Il Sole 24 ore del 1° settembre 2010 pubblicava un articolo di Guido De Franceschi dall’esplicativo titolo: ’Valter Lavitola, da Craxi ad Arcore passando per De Gregorio. Ecco chi è davvero l’uomo che ha trasformato l’Avanti! In un <<foglio di spionaggio politico>>’. L’articolo sopraccitato prendeva le mosse dallo scandalo di una casa a MonteCarlo che, donata da una vecchia contessa tutto fuorché progressista (forse, proprio quella della canzone...) al partito di Gianfraco Fini (all’epoca, Alleanza Nazionale) fu ceduta dal partito – e, quindi, da Fini – a suo cognato, il tutto chiaramente attraverso un meccanismo di società a dir poco opaco che faceva perno sul paradiso caraibico (e fiscale) che è Saint Lucia. E, quindi, ‘’era un giovedì sera del settembre 2010. In quelle settimane si andava arroventando la discussione intorno al presidente della Camera Gianfranco Fini e alla celeberrima ‘casa di MonteCarlo’ ed era appena apparso un documento proveniente dall’isola caraibica di Saint Lucia che avrebbe attestato la proprietà della casa da parte di Giancarlo Tulliani, ‘cognato’ di Fini’’. La sera stessa, non appena la rivelazione dell’esistenza di quel documento (procacciato proprio da Lavitola e dal suo l’Avanti!) fu digerita dalla stampa, ‘’nello studio del santoriano Annozero, Italo Bocchino affermò che dietro quel documento (che definiva una ‘patacca’) c’era, tra gli altri, Valter Lavitola’’. E, ‘’benché quest’ultimo fosse già entrato di squincio nelle cronache come presunto organizzatore di una festa in Brasile in occasione di un viaggio del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel paese sudamericano’’, comunque ‘’i più (...) davanti al teleschermo volsero uno sguardo interrogativo sui propri vicini di divano: Lavitola? E chi è?’’. Ultimamente, dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati come mandante del tentato (e, forse, presunto) attentato ai danni di Sigfrido Ranucci, dai tg e dalle principali pagine social che si occupano di notizie, giungono continuamente frammenti capaci di dare parziali risposte alla domanda che i telespettatori italiani si ponevano già nel lontano 2010: chi è, davvero, Valter Lavitola? Tutto questo, però, rischia soltanto di creare maggiore confusione in una vicenda che appare già estremamente intricata. Se non si tenta, perlomeno, di abbracciare le vicende che hanno visto protagonista (o antagonista, a seconda del grado di simpatia che si nutre per questo rocambolesco Edmund Dantés) Valter Lavitola, si rischia di non comprendere, infatti, la reale consistenza ‘’criminale’’ del personaggio in questione. Lui stesso, del resto, si è più volte definito un ‘’bandito’’. Ma, anche, un ‘’filantropo’’. Robin Hood? Probabilmente, Lavitola apprezzerebbe il paragone. Ad ogni modo, Valter Lavitola non nasce né figlio di pastori né in una qualche capanna fuori città fra un bue e un asinello: la sua storia inizia a Salerno, nel 1966, l’anno dell’unico mondiale vinto dall’Inghilterra. L’Italia era guidata da un governo di centro-sinistra, che vedeva protagonisti, assieme, il Partito Socialista Italiano e la Democrazia Cristiana, il ‘’Moro II’’. Il padre di Valter, come riporta Il Foglio del 12 luglio 2026, in un divertente articolo di Michele Masneri, era ‘’un noto psichiatra napoletano, il dottor Giuseppe Lavitola’’. Quest’ultimo, per un simpatico scherzo del destino, si trovò addirittura a certificare la ‘’schizofrenia paranoide in disturbo di personalità antisociale e ritardo mentale’’ del capo dei capi del clan Senese, Michele, detto, appunto, ‘’O Pazzo’’ (E qui non può non venire in mente Rino Gaetano: ‘’Michele ‘O pazzo’ è pazzo davvero!’’). A 18 anni, il giovane profano Lavitola chiese e ottenne di vedere la Luce (entrò in massoneria, a Roma, loggia ‘’Areté’’), e dopo l’iscrizione al Partito Socialista Italiano, nel quale militò sempre fra le fila dei più accaniti sostenitori del segretario Craxi, si prese una laurea in Scienze Politiche alla Federico II di Napoli. Anno 1984. Da questo punto in poi, però, la narrazione si sdoppia: da una parte la versione fornita, di volta in volta, dal Lavitola stesso, dall’altra, i teoremi dei giornalisti, le ricostruzioni dei migliori fra loro e, non ultime, le indagini delle varie procure che, negli anni, si sono occupate del ‘’nostro Edmund Dantès’’ (definizione di Vittorio ‘’Bobo’’ Craxi, anch’egli amico ‘’fraterno’’ del Lavitola). Per un periodo, infatti, pare che Lavitola si sia dedicato, perlopiù in America Latina, ma non solo, a tessere tutta una trama