai commenti aberranti sui social o dai peggiori pregiudizi da bar. Lasciamo pure che tutto questo non venga insegnato dalla pedagogia o anche dalla psicologia. I risultati, d'altronde, si vedono tutti i giorni nei tribunali e nelle pagine di cronaca.
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