Una generazione indifferente, anestetizzata dalla guerra e dal conformismo del regime, quella ritratta da Moravia nel suo romanza d’esordio. Aveva soltanto diciannove anni quando ‘’Gli indifferenti’’ venne pubblicato, nel 1929. Diciannove anni aveva anche Valter Lavitola al suo ingresso in una minuscola loggia massonica romana, e fin da giovane, come Moravia, coltivò sempre certe velleità letterarie, culminate nella nomina a direttore del giornale-macchina del fango L’Avanti!.
Il faccendiere di matrice craxiana passò con estrema disinvoltura dalla corte socialista a quella berlusconiana, finendo implicato in quasi tutti gli episodi di quella soap opera a puntate che è stata (e che è) Forza Italia. Dall’altra parte, c’è Ranucci, un giornalista che ricorda il Michele Santoro di Samarcanda. Insomma, un conduttore che si atteggia a giudice morale della classe politica italiana. Attraverso le inchieste vengono distribuiti i verdetti. O almeno così viene percepito Sigfrido dalla maggior parte delle segreterie di partito e da molte redazioni di giornali. (Quasi) Tutti, in maniera trasversale, lo guardano con astio e sospetto. Del resto, lui stesso non si è risparmiato, tra inchieste e comizi-interviste, nel dare argomenti ai suoi numerosi detrattori. Detto ciò, non è un caso se Report è da anni uno dei programmi più di successo di Rai3 e dell’intera azienda. E i meriti di Ranucci sono innegabili: non tanto per il suo contributo personale, che resta comunque fondamentale, quanto per la dote, preziosa quanto rara, di sapere selezionare collaboratori dal potenziale altissimo. Ranucci ha allevato una nidiata di giornalisti d’inchiesta che, qualora si concretizzasse davvero un suo allontanamento da Report, non avrebbe certo difficoltà a prendere le redini del programma. Tanto che, ultimamente, si è già iniziato a fare qualche nome all’interno dello staff attuale, in ottica successione. Ovviamente, sono solo illazioni, per ora. A onor di cronaca, si è addirittura ipotizzata una gestione collegiale. Due personaggi quindi, Ranucci e Lavitola, inseriti in ambienti assai diversi. Uno che si circonda di valenti giornalisti d’inchiesta, l’altro rampante trafficone attorniato da loschi figuri che spaziano dalla criminalità di strada ai traffici di influenze. Due personaggi che, comunque, si sono ritrovati spesso a pranzo, come buoni amici, nel ristorante del secondo. Con loro si avvicendavano volti noti della televisione e del giornalismo, così come della politica, e non solo. Per descrivere questa Italia, per questa vicenda, per i suoi personaggi, un aggettivo non basta, ne servono almeno due, prendendo spunto da un’opera di Giuseppe Prezzolini. In questa storia, in fondo, ritornano due categorie assai presenti nell’immaginario collettivo del nostro paese, diciamo dal punto di vista antropologico. I fessi e i furbi. Ai primi appartiene, chiaramente, Ranucci, mentre esponente dei secondi non può che essere Lavitola. Questi due poli, che, evidentemente, si attraggono, hanno messo in moto, in maniera più (Lavitola) o meno (Ranucci) consapevole tutta una serie di polemiche che non si spegnerà facilmente. Del finto attentato, del resto, ormai tutti sanno, e ne prendono atto. Così come si prende atto del fatto che Ranucci non sapeva della bomba, ma del sondaggio commissionato dall’amico volto a sondare, appunto, la sua popolarità, sapeva eccome. E non si fa fatica a immaginare, in effetti, Sigfrido tutto contento che si insapona nella doccia canticchiando Don Chisciotte di Guccini e fantasticando di un suo ruolo come presidente del consiglio. Non si fatica neppure a immaginare la faccia divertita di Paolo Mieli, storico direttore del Corriere, fra le altre cose, quando Lavitola gli si avvicinò per proporgli una sua collaborazione ad un nuovo sondaggio. Lui stesso lo racconta con piacere. Ad ogni modo, a che servono questi particolari? A certificare che nessuno prendeva troppo sul serio le manie di Valter Lavitola. Questo, almeno, fino a quando non è emerso il suo coinvolgimento nel finto attentato. ‘’Un mitomane’’ lo ha definito il giornalista Fulvio Abbate (Il Riformista), anch’egli assiduo frequentatore, al pari di Mieli e, ovviamente, di Ranucci, del Cefalù Bistrot di Lavitola. Non lo prendevano sul serio tanto che si sono prestati persino a quella farsa che doveva essere il sondaggio. Ranucci, invece, pare che lo prendesse dannatamente sul serio. E per uno, come Lavitola, che è quasi riuscito a mettere nel sacco Silvio Berlusconi ricattandolo, convincere a suon di lusinghe Ranucci non deve essere stato difficile. A quel punto uno potrebbe chiedersi a che scopo Lavitola avrebbe dovuto ingannare e poi incastrare col finto attentato l’amico Ranucci. Il dato di fatto, però, è che è avvenuto proprio questo. Quale persona sana di mente organizza un attentato per lanciare la carriera politica di un amico?
Per poi ritrattare, almeno parzialmente, e limitarsi a dire di averlo fatto per alzargli il livello di scorta. Bisogna aggiungere che questo è il solito stile Lavitola: anche al tempo del quarto ed ultimo governo Berlusconi egli aveva esercitato un singolare triplo gioco nel quale, tra Berlusconi e Tarantini, giocava di sponda ora con l’uno ora con l’altro, avvantaggiandosi da entrambi. In questo schema, ovviamente, resta valido il proverbio: tra i due litiganti, il terzo gode. Attualmente però, non esiste una seconda figura, capace di alternarsi con Ranucci nel gioco portato avanti da Valter. Con chi avrebbe fatto il doppio gioco, infatti, Lavitola? È impossibile saperlo. Resta il fatto che in presenza di un simile personaggio non ci si può limitare ad archiviare il suo caso come una mitomania innocua e addirittura ingenua. Lavitola è solo l’ultimo discendente di una stirpe vecchia quanto il genere umano, quella dei furbi appunto. Paolo Mieli, che di certo non è un fesso, ha detto che da certi personaggi, come Lavitola, bisogna tenersi a una distanza che sia né troppa e né troppo poca. Facendo intendere che Ranucci avesse sbagliato proprio nel calibrare questa distanza, la distanza da tenere verso una fonte tanto promettente quanto infida quale può essere Valter Lavitola. In un video che si può trovare su YouTube, nel canale Pac, del sopraccitato Abbate, Bobo Craxi, Lavitola e lo stesso Abbate festeggiano il compleanno di Craxi mangiando una cassata. Scherzosamente, Bobo chiama Lavitola Edmund Dantès, come il conte di Montecristo di Dumas. Più prosaicamente, potremmo tirare in ballo la favola della rana e dello scorpione. Ranucci si è caricato in groppa un Lavitola che, alla prima occasione, lo ha punto. Peccato che l’antropologia sia una scienza, e sociale per giunta, piuttosto ‘’sottile’’, e quindi affatto vincolante dal punto di vista legale. Ma almeno da questo punto di vista, quello antropologico, possiamo affermare oltre ogni ragionevole dubbio che la faccenda si è svolta pressappoco come descritto nella favola di Esopo, senza entrare in prolissi quanto per ora sconosciuti particolari.
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