«La libertà di stampa, se significa davvero qualcosa, è la libertà di opporsi e criticare». Così scriveva George Orwell nel 1946, riuscendo a esprimere con grande semplicità un concetto tanto complesso quanto fondamentale.
Come futuro professionista del settore dell’informazione, non posso che preoccuparmi per lo stato attuale della libertà di stampa, il cui crollo è avvenuto tanto in Occidente quanto nel resto del mondo.
Molti professionisti dell’informazione, che dovrebbero essere i “cani da guardia” dellə cittadinə comunə, sembrano essere più quelli del potere, dello status quo, dell’immobilismo politico e sociale. Intendiamoci, sono sempre esistiti i canali d’informazione schierati con l’agire politico – e l’Italia è l’emblema di ciò, poiché per tutta la Prima Repubblica ogni partito ha avuto il suo organo di stampa – però oggi la presenza del potere politico ed economico nell’indirizzamento dell’informazione di massa è sempre più ingombrante e, forse a differenza del passato, evidente.
Ciò sta contribuendo a rendere molti canali d’informazione delle vere e proprie macchine propagandistiche, che non sembrano disdegnare nemmeno la disinformazione (ossia la deliberata e consapevole diffusione di notizie false o parziali).
Parlare di libertà di stampa mantenendo uno sguardo globale richiederebbe molto più di un semplice articolo, nonché uno studio approfondito sull’argomento. In questa sede, mi limito a sottolineare che, negli ultimi anni, a fare notizia è stata la stretta sulla libertà di stampa in Occidente (soprattutto a partire dallo scoppio della guerra russo-ucraina e del genocidio palestinese) e, intendiamoci, è giustissimo monitorarla.
Tuttavia, ci si dimentica che il mondo non è solo l’Occidente e che sono numerosi i paesi dove i professionisti dell’informazione sono giornalmente perseguitati, arrestati, incarcerati e uccisi (l’esempio più evidente è proprio la Palestina, ma si potrebbero citare anche la Russia, il Messico, l’Arabia Saudita e molti altri).
Parlando, dunque, dell’Italia, organizzazioni come Reporters Sans Frontières e rapporti annuali quali il Media Pluralism Monitor sono concordi nell’affermare che la libertà del giornalismo italiano si trovi in condizioni quantomeno preoccupanti.
Dal 2022, è diventato celebre il concetto di TeleMeloni, con cui viene definita la trasformazione di Rai 1 in uno strumento di propaganda dell’attuale governo. Quest’ultimo, naturalmente, si è affrettato a negare qualsiasi accusa; rimane però il fatto che, negli scorsi anni, siano stati proprio alcuni giornalisti della Rai a denunciare le difficoltà incontrate nella conduzione libera della propria professione.
Un’altra caratteristica distintiva del mondo dell’informazione italiano sono gli editori spuri, ovvero gruppi il cui principale settore di business non è l’editoria ma che acquistano ugualmente testate giornalistiche, siti, canali televisivi, radio o profili social. L’evidente problema – che è anche ciò di cui vengono accusati – è che possano fare uso della stampa, dei social, della televisione o della radio per proteggere i propri interessi economici, anziché per fare libera informazione. Pure in questo caso, gli editori spuri non perdono tempo a negare ogni accusa.
Di seguito alcuni degli editori spuri più rilevanti: Franco Caltagirone, attivo nell’edilizia e nella finanza, possiede, tra gli altri, Il Messaggero e Il Mattino; Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata, nonché deputato della Lega, controlla Il Giornale e Libero; il Gruppo GEDI, editore di Repubblica, dal 2019 è stato acquistato dalla Exor, finanziaria controllata dalla famiglia Agnelli, imprenditrice dell’automobile.
Il fatto che aziende attive in settori differenti dall’informazione di massa – ma che sono non di rado in stretto contatto con la politica e la burocrazia per il loro funzionamento – acquisiscano giornali, radio, siti web, profili social e canali televisivi mina gravemente la libertà della stampa italiana.
Per fare un solo esempio: se Angelucci ha interessi nella sanità privata ed è un politico, allora potrebbe usare, da un lato, il suo ruolo politico per influenzare decisioni che minino il funzionamento della sanità pubblica e, dall’altro, i suoi media d’informazione per convincere la massa che sia più conveniente spendere centinaia di euro per una visita privata subito, piuttosto che attendere i lunghissimi tempi del gratuito (ma non correttamente finanziato) Servizio Sanitario Nazionale.
