Esiste un cliché culturale, duro a morire, secondo cui la giovinezza sarebbe per definizione sinonimo di spinta, rottura, anarchia e conquista della libertà, mentre l'età matura rappresenterebbe la stasi, il rifugio e la conservazione delle gabbie sociali. Il cinema italiano, