Il cinema horror è una materia viva, capace di specchiarsi nei propri miti e di smontarli dall'interno. Tra i titoli più discussi e amati del panorama cinematografico recente c’è senza dubbio Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte (Teenage Sex and Death at Camp Miasma), il surreale e sofisticato lungometraggio diretto da Jane Schoenbrun.
Presentato con grande eco e trionfo di pubblico e critica a vari festival (tra cui Cannes), il film ha riacceso i riflettori su un genere intramontabile come lo slasher, usandolo però come cavallo di Troia per un discorso molto più profondo sull'identità, sul trauma e sulla rappresentazione queer.
Nel mondo del film, Camp Miasma è una longeva e prolifica saga horror nata negli anni Ottanta. Al centro delle vicende c'è l'iconico e spettrale antagonista, Little Death, il fantasma di un bambino cresciuto dai genitori con un'identità allo stesso tempo maschile e femminile, annegato nel lago del campeggio da un gruppo di coetanei e tornato in cerca di vendetta armato di lancia.
La trama dell'opera di Schoenbrun segue Kris (interpretata da Hannah Einbinder), una giovane regista queer ingaggiata per risollevare le sorti di un franchise caduto in disgrazia attraverso un reboot. La ricerca di autenticità spinge Kris a rintracciare Billy Presley (una magnetica Gillian Anderson), l'ex "final girl" del film capostipite ritiratasi a vita privata proprio nel vecchio set. Quello che inizia come un omaggio nostalgico si trasforma rapidamente in un thriller psicologico e metacinematografico in cui finzione, ossessione e desiderio si fondono pericolosamente.
Non è un caso che il titolo originale giochi apertamente con la locuzione francese la petite mort (la piccola morte), da sempre celebre e diffuso eufemismo per indicare l'orgasmo. In Camp Miasma il brivido dello slasher diventa una costante e lucida similitudine per l'atto sessuale e per l'iniziazione corporea: la penetrazione della lama dello spettrale Little Death nelle sue vittime rispecchia la paura e al contempo l'eccitazione della scoperta carnale.
Schoenbrun decostruisce la storica equazione puritana del cinema horror di genere (in cui chi fa sesso viene immancabilmente punito e massacrato dal killer) e la ribalta radicalmente. Il film esplora la difficoltà, la liberazione e la bellezza di "imparare a fare buon sesso" e a riappropriarsi del proprio corpo e del proprio piacere dopo un percorso di transizione o di emancipazione identitaria. I corpi che sanguinano sul set sono gli stessi corpi che cercano un contatto, fondendo l'ansia della vulnerabilità emotiva con il brivido e l'abbandono tipici dell'eros.
Camp Miasma non si limita a citare i tropi del cinema slasher: li sviscera. Da un lato ne celebra l'estetica: fatta di boschi nebbiosi, icone pop-trash, lame affilate e la classica struttura "del corpo a corpo" con il killer, mentre dall'altro interroga le radici storiche e spesso torbide del filone.
Il film riflette su come il cinema horror classico (da capolavori storici come Psyco a cult anni Ottanta come Sleepaway Camp) abbia storicamente associato la non-conformità di genere, la fluidità o la devianza sessuale alla mostruosità. Camp Miasma prende questa "scena primaria" della storia del cinema e anziché rimuoverla la affronta frontalmente, ribaltandone la prospettiva.
Mettendo Camp Miasma a confronto con i pilastri tradizionali del genere slasher, emergono nette dicotomie e punti di contatto sorprendenti, a partire dalla classica ambientazione nei campi estivi che richiama cult come Venerdì 13 e Sleepaway Camp. Come Jason Voorhees, anche Little Death abita le sponde di un lago in un campeggio isolato, ma se in Venerdì 13 quel contesto è lo sfondo primordiale e brutale di una mattanza fine a se stessa, in Camp Miasma lo spazio fisico si dilata radicalmente. Il campeggio diventa così una proiezione mentale, un set teatrale fatto di fondali finti e luci al neon che svelano continuamente l'artificio cinematografico.
Anche la figura della final girl viene completamente ribaltata rispetto alle saghe tradizionali come Halloween o Nightmare, dove la sopravvissuta pura sconfigge il mostro ristabilendo l'ordine borghese. Qui, grazie al personaggio di Billy Presley, la final girl si trasforma in una "diva" decaduta alla Norma Desmond, irrimediabilmente intrappolata nel proprio mito e la cui ossessione per il carnefice finisce per sfumare definitivamente i confini tra vittima e persecutore.
Se Scream ha insegnato agli slasher a ironizzare sulle proprie regole attraverso la consapevolezza dei personaggi, Camp Miasma compie un passo ulteriore. Non si limita a citare le regole del gioco, ma analizza l'industria culturale che le produce, mescolando la satira hollywoodiana al body horror e alle istanze identitarie contemporanee, sulla scia di quel rinnovato filone di horror d'autore che ha recentemente ridefinito il mercato globale.
Nonostante la ricchezza delle intuizioni teoriche e la potenza di alcune sequenze, è impossibile non notare come Camp Miasma presti il fianco a un limite non indifferente: il film risulta a tratti eccessivamente elitario. La densità dei riferimenti culturali, delle citazioni cinefile di nicchia e delle allegorie identitarie finisce per creare una barriera d'accesso quasi insormontabile, rischiando che pochissimi spettatori riescano a cogliere per intero la fitta rete di rimandi voluta dall’autore.
Man mano che l'intreccio procede, la narrazione si avvita in una spirale di misticismo e cripticismi che appesantiscono la visione. L'operazione di Schoenbrun mostra il fianco a un'eccessiva autoreferenzialità della regia: un compiacimento intellettuale che privilegia il discorso teorico e il codice interno a discapito della fluidità del racconto e del coinvolgimento emotivo genuino, lasciando talvolta lo spettatore smarrito in un labirinto di simboli tanto ambiziosi quanto ostici.
Con la sua alchimia di estetica analogica (girato in 35mm), riflessioni taglienti sulla transizione e sul desiderio, e interpretazioni di spessore, Camp Miasma divide inevitabilmente il pubblico. Da un lato dimostra che lo slasher non è un genere condannato alla ripetizione stanca; dall'altro si conferma un'opera complessa e ostica, dove la patina di sangue finto e l'iconografia pop fanno da corollario a un'indagine tanto lucida quanto ripiegata su se stessa.
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