Perché le risposte neoliberiste alla "questione giovanile" hanno fallito e come la sinistra può rifondare il patto intergenerazionale partendo dalla de-mercificazione del tempo.
Nella grammatica politica contemporanea, il concetto di "politiche giovanili" è stato progressivamente svuotato di ogni afflato emancipativo. Per oltre un trentennio, il discorso pubblico dominato dal paradigma neoliberista ha ridotto la condizione giovanile a un mero problema di "occupabilità" o di adattamento al mercato. I giovani non sono stati considerati soggetti politici portatori di diritti e visioni del mondo, bensì capitale umano da plasmare, formare perpetuamente ed erogare alle esigenze dell'economia di piattaforma. È tempo di superare questa visione tecnocratica per articolare una critica saggistico-filosofica che ricollochi la precarietà giovanile non al livello del reddito mancato, ma a quello della sofferenza ontologica ed esistenziale.
- Dall'alienazione marxiana al realismo capitalistico: l'ansia come norma sociale
Se la critica novecentesca al capitalismo si concentrava sull'alienazione del lavoratore rispetto al prodotto del proprio lavoro, oggi assistiamo a una mutazione antropologica di natura differente. Come osservato dal teorico politico Mark Fisher nel suo fondamentale Realismo Capitalista, l'ideologia contemporanea ha interiorizzato l'idea che non esista alcuna alternativa al sistema dato. Questo stato di cose produce nei giovani un paralizzante senso di edonia depressiva e di ansia strutturale.
La precarietà non è più soltanto una condizione contrattuale temporanea, ma diviene la struttura fondamentale della percezione dell'esistenza. Nel lavoro mediato da algoritmi, nei tirocini infiniti o nell'iper-competizione accademica, l'incertezza del futuro priva i giovani della facoltà filosofica di "progettare". Senza la possibilità di prefigurare il proprio domani, il tempo si appiattisce su un eterno presente fatto di reattività istantanea, notifiche e costante valutazione reputazionale.
- Il panopticon digitale e l'imprenditore di se stesso
Il filosofo Michel Foucault sosteneva che le società disciplinari operassero attraverso istituzioni di reclusione (la fabbrica, la scuola, l'ospedale). Oggi, nell'era del capitalismo delle piattaforme e della sorveglianza digitale, il controllo si è interiorizzato. Riprendendo le analisi di Byung-Chul Han, la società contemporanea si è trasformata in una "società della prestazione", dove l'individuo si convince di essere un soggetto libero, mentre in realtà è l'imprenditore di se stesso: un carnefice che sfrutta se stesso fino al burnout.
«L'imprenditore di se stesso è un soggetto presuntamente libero che si auto-sfrutta. Il padrone invisibile non ha più bisogno di fruste: gli basta un algoritmo che quantifica il valore umano attraverso metriche di produttività e punteggi di gradimento.»
Per la condizione giovanile, questo dispositivo assume tratti particolarmente violenti. L'imperativo categorico della società performativa impone di essere sempre "occupati", visibili, connessi e "di successo". Il fallimento o la pausa non sono contemplati se non come colpa individuale. La sofferenza psicologica imperante — dalle crisi d'ansia alla depressione giovanile — non è una patologia individuale da privatizzare, ma la risposta fisiologica di una generazione sottoposta a un sistema di quantificazione permanente.
- Il fallimento delle politiche giovanili neoliberiste
In questo contesto, le politiche giovanili attuate dagli ultimi governi europei si sono rivelate clamorosamente insufficienti se non dannose. Misure basate sulla logica dei "bonus", sull'incentivo al lavoro autonomo precario o sulla costante colpevolizzazione dei giovani (accusati alternativamente di pigrizia o mancanza di spirito d'intrapresa) riflettono un profondo analfabetismo filosofico e sociologico.
Trattare la disoccupazione o il disagio psicosociale dei giovani attraverso la formazione continua non retribuita significa scaricare la responsabilità delle contraddizioni sistemiche dell'economia sulle spalle del singolo individuo. Un'agenda progressista di sinistra non può più limitarsi a chiedere "più posti di lavoro", ma deve interrogarsi sulla qualità ontologica e sul senso del lavoro e del tempo nell'era dell'intelligenza artificiale e dell'automazione.
- Rifondare la sinistra: quattro pilastri per un nuovo patto esistenziale e politico
Per costruire un'alternativa radicata nel pensiero critico di sinistra, le politiche giovanili devono trasformarsi da strumenti di assistenza e disciplinamento in un progetto di liberazione dal ricatto economico. È necessario operare un cambio di paradigma fondato su quattro direttrici strategiche:
De-mercificazione del tempo di vita e Reddito di Cittadinanza Unico/Universale per la Formazione: Garantire un'autonomia finanziaria slegata dalla prestazione lavorativa immediata durante il percorso formativo e di transizione all'età adulta. Il reddito non è solo una misura assistenziale, ma uno strumento filosofico che restituisce al giovane il "diritto di dire di no" allo sfruttamento e il tempo per la ricerca esistenziale.
Diritto alla disconnessione e sovranità temporale: Regolare e limitare l'invasione degli algoritmi nella vita privata. La restituzione del tempo libero e del tempo "non produttivo" (il tempo dell'ozio, dell'arte, del pensiero critico) deve tornare a essere un obiettivo centrale della lotta di classe contemporanea.
Salute mentale come bene comune e de-patologizzazione del disagio: Trasformare il benessere psicologico da bene di consumo privato a pilastro del welfare state. Ciò significa istituire presidi psicologici pubblici universali e, parallelamente, denunciare le radici strutturali e sociali del disagio mentale giovanile.
Democratizzazione degli spazi urbani e diritto all'abitare: Sottrarre la casa e le città alla speculazione immobiliare. Senza il diritto a uno spazio fisico accessibile nelle città, la gioventù viene privatizzata del proprio diritto alla cittadinanza e alla costruzione di comunità politiche e sociali autonome.
In conclusione
Rifondare le politiche giovanili da una prospettiva di sinistra significa rifiutare la narrazione della competizione darwiniana per riaffermare l'ideale della solidarietà intergenerazionale. Soltanto restituendo ai giovani la sovranità sul proprio tempo e sulla propria vita sarà possibile trasformare l'ansia individuale in una nuova, dirompente forza di trasformazione collettiva.
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