
Ovvero come un regista parodizzò le democrazie occidentali
L'Expo del 1967, a tema ''L'uomo e il suo mondo'', si svolse dal 28 aprile al 27 ottobre a Montréal, in concomitanza con il centenario della nascita della Federazione canadese. Parteciparono 62 paesi, 3 regioni e 268 aziende, con circa cinquanta milioni di visitatori giunti a contemplare con i propri occhi gli ultimi ritrovati di quel progresso che pareva inarrestabile. Di lì a un anno, imprevisto, verrà il 68’, nell’Occidente europeo e atlantico. Ad Est, invece, la ‘’primavera’’ di Praga: l’ultima, definitiva conferma, nel caso ce ne fosse ancora stato bisogno, che l’imperialismo sovietico possedeva un volto tetro tanto quanto quello dei suoi colleghi e predecessori. Come sappiamo, la sommossa venne spenta nel sangue e l’eclatante gesto di Jan Palack, che si diede fuoco in segno di protesta, non fu che il canto del cigno di quel ‘’socialismo dal volto umano’’ nel quale Dubcek e gli studenti praghesi avevano sperato. Noi lo sappiamo ma, evidentemente, non poteva saperlo il giovane (allora) Raduz Cincera: brillante regista originario di Brno, città morava che diede i natali anche a Milan Kundera (i due sono quasi coetanei), Cincera scelse di presentare a quella esposizione Kinoautomat, il primo film interattivo della storia. Si era nel pieno della ‘’nuova onda’’, ovvero un momento di rinnovamento e grande impulso creativo per il cinema e il teatro cechi, anche grazie alla maggiore (seppur precaria) tolleranza politica.
Per quanto riguarda la sceneggiatura, opera perlopiù dello stesso Cincera, Kinoautomat era una commedia piuttosto banale, articolata in una serie di situazioni bizzarre, caratterizzata soprattutto dal fatto che in determinati punti il protagonista si trovava davanti a dilemmi, ad esempio come nascondere una bella bionda seminuda poco prima dell’arrivo di sua moglie, oppure se rispettare o no lo stop di un vigile urbano. In quei momenti un moderatore saliva sul palco, chiedendo al pubblico di votare tra due opzioni premendo sul proprio sedile un pulsante rosso o verde. La proiezione seguiva poi seguendo la scelta maggioritaria. Ovviamente, questa prima forma di cinema interattivo era limitata dalla tecnologia meccanica dell’epoca, richiedendo la presenza fisica di numerosi proiezionisti pronti a cambiare i vari rulli in tempo reale. Ad ogni modo, l’esperimento convinse la stampa americana, che ne fu entusiasta: ingenuamente, il ‘’The New Yorker’’ titolò di un ‘’successo garantito’’ per il padiglione cecoslovacco, aggiungendo che gli stessi cechi avrebbero dovuto erigere un ‘’monumento’’ a Cincera. Ingenuamente perché, in realtà, il proposito del regista, e dei suoi collaboratori, non era tanto quello di produrre un’opera acclamata, quanto di accendere su di sé i riflettori.
Nel contesto della guerra fredda, del resto, anche le esposizioni universali e, più in generale, qualunque evento di risonanza planetaria, finiva per diventare terreno di scontro fra le due superpotenze economiche, militari e culturali. Specie in quest’ultimo
campo, i paesi del socialismo reale sentivano di dover mettere in gioco l’intero repertorio di artisti e creativi che le università di stato riuscivano a sfornare: la battaglia per l’egemonia culturale era in pieno svolgimento. Quella era un’occasione, fra le non molte a dire il vero, che un artista di quei paesi avesse per garantirsi il sostegno del rispettivo governo, senza il quale sarebbe stato possibile non solo continuare una qualunque attività artistica ma, banalmente, sopravvivere. Cincera sapeva che quella era la sua occasione per mettere in vetrina non solo il suo film, ma l’intera Cecoslovacchia, ovviamente, la Cecoslovacchia socialista. Inevitabile che il film contenesse, fra le righe, un messaggio politico. Ed è però di fronte a questa esigenza che Cincera compie quello che sarà, realmente, il suo colpo di genio: nonostante la trama del film preveda numerosi sviluppi antitetici fra loro, il finale a cui conducono è il medesimo. Il signor Novak, protagonista del film, non ha scampo: in nessun modo il pubblico potrà impedire che la sua vita vada a rotoli e che la sua casa prenda fuoco (nella versione inglese il titolo sarà ‘’A man and his house’’).
Ma se alle scelte diverse del pubblico corrisponde, infine, la solita conclusione, che senso ha avuto rendere interattiva la trama? Qualcuno, fra il pubblico, deve pur essersela posta, questa domanda, una volta saputo che le sue scelte, durante la proiezione, erano pressoché superflue. Si sarà risposto, probabilmente, che durante lo svolgimento, comunque, la sua opinione ha avuto un peso e che almeno una parte dello spettacolo che si è goduto è stato influenzato dai suoi desideri. Rincuorato, il nostro spettatore avrà chiuso gli occhi consapevole di avere assistito a una pagina di storia che veniva scritta proprio davanti a sé, addirittura col suo concorso. Lenin aveva sprezzantemente definito lo stato ‘’comitato d’affari’’ della borghesia e le elezioni niente più che una farsa, ma quest’idea, in verità, è già presente in nuce nelle opere di Marx. Ma facciamo un altro salto: nel 1963, in unione sovietica, viene prodotto il cartone animato ‘’il milionario’’. È la storia di un bulldog che, morto il suo padrone, si ritrova unico erede di una fortuna incalcolabile. La voce narrante, ad un tratto, pone ai bambini sovietici questa domanda: ma cosa può fare un cane con tutti quei soldi? Negli Stati Uniti, qualunque cosa. È questa, in definitiva, la risposta data dal cartone: il bulldog-magnate viene mostrato mentre vive una vita lussuosa fumando sigari e intrattenendosi nei night club fino a notte fonda. Grazie al suo patrimonio, riesce addirittura ad assicurarsi un seggio al congresso. Caligola non avrebbe saputo essere più dissacratore. A questo punto, il gioco di Cincera dovrebbe essere stato svelato: la scelta data al pubblico è soltanto un’illusione utile a tenerne alti attenzione e interesse, ma tutto ciò che c’era da decidere è già stato deciso, e pochi intimi sanno in anticipo come andrà a finire. Insomma, un po' come nelle democrazie occidentali, sembra dirci Cincera.
Uno scherzo degno del suo concittadino Kundera, quello giocato da Cincera al pubblico, perlopiù canadese ed americano, della grande esposizione universale. Ma, anche, uno scherzo amaro, di quelli che, poi, finiscono per ritorcersi contro chi li ha ideati, proprio come nel romanzo di Kunder, ‘’Lo scherzo’’, appunto: nonostante tutta Hollywood
stesse facendo a gara per accaparrarsi i diritti del suo film, Cincera non suscitò interesse in patria, tanto che il suo film vi fu proiettato soltanto quattro anni dopo. Nel mentre, la ‘’primavera’’ praghese: il suo paese aveva altro cui pensare. E non solo i suoi connazionali, disattendendo così l’invito del ‘’The New Yorker’’, mancarono di dedicargli un monumento, ma già un anno dopo la prima proiezione il film fu ufficialmente proibito dal regime (1971). Evidentemente, la nomenklatura del partito si era accorta che il film avrebbe potuto benissimo essere, anche, una parodia delle ‘’libere’’ elezioni che si svolgevano nei paesi del patto di Varsavia, elezioni che spesso culminavano in percentuali, appunto, ‘’bulgare’’, perfette per permettere al despota di turno di farsi bello agitando il crisma dell’investitura popolare, avvenuta magari con un sonoro novanta per cento dei consensi.
Cincera riemerse dall’oblio soltanto negli anni 90’: mentre Alexander Dubcek, che i sovietici dopo il ‘68 avevano voluto lontano da ogni carica, veniva scelto come primo presidente della Cecoslovacchia realmente democratica, il regista partecipava infine ad una nuova esposizione universale, quella di Osaka, nella quale presentò un altro film interattivo.
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