La redazione de Il Riformista, e il suo amore per i secondi di mare (meglio se serviti da Valter Lavitola).
In camera caritatis, ovvero agli assai permissivi microfoni di Radio Radicale (intervista di Lanfranco Palazzolo) Fulvio Abbate pone retoricamente un dilemma morale. ‘'È lecito per un giornalista essere amico di un pregiudicato come Valter Lavitola?''. E la risposta, naturalmente auto-prodotta, è un sonoro ''sì, secondo me è perfettamente lecito''. A questo punto, uno potrebbe credere di trovarsi di fronte a uno dei pochi collaboratori de Il Riformista non animato da una inguaribile quanto sterile faziosità, uno che non si fa problemi a difendere Ranucci e la sua frequentazione col faccendiere Lavitola nonostante la linea del giornale per quale collabora sia l’esatto opposto. E in parte è proprio così, e Fulvio Abbate resta una grande firma, seppure de Il Riformista. C’è però un altro punto di vista degno di essere preso in considerazione: a differenza di molti suoi colleghi, Abbate ha capito da subito, al pari di Mieli, che certe cose è meglio tirarle fuori subito, in modo tale che possano essere gestite a piacimento, piuttosto che nasconderle sotto il tappeto per poi vedersele spiattellate a reti unificate un martedì qualunque d’inverno, magari pure in prima serata. E così l’intervista a Radio Radicale, spassosissima in verità, nella quale si tratteggia, brevemente, il piccolo mondo che ruotava e, plausibilmente, ruota tutt’ora attorno al ristorante di Via dei quattro venti in quel di Monteverde Vecchio. Innanzi tutto, lui, Valter, factotum à la Figaro, accompagnato dal figlio putativo, Gomes Clesio etc…, uomo polivalente che fu, tra gli altri ruoli autorevoli, bodyguard di Rita De Crescenzo. Quindi, qualche membro del personale, pochissimi a dire il vero (in teoria, il ristorante di Lavitola è una cooperativa). Infine, il punto forte, ovvero la clientela: intellettuali che ricordano il Jep Gambardella de ‘’La grande bellezza’’, politici in pensione, figli d’arte e, soprattutto, molti, moltissimi giornalisti. ‘'Quasi quotidianamente’’ dice lo stesso Abbate, lui si recava in compagnia di amici al bistrò di Lavitola. E tutto, in effetti, è stato documentato sui suoi canali social. Tanto che fra i video caricati da Abbate ne spunta uno in cui Luca Telese, noto volto televisivo e direttore de ‘’Il Centro’’, ringrazia Lavitola per il gustoso pranzo offertogli mentre discetta con Bobo Craxi della situazione in Palestina. Il tutto si trova su YouTube, nel canale Pac di Abbate appunto, alla voce ‘’simposio politico-culturale'’. Insomma, anche qualche firma del seriosissimo (ma non serio) Riformista riscopriva il piacere di stare al mondo tra i tavoli del Cefalù bistrò, che fosse per il vulcanico proprietario o per le compagnie sempre ben assortite e propense alla battuta e all’ozio romano. Diciamo pure qualche, e non solo uno, perché anche l’insospettabile Torchiaro, divenuto ormai il volto stesso, per così dire, de Il Riformista, bazzicava spesso da quelle parti. La motivazione che lui stesso ha fornito è davvero semplice: vivo lì a due passi. Che Monteverde sia il quartiere a più alta concentrazione di giornalisti l’avevamo già intuito da un po' ma, se a lui aggiungiamo lo stesso Abbate e Marco Lillo de Il Fatto, ne esce una densità di iscritti all’albo nell’isolato che supera di gran lunga quello dei garages. Torchiaro vive così vicino al Cefalù che deve riuscire persino a intercettarne sapori e odori tanto che, una sera, ha deciso di recarsi lì a cena, con famiglia al seguito. Ed ecco che, meraviglia delle meraviglie, come scriverà lo stesso Torchiaro, appare lui, Sigfrido Ranucci, con Lavitola, ‘’una bionda’’, e un alto prelato. Se non fosse che la Ferilli è mora, la scena al ristorante, con quest’ultima e Jep, calza a pennello. Evidentemente, entrambi erano lì a cena, quella sera. Con la differenza che uno conosceva Lavitola mentre l’altro...beh anche l’altro lo conosceva. E lo si può arguire non solo per il fatto che l’ha riconosciuto attraverso il vetro (Torchiaro era nel dehors, Lavitola e commensali all’interno) ma anche perché, con tutta evidenza, Torchiaro non aveva scelto a caso il ristorante in cui cenare con la famiglia. Il Riformista in quel momento (2023) era diretto dal senatore Matteo Renzi, rimasto non poco scottato dall’inchiesta di Report condotta sul suo incontro con Mancini in un Autogrill. Che per Torchiaro quella fosse, anzitutto, una cena di lavoro, è altamente probabile. Ad ogni modo, le sue ricostruzioni, ovvero la tesi di un Ranucci che forse è sempre stato ‘’in combutta’’ con Lavitola, basate sull’evidenza che i due si frequentavano - e che, insomma, Ranucci oltre a Lavitola di loschi figuri ne conosceva parecchi – ricordano le insinuazioni di Alfredo (Parenti Serpenti, Monicelli, 1992) sulla presunta omosessualità di certi compaesani. Davanti ai familiari riuniti per le vacanze natalizie, Alfredo infatti racconta di aver incrociato spesso un conoscente comune, avvocato di successo trasferitosi a Milano, nei bagni della stazione ferroviaria. E il racconto è tutto un’allusione a ciò che, nei bagni della stazione, poteva succedere. Tondelli, in fondo, ci ha costruito sopra un immaginario, su scene simili. La storia prosegue, i personaggi e le loro meschinità si intrecciano e vengono alla luce, finché Alfredo non dichiara di frequentare i bagni della stazione per le stesse ragioni dell’avvocato di grido, che nonostante una bella moglie non rinunciava alle sue vecchie abitudini. Un po' come Alfredo, quindi, Aldo Torchiaro, che vive di soffiate, di veline e di buste gialle, come tutti i suoi colleghi, del resto, con l’aggravante che lui, a differenza di altri, non ha mai avuto problemi ad ammetterlo. Ora, però, che Ranucci è nell’occhio del ciclone, Il Riformista ci si avventa come un avvoltoio. Torchiaro dovrebbe forse chiedersi se anche lui, nella sua rubrica, conserva il numero di qualcuno di cui proprio non vorrebbe che venisse divulgata l’identità. In fondo, basterebbe ricordarsi che la proverbiale pietra può, al limite, venire scagliata da chi è senza peccato.
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