di relazioni più o meno lecite che spaziavano, come sempre quando si parla del Nostro, tra imprenditoria e politica, tra giornalismo e crimini fiscali. A quest’epoca, difatti, sembrano risalire tutti quei rapporti che, come vedremo, avrebbero poi fatto al Lavitola non poco comodo. Nel 1994, intanto, in Italia Berlusconi ‘’scende in campo’’, nascondendo sotto il tappeto della sua ‘’rivoluzione liberale’’ la polvere della prima repubblica. Molti dirigenti dei partiti di governo, e in primis dei socialisti, seguono Forza Italia nella sua corsa al governo. Ma, fra questi, non c’è (ancora) Valter Lavitola. Intento a stringere mani a Panama, a veleggiare a bordo di qualche suo peschereccio al largo del Brasile, o in altre faccende affaccendato che fosse, il Lavitola in quel periodo si fece conoscere piuttosto come viveur che come politico. Allo stesso tempo, in qualche modo (che sia stato Bobo Craxi?) Lavitola si trovò presto a gravitare attorno a Silvio Berlusconi. A quell’epoca (siamo nel 1996), già piuttosto ricco e, soprattutto, molto ben inserito, Lavitola rifonda l’Avanti! (storica testata socialista diretta, fra gli altri, da Mussolini) con l’aiuto di alcuni ex-socialisti spostatisi in Forza Italia, su tutti l’attuale presidente del CNEL Renato Brunetta. Ma, in edicola, la testata non ingrana. È però interessante soffermarsi qui su altri particolari: il giornale era diretta da tale De Gregorio, che frattanto (nel 2000) aveva fondato una sorta di movimento associativo denominato ‘’italiani nel mondo’’, il quale contava soprattutto sulla diaspora italiana in America centrale e meridionale. Questo De Gregorio, poi, finirà in parlamento, nel 2006 tra le fila dell’Unione, col suo movimento, mentre, nel 2008, si confermerà come parlamentare del PdL, pur restando a tutti gli effetti leader de ‘’italiani nel mondo’’. Una strana coppia, quella Lavitola-De Gregorio, che è destinata a fare parlare ancora di sé. Come abbiamo
visto, però, non certo per quanto riguarda i successi editoriali del giornale. A dire il vero, si può affermare tranquillamente che lo scoop relativo alla compravendita della casa di MonteCarlo abbia rappresentato l’unica, effimera, incursione dei due nel mondo del giornalismo. E che incursione. Lavitola, anche in quella occasione, non si smentì: volò a Saint Lucia con un aereo di stato messogli a disposizione da Silvio Berlusconi in persona che, da tempo in rotta con Fini, intendeva farla finita col suo rivale. L’amicizia personale che legava il Lavitola al locale ministro della giustizia fu fondamentale per portare in porto l’inchiesta ed ottenere il documento (che era segretato). Lo stesso ministro locale non mancò di avere grane personali quando la vicenda emerse appieno (ma non dubitiamo che gli siano state messe a disposizione solide ragioni per comportarsi in quel modo...). Comunque, quel documento non era affatto una ‘’patacca’’, come credeva Bocchino, e la carriera politica di Fini terminò davvero, e in modo estremamente brusco. In mezzo, però, tra la fondazione del giornale e i primi seri guai giudiziari, Lavitola trovò anche il tempo, per conto di Berlusconi, di prendere parte a quella complessa operazione di compravendita parlamentare che portò alla precoce caduta del governo Prodi (che pure possedeva una maggioranza risicatissima) assieme al solito De Gregorio. Nel 2003 i due si erano avvicendati alla direzione del giornale, con lo stesso Lavitola (formalmente ancora iscritto all’albo dei giornalisti), dopo che il giornale era finito al centro di guai giudiziari riguardanti il finanziamento pubblico all’editoria. Nel 2004, infine, Lavitola corse per un seggio al parlamento europeo: candidato al Sud con Forza Italia, prese oltre cinquantaquattromila preferenze, ma comunque non risultò eletto. Il picco del rapporto Berlusconi-Lavitola si consuma nel 2010, quando il presidente del consiglio è in visita, a Panama, presso Ricardo Martinelli, miliardario nonché presidente del paese. È però Lavitola a fare gli onori di casa, incaricandosi di organizzare il viaggio di Berlusconi così come di creare una fruttuosa relazione fra i due. E, forse, fra i paesi che i due, Berlusconi e Martinelli, si trovavano a rappresentare. Sta di fatto che da questa faccenda sudamericana Lavitola trasse tutta una serie di consulenze per Finmeccanica (ora, Leonardo) da qualche decina di migliaia di euro l’una. Il suo ruolo? Intermediario nella vendita di materiale atto a combattere il narcotraffico. Come al solito, c’è non poca ironia anche in questo capitolo della storia di Lavitola. Ma dopo il picco, con il suo giornale a farla da padrone nelle rassegne dei telegiornali per la storia della casa di Monte Carlo, e il suo nome sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori (ai quali, a dire il vero, non è sfuggita la mitomania del personaggio), i suoi affari in America Latina che procedevano a gonfie vele e il suo rapporto con l’uomo più potente d’Italia che si faceva sempre più intimo, Lavitola incontrò i primi, seri, ostacoli. La procura di Bari, infatti, lo incriminò per una estorsione ai danni, nientemeno, che di Silvio Berlusconi, consumatasi nell’ambito di quello che il grande pubblico, ancora oggi, conosce come il ‘’caso Ruby’’. Giampaolo Tarantini, infatti, uno scialacquatore con la passione per i soldi e per le escort, faceva richieste di denaro a Berlusconi, il quale, in sintesi, incaricò il Lavitola di occuparsene. Il Punto? Il Lavitola, più di una volta, si intascò i soldi che Berlusconi gli aveva girato,
lasciando Tarantini ad implorare per averne altri. Allo stesso tempo, dava ad intendere a Tarantini di stare lavorando per ottenerne, nell’interesse dello stesso Tarantini, molti di più. Tutto ciò per quale motivo? ‘’Motivi umanitari’’, avrebbe risposto il Lavitola, già latitante, che in videocollegamento con ‘Bersaglio Mobile’ di Enrico Mentana (puntata del 20/09/2010) tentò pateticamente di presentarsi come una vittima degli eventi. La ricostruzione del Lavitola era, all’incirca, la seguente: Tarantini era uno spendaccione, e visto che i soldi per Berlusconi li ho anticipati io, non mi fidavo a darglieli tutti in una volta. Tarantini ne esce come una specie di povero disperato, caduto in miseria e, generosamente, soccorso da Berlusconi, con l’aiuto del fido assistente Lavitola. Pare, però, che si trattasse, appunto, di una gigantesca estorsione (riuscita) ai danni di Berlusconi. Il quale aveva le mani legate perché dire troppo su quella vicenda (i rapporti che lo avevano legato a Tarantini) sarebbe stato contrario anzitutto ai suoi interessi. Comunque, dopo otto mesi di latitanza, Lavitola nel 2012 rientra in Italia per finire direttamente a Poggioreale. Uscirà nel 2016 per i domiciliari. Questa ricostruzione non è e non vuole essere esaustiva, ma potrebbe chiarire meglio alcuni dei più recenti sviluppi. Del resto, come è stato possibile per un individuo del genere restare per anni, se non decenni, nella più totale impunità? Già nel 2008, e persino nella stessa Forza Italia, alcuni fedelissimi come Ghedini e Gianni Letta puntavano i piedi per allontanare il più possibile Lavitola dal partito di Berlusconi. Perché? Beh, non è difficile immaginarlo. Anche Edmund Dantès era un ottimo cuoco, e così il Lavitola, che scelse di rifarsi una vita a Roma, dopo la scarcerazione, pur restando, in un certo senso, nel suo ambito: un ristorante di pesce, nonché pescheria, il ‘’Cefalù’’. Locale che divenne, in breve tempo, un porto di mare. Frequentato assiduamente da cronisti e non solo, si trovò nella lista piuttosto ristretta di luoghi romani nei quali, a qualunque orario e in qualunque giorno, si ha la possibilità di imbattersi in qualcuno di noto. Tra questi, i frequentatori del ristorante, anche Ranucci. Ma non solo: amico ‘’fraterno’’ del Lavitola, i due si conobbero proprio grazie ad una inchiesta di Report che aveva coinvolto lo stesso Lavitola. Il quale, evidentemente, era divenuto in breve tempo una delle più preziose fonti del giornalista. Perché di informazioni preziose, il Lavitola, ne deve avere parecchie, così come preziosa appare la solidità dei suoi rapporti, che sembra avere resistito piuttosto bene alla prova del carcere. Forse, proprio per queste ragioni, Lavitola ha sempre fatto comodo a qualcuno. Prima di Ranucci, prima di Berlusconi, altri si sono avvalsi dei suoi servigi. Non se ne può avere la certezza, ma il sospetto è più che legittimo. È stato lasciato a piede libero finché, come si usa dire, il gioco valeva la candela. Quindi il carcere. Eppure...si ha come l’impressione che tutto ciò che sappiamo sia soltanto la punta di un iceberg ben più profondo. Il ‘’prova a prendermi’’ lanciato da Lavitola, a prima vista innegabile (sembra ripeterlo, sorridendo, le rare volte in cui appare via cavo), perde di consistenza se si guardano più da vicino le sue mosse: la sua parabola appare guidata come da una mano invisibile. Una mano invisibile che, Smithianamente, si occupa di prelevare denaro da vari circuiti più o meno opachi per metterlo in saccoccia al Lavitola.
Un angelo custode? Non credo Lavitola sia particolarmente credente, e temo che un massone non sia autorizzato a fare spazio sulla spalla ad angioletti, grilli parlanti o simili. Quindi, venerabile alla Gelli, nell’ennesima trama sudamericana portata alla luce dalla stampa nostrana oltre che dai fatti di casa nostra? Possibile, anche se a dire il vero Lavitola non trasmette neppure un decimo della enigmatica, calma sicurezza di Licio Gelli. Certo è che qualcuno, siano i servizi o qualche gran maestro nei suoi paludamenti ufficiali, veglia sul Lavitola, non mancando, all’occorrenza, di giocargli qualche tiro mancino. Come l’attentato a Ranucci? Può darsi: molti, fra cui lo stesso Paolo Mieli (che al ristorante di Lavitola, e con Ranucci, ci ha pranzato) nutre seri dubbi sulla pista che, ad oggi, ‘’va per la maggiore’’. Lavitola, infatti, non sarebbe così sprovveduto da affidare l’operazione a una banda di dilettanti raccattati fra i peggio rioni di Napoli, e poi per lanciare la carriera politica del suo amico. Ammette però, lo stesso Mieli, che la politica spesso perseguita chi se ne occupa. Quindi, per Lavitola, una sorta di ‘’richiamo della foresta’’ che l’avrebbe portato, spregiudicatamente (ma questo, in effetti, è in linea col personaggio) a simulare un attentato? Qualcuno fa notare che, in effetti, dopo la bomba tutte le polemiche attorno a Report si tacquero, e anche i più agguerriti critici di Ranucci dovettero sotterrare, almeno temporaneamente, l’ascia di guerra. Ma, al solito, il gioco valeva la candela? Per Ranucci, evidentemente no. Il rischio di perdere ogni credibilità qualora si fosse scoperto che l’attentato era organizzato a tavolino era troppo alto. Per Lavitola il discorso è diverso: avrebbe potuto, cinicamente, essere disposto a sacrificare la reputazione dell’amico. Ma, se è vero che il diavolo è nei dettagli, torniamo al 2023 (24 maggio): Matteo Renzi, già Matteo d’Arabia ma non ancora ‘’Kraken’’, dirige l’oracolo di Claudio Velardi, ‘’Il Riformista’’, quotidiano con una tiratura pari al tempo che occorre al suo fondatore a pettinarsi (Velardi è, dalla nascita direi, completamente pelato). E proprio su quel quotidiano esce un notevole pezzo di Aldo Torchiaro dal titolo ‘’La cena-confessionale tra Lavitola, Ranucci e il sacerdote vicino al Segretario di papa Francesco’’. Dei fruttuosi contatti fra l’odierno ‘’Kraken’’ e i vertici dei servizi di sicurezza del nostro paese (culminati con un simpatico scambio di dolci romagnoli in un autogrill) già sappiamo abbastanza. Allo stesso tempo, ben poco sappiamo degli altri avventori del ‘’Cefalù’’. Quelli che, evidentemente, erano presenti pur senza comparire nei titoli di questi articoli. Gente che, questi articoli, li ha scritti. Oppure, gente capace di dare le giuste indicazioni, le soffiate necessarie. Che una faida all’interno degli apparati di sicurezza italiani fosse in atto da tempo era affare noto (non ultima, la vicenda del prepensionamento di Del Deo), e ciò porta a non escludere l’esistenza di apparati deviati che, ancora una volta, avrebbero agito di testa loro, per screditare Ranucci. E chi meglio di Valter Lavitola per fungere da capro espiatorio? Detto ciò, è sempre meglio restare coi piedi per terra. È improbabile siano stati membri dei nostri servizi segreti a piazzare un rudimentale ordigno esplosivo a mo' di avvertimento mafioso sotto casa di Ranucci. Allo stesso tempo, qualora fosse successo, non credo che qualcuno dovrebbe stupirsene particolarmente quanto piuttosto chiedersi: perchè?
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