La prima cosa che si vede entrando in Bosnia-Erzegovina non è la bandiera bosniaca. A ridosso del confine un alto cartello con al centro stampata l’aquila montenegrina dà il “goodbye” accompagnato da una bandiera del paese. Ci si aspetterebbe uno speculare “welcome” pochi metri più avanti, in questa piccolo villaggio di frontiera dove la ventina di case che lo compongono si distribuiscono un po’ di la, un po’ di qua. Niente di tutto questo. Nessuna scritta di benvenuto, nessun cartello, una sola bandiera, strappata per un lembo. I colori sono rosso, blu e bianco. È una bandiera serba¹.
La strada poi continua fra le colline, fatte nere dai fitti e scuri alberi ai quali il paese che abbiamo appena lasciato deve il suo nome, Montenegro, ma che dopo il confine non smettono di essere ne fitti, ne scuri. Nessuna macchina, qualche curva, molte buche. Ed eccola lì, la prima bandiera bosniaca, al valico di frontiera lato Sarajevo.

Per incontrare la prima moschea bastano pochi minuti. Subito dopo, quasi affiancata, compare anche la prima chiesa ortodossa. La seconda bandiera bosniaca è invece separata di una trentina di chilometri dalla prima, non perché non ci siano bandiere in mezzo, anzi, ce ne sono molte, ma perché quelle bandiere sono tutte serbe. La si incontra a Goražde dove la moschea è decisamente più grande della chiesa. Qui le bandiere bosniache sono moltissime ma finiscono subito. Dopo Goražde ecco Novo Goražde. A dare il benvenuto è un grosso cartello che da i saluti in inglese e in serbo, scritto rigorosamente in cirillico. All’ingresso subito una bandiera e una chiesa con un grosso cimitero. Qui i morti non sembrano essere qualcosa da ricordare con pudore ma da mettere in mostra a chi passa. Un biglietto da visita, un certificato delle sofferenze passate.
La Bosnia è fatta così. Gli accordi di Dayton che nel 1995 sancirono la fine della guerra iniziata tre anni prima la divisero sostanzialmente in due entità. La Federazione di Bosnia ed Erzegovina che occupa il 51% del territorio ed è a maggioranza croata e bosgnacca, ossia i bosniaci musulmani discendenti dell’impero Ottomano, e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, meglio conosciuta come Republika Srpska, 49% del territorio, maggioranza serba.
Gli accordi, che avrebbero dovuto sancire una pace equa e rispettosa, hanno invece dato ragione alla guerra. Le cause che portarono al suo scoppio, quelle dei nazionalismi, della divisione fra le etnie e le religioni, quelle di un territorio che di diritto deve essere dell’uno o dell’altro vennero assunte a soluzioni. Gli accordi di Dayton hanno così diviso, dato vita a due entità separate e creato le condizioni per cui i sentimenti identitari e nazionalisti potessero covare e radicarsi all’interno delle due comunità, formalmente unite in una federazione ma di fatto due bolle separate che poco si parlano se non per attaccarsi a vicenda. Lo hanno fatto legittimando le pulizie etniche, marchio di fabbrica della guerra di Bosnia-Erzegovina, ratificando il fatto che molti a causa delle violenze e delle pressioni erano stati costretti ad abbandonare le proprie case, i propri villaggi dove si trovavano malauguratamente ad essere minoranza, contribuendo così a infittire l’omogeneità interna alle due comunità ed erodendo di conseguenza l’elemento più potente contro l’odio e la divisione: l’umanità. Quella stessa umanità che aveva permesso alle diverse etnie di vivere una a fianco all’altra durante l’epoca jugoslava, quella semplice umanità che deriva dall’aver un vicino di casa, un amico, un parente, un collega che di nome fa Ibrahim mentre tu ti chiami Nikola. Quella stessa umanità di chi ama ascoltare il dolce canto dei muezzin mentre si reca in chiesa alla domenica mattina.

La pace azzoppata ha così permesso alla guerra di continuare su un altro terreno, di spostarsi dalle dita che premono grilletti alle mani che issano bandiere. È proprio così, qui si vedono bandiere ovunque. Sembra che ogni villaggio, ogni casa, ogni curva debba rivendicare la sua appartenenza. La guerra delle bandiere si fa particolarmente fitta mano mano che ci si avvicina a Srebrenica, luogo simbolo delle pulizie etniche. Qui nel luglio del 1995, sotto gli occhi della comunità internazionale, migliaia di uomini bosniaci musulmani vennero prelevati, caricati su camion e autobus civili e portati in luoghi di esecuzione. Le fucilazioni avvenivano ai piedi delle montagne di cadaveri di quelli freddati in precedenza. Una volta che la montagna aveva raggiunto dimensioni soddisfacenti per gli ufficiali della Republika Srpska, i buldozer si occupavano del loro trasporto e occultamento in fosse comuni. Il tribunale dell’Aia diede a questa macchina della morte un nome preciso: genocidio.
Sotto gli occhi della comunità internazionale, letteralmente. Non solo perché l’intelligence americana aveva individuato movimenti riconducibili a esecuzioni di massa tramite le immagini satellitari, ma perché proprio nell’enclave di Srebrenica, nella località di Potočari, aveva sede in una vecchia fabbrica di batterie il compound dell’ONU che avrebbe dovuto tutelare quella che tramite la Risoluzione 836 era stata definita "zona sicura”. In seguito all’ingresso delle forze serbo-bosniache a Srebrenica, ai cancelli della base si riversarono fra le 5.000 e le 6.000 persone in cerca di protezione. Fu anche da qui, di fronte ai caschi blu, che furono prelevati alcuni di quei corpi destinati alle fosse comuni. Le stime variano fra i 300 e i 600 uomini.
Oggi quel capannone è diventato un grande museo, circondato da bandiere bosniache e dove le didascalie sono scritte in inglese, bosniaco e turco, di certo non in serbo. La pace azzoppata ha spostato la guerra anche sul terreno della memoria, diventata materia contendibile, oggetto di rivendicazione e appartenenza ad esclusione dell’altro. Dall’altra parte della strada c’è il grande cimitero-memoriale delle vittime del genocidio. All’ingresso c’è una piazza dedicata alla preghiera circondata da grandi lastre in marmo con elencati i nomi delle vittime. Prima il cognome e poi il nome, in ordine alfabetico. 8373 nomi suddivisi in blocchi sconfinati di cognomi tutti uguali. Famiglie spazzate via, comunità spezzate in due. Prima della A e dopo la Z sono presenti lastre vuote, pronte ad ospitare nuove vittime. Fosse comuni vengono ritrovate infatti ancora oggi, uno strazio a cottura lenta che assume una parvenza di senso per chi ha la fortuna tramite il DNA di dare un nome a quei frammenti di ossa che dopo oltre trent’anni di tanto in tanto affiorano dal terreno. Nel cimitero c’è ancora spazio, ma molti sono destinati a non occuparlo mai.

Superata Potočari si raggiunge l’ultima cittadina della Valle della Drina, quella da cui questa tragedia prende il nome. Qui, di fronte al comune, vediamo per la prima volta le bandiere delle due entità una a fianco all’altra. Sarà anche l’ultima, di tutto il viaggio. Srebrenica è piena di bandiere della Republika Srpska, la stessa bandiera che stava ricamata sulle braccia che materialmente misero in atto il genocidio. Alcune di queste braccia ne erano anche le menti e per questo furono condannati dal tribunale dell’Aia. Fra tutti il generale supremo dell’esercito della Republika Srpska, Ratko Mladić, soprannome: “il macellaio di Bosnia”. Insomma, vedere queste bandiere qui fa un certo effetto. Uno sfregio alla memoria che ancora una volta non è patrimonio collettivo condiviso, ma diventa arma al servizio delle propagande e delle demagogie. Le autorità della Republika Srpska negano di fatto il genocidio e reputano anzi l’uso della parola offensivo, nei loro confronti. Sono sostanzialmente le stesse posizioni della Serbia, sia a livello istituzionale che di opinione pubblica.