Ho usato l’Italia come esempio perché le sue vicende sono più vicine a noi ma, a dire il vero, gli editori spuri stanno trovando terreno fertile anche altrove, ad esempio negli Stati Uniti (Jeff Bezos, CEO di Amazon, ha acquistato il Washington Post già nel 2013).
In generale, uno dei rischi che si corre ponendo un media di notizie sotto un’azienda è che anch’esso venga intrappolato nelle medesime dinamiche economiche. Questo può portare ad una selezione delle notizie basata unicamente sulla risonanza (e dunque sul guadagno) che esse possono avere presso il pubblico, piuttosto che sulla loro rilevanza effettiva.
È evidente che il giornalismo – e l’informazione in generale – siano ormai dei business multimiliardari. Tuttavia, penso che si tratti di settori diversi da tanti altri, perché hanno anche un chiaro ruolo sociale di formazione, protezione e guida dell’opinione pubblica. Un’informazione più in salute, in Italia come altrove nel mondo, potrebbe derivare anche dallo slegamento della stampa dalla mentalità imprenditoriale ed economica tipica delle aziende.
Una stampa di buona qualità giova anche alla popolazione, che quando è ben informata è meno facile da raggirare; forse è proprio per questo che la libertà d’informazione viene minacciata di continuo. La stampa imbrigliata, manipolata e propagandista è tipica dei paesi autoritari, dove il suo ruolo è l’ammansimento delle masse e la salvaguardia dei privilegi di chi governa.
Discutendo della libertà di stampa, non si può evitare il discorso del Web. Attualmente, la maggior parte delle persone fruisce le proprie notizie via Internet, spesso nemmeno da testate “ufficiali”, bensì da profili di influencer, giornalisti freelance e figure simili. Queste vanno analizzate caso per caso e non si può generalizzare – come purtroppo spesso mi capita di sentire – dicendo che online si leggano solo falsità.
Il vero problema è un altro: gli algoritmi e chi li gestisce. È ormai confermato che Google abbia progressivamente fatto sparire da YouTube numerosi video che narravano gli abusi subiti dal popolo palestinese e anche che l’algoritmo di X (ex Twitter), gestito dal conservatore Elon Musk, dia maggiore eco a post di orientati a destra, abbattendo gli altri.
Ebbene, credo che questa sia una minaccia alla libertà di stampa tanto seria quanto quella posta dagli editori spuri. Innanzitutto, perché il funzionamento degli algoritmi non è di pubblico dominio, poi perché le compagnie tech che li sviluppano hanno totale e diretto controllo su di essi e infine perché tale controllo può manifestarsi in una manipolazione delle notizie – e dunque della realtà – volta al perseguimento di agende politico-economiche.
In conclusione, i giornali – italiani e non – perdono lettori ogni anno, le copie cartacee sono sempre più difficili da vendere e anche gli abbonamenti digitali non sono più sufficienti per tenere in vita certe testate. Questa dinamica è sicuramente legata al fatto che il cartaceo è preferito dalla popolazione più anziana, ma anche a un’altra questione: i giovani rifiutano di comprare copie o pagare abbonamenti di giornali che non percepiscono come liberi e che continuano a propagandare gli interessi dei padroni, nonché ad alimentare una visione vetusta del mondo.
Credo che tutti quei giovani che, come me, vogliono diventare professionisti dell’informazione si rendano conto che un cambiamento è necessario. Noi giovani abbiamo il diritto di auspicare un ambiente lavorativo migliore, più inclusivo, libero e sicuro ma anche il dovere di agire perché tale obiettivo possa essere raggiunto.
Quello che dobbiamo certamente fare è tenere alta l’attenzione sulle problematiche che affliggono questo settore e smascherare i tentativi di fare uso del potere dell’informazione per propagandare insulse idee politiche o per perseguire altrettanto insulsi interessi economici.
Ma oltre a ciò, è anche nostro dovere studiare, formarci e pretendere di entrare a gamba tesa in questo ambiente professionale, consapevoli delle contraddizioni che lo caratterizzano, per poterlo finalmente riformare e migliorare dall’interno, perché tuttə possano giovarne.
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