Lasciata Srebrenica si ripercorre la Valle della Drina in direzione Sarajevo. Riparte il tandem delle bandiere e dei simboli nazionali. Alcuni sono delle manifestazioni di aperta sfida e ostilità, come l’enorme monumento in cemento pitturato dei colori nazionali serbi a pochi chilometri dal museo di Potočari. Altri assumono sembianze grottesche, come quella chiesa vicino a Vlasenica, pitturata di arancione solo per poter competere con la ben più grande, ma decisamente più grigia moschea di due curve più avanti.

Si vedono anche bandiere verdi con la mezzaluna e la stella islamiche, bandiere dello stato serbo (differente dalla versione usata dalla Repiblika Srpska), bandiere della chiesa serbo-ortodossa e bandiere bianche con lo stemma dai gigli blu in mezzo, la bandiera etnica dei bosgnacchi musulmani. Molto più raramente ci si imbatte poi in una bandiera blu con le stelle gialle poste in cerchio. La si può scorgere un po’ sbiadita dietro al filo spinato che circonda le sedi dell’EUFOR, la missione militare dell'Unione Europea in Bosnia-Erzegovina, oppure timidamente stampata su cartelli che segnalano che quella scuola, quel ponte o quel pezzo di strada sono stati finanziati dall’UE. A guardare il passato si troverebbero poche ragioni per cui da queste parti dovrebbero essere fieri di mostrare in pubblica piazza la bandiera europea. Oggi molto spesso si parla dell’incapacità dell’Unione ad affrontare le grandi questioni internazionali quasi come se questa fosse una novità. In realtà fu proprio durante le guerre jugoslave che divenne chiaro per la prima volta: una struttura lenta e macchinosa, un’investitura politica che non contempla poteri decisionali in materia di politica estera. Il risultato fu un generale immobilismo anche di fronte ai più atroci massacri. Quando l’Europa agì lo fece solo su spinta esterna, non seguendo una sua iniziativa volta a risolvere un conflitto che stava bruciando nel giardino di casa.
Tuttavia, una volta finita la guerra si vedeva l’approdo della Bosnia-Erzegovina in UE come naturale. Solo una questione di tempo, dicevano. La realtà dice che Sarajevo è ancora ben lontana da quel traguardo che sta di conseguenza perdendo lentamente appeal. L’UE ha preteso molto dalla Bosnia-Erzegovina che però ha sempre avuto le mani legate, ostaggio di quella pace azzoppata che ha rinchiuso il paese in una gabbia istituzionale complicatissima che lo rende sostanzialmente ingovernabile. E quindi nessun passo avanti di Sarajevo verso Bruxelles, ma specularmente nessun passo di Bruxelles verso Sarajevo. Troppo impegnata a chiedersi se la Bosnia fosse all’altezza dell’Unione, l’Europa non ha mai trovato il tempo di chiedersi se l’Unione fosse all’altezza della Bosnia.

E così quel vuoto politico è stato occupato da altri. Fra tutti cinesi e turchi che qui hanno portato grandi investimenti e grandi influenze. Proprio a Sarajevo ci si imbatte non di rado in bandiere turche e persino in qualche vessillo della Repubblica Islamica d’Iran. Sarajevo, quante cose ci sarebbero da dire. La guerra, i cecchini, le bombe, gli edifici crivellati di colpi che ancora oggi si vedono ovunque, il terrore sui civili, i massacri di Markale, la fame, le razioni lanciate dal cielo che di tanto in tanto uccidono chi le aspetta a braccia aperte, l’assedio così lungo da superare quello più famoso della storia, quello di Leningrado. 1.425 giorni, quasi quattro anni. Un tempo così lungo non può non cambiare geneticamente un luogo, renderlo qualcos’altro. Prima della guerra Sarajevo era il simbolo del multiculturalismo, abitata per il 50% da bosgnacchi, per il 25% da serbi e il 7% da croati. Oggi i primi superano l’80 percento mentre i secondi non arrivano al 4%, scavallati addirittura dai croati che si aggirano intorno al 5%. Un esempio plastico di come il pre-guerra abbia creato divisioni che non c’erano, la guerra le abbia messe in atto, il post-guerra le abbia legittimate, cementate e istituzionalizzate.
Se molti serbi hanno trovato nuova dimora nella Republika Srpska, per i croati la destinazione naturale è stato dove già erano maggioranza, nel sud del paese. Guidando verso Mostar e poi di nuovo ad est verso il confine con il Montenegro capita di incontrare molte bandiere croate. Qui le chiese si fanno cattoliche limando le cupole e affilando i campanili. Croati cattolici e bosgnacchi musulmani condividono la loro esistenza nella stessa entità federale in seguito al fatto che alla fine della guerra i rispettivi eserciti erano alleati. Questo tuttavia non espia i croati dall’aver perpetrato pulizie etniche ai danni dei musulmani nella prima fase del conflitto quando i loro alleati erano i serbi. Come il fatto di essere le maggiori vittime delle violenze non assolve i bosgnacchi dalle pulizie etniche compiute, sebbene in misura minore, ai danni dei serbi.
Le ceneri di questi soprusi incrociati sembrano essere ancora calde. È così che nel giro di una manciata di curve possono coesistere la scritta “Don’t forget Srebrenica” e un murales dedicato alla memoria di miliziani che a Srebrenica si sono sporcati le mani di un sangue che nemmeno la negazione potrà mai lavare via. È fatta così la Bosnia. Dura da digerire, ancora più dura da comprendere. Eccolo lì il valico di frontiera, appare quasi come un sollievo. Nessun cartello “goodbye”, solo un timbro veloce sul passaporto e una pacca sulla spalla che ci rispediscono dall’altra parte. “Welcome to Montenegro”.

“I Balcani producono più storia di quanta ne possano digerire”. Questa frase, forse apocrifa, forse pronunciata veramente da Churchill all’inizio del secolo scorso suona come uno stereotipo che non perde però occasione di trovare conferma nei fatti che così fitti continuano ad inanellarsi da queste parti. Chissà se in futuro il mostro degli anni novanta, che oggi non si vede ma che ancora si sente respirare affannoso non deciderà di riprendere a camminare di nuovo. Un passato così frastagliato che nessuno sembra voler digerire del tutto potrebbe ripresentarsi come un nuovo rigurgito della storia, miccia per nuovi roghi, focolaio per nuove epidemie d’odio, ferita per nuove emorragie di vite umane. Un conto salato che non smetterà di chiedere pegno finche non verrà pagato fino in fondo.
Il tentativo fatto dalla comunità internazionale per mettere la parola fine alle guerre jugoslave non ha sortito gli effetti sperati. Le novanta condanne definitive emesse dal tribunale dell’Aia per la ex-Jugoslavia (ICTY) non sono bastate per creare le condizioni per un percorso di costruzione della memoria collettiva, sono anzi state nuovo motivo di scontro. Molti dei condannati sono stati elevati a martiri, fatti eroi nazionali, gli sono stati dedicati murales a Banja Luka e a Belgrado. I pesci piccoli e gli esecutori materiali non sono invece mai stati processati e non sono stati oggetti nemmeno di percorsi di responsabilizzazione e riconoscimento dei crimini commessi. I carnefici hanno continuato le loro vite come se nulla fosse, come se quegli anni di guerra e morte fossero una parentesi scollegata dalla vita prima e dalla vita dopo, come se appartenessero ad un altro mondo, ad un’altra persona. I carnefici hanno ripreso le loro vite da dove le avevano lasciate prima di prendere il fucile in mano, condividendo spazi, conversazioni, pezzi di vita quotidiana con i parenti delle loro vittime che in tempi di guerra sarebbero potute essere vittime loro stessi.

È proprio qui, in questa così concreta quanto semplice manifestazione della banalità del male che si consuma la violenza più subdola. Quella dell’indifferenza, quella del continuare come se nulla fosse. Una violenza ancora più infame della negazione perché qualcosa per essere negato ha l’onore quanto meno di essere nominato. Come se nulla fosse. Come in quella scuola elementare di Petkovci quella mattina di settembre del 1996. Il sole splende, è una bella giornata. Pochi mesi prima quell’edificio, fatto di aule, corridoi colorati e un grande giardino dove poter far scorrazzare i marmocchi durante le ricreazioni, ha smesso di essere una scuola ed è diventato per tre giorni uno dei luoghi del genocidio. In poco più di settantadue ore un migliaio di bosgnacchi venne portato qui e stipato come paketa, pacchetti, come venivano chiamati in codice dagli alti funzionari serbo-bosniaci. Le violenze iniziavano ancora prima di entrare. Calci, pugni, sputi e insulti erano lì, pronti a dargli il benvenuto. I detenuti venivano ammassati nella aule che diventarono in quei giorni sale d’attesa per l’appuntamento con la morte. La maggior parte fu portata alla vicina diga e lì uccisa. Altri invece dalla scuola non uscirono mai vivi. Alcuni furono picchiati a morte, le urla si dovevano sentire per tutta la città. Altri furono uccisi dopo essere stati torturati. I loro copri gettati dalle finestre, buttati nei corridoio, posizionati in cortile a dare il benvenuto al prossimo carico di condannati a morte.
Come se nulla fosse quella mattina di settembre del 1996 quelle mura erano pronte a diventare nuovamente scuola. Le aule pronte ad accogliere di nuovo centinaia di piccole trottole lanciate a mille verso la vita. Il cortile svuotato dai cadaveri si preparava a tornare ad essere valvola di sfogo per quell’inspiegabile energia che corpicini così piccoli sono in grado di sprigionare. I corridoi pronti a tornare ad essere teatro di amicizie che saranno per sempre e di inevitabili litigi infantili. Quelle mura ripulite dal sangue si preparavano a farsi di nuovo eco di risate, pianti, urla, scherzi, dispetti, canti, capricci, applausi. La scuola era di nuovo scuola, pronta ad ospitare tutta quella vita. Ad uccidere una seconda volta coloro che lì dentro non hanno visto altro che morte non furono altre pallottole, altre bombe, altro sangue. Fu l’indifferenza, fu il continuare come se nulla fosse. Fu anche quella semplice e innocua frase pronunciata con tono tenero e rassicurante, con un grosso sorriso stampato in faccia: “bentornati a scuola bambini”.
¹ La bandiera usata dalla Republika Srpska di Bosnia-Erzegovina non corrisponde alla bandiera usata dallo stato serbo oggi, ma alla sua versione precedente, quella usata fra il 1992 e il 2004 quando lo stato serbo faceva ancora parte della Federazione Jugoslava.
Per approfondire:
Libri
- Metodo Srebrenica. Ivica Đikić. Bottega Errante Edizioni, 2020
- Maledetta Sarajevo. Francesco Battistini, Marzio G. Mian. Neri Pozza, 2022
- Le guerre jugoslave: 1991-1999. Jože Pirjevec. Einaudi, 2014
Podcast
- Enclave – Sopravvivere a Srebrenica. Samuele Sciarrillo e Silvia Longhi, 2025
- Maledetta Sarajevo. Francesco Battistini e Marzio Mian. Neri Pozza Podcast, 2022
Film
- Quo Vadis, Aida?. Regia di Jasmila Žbanić, 2020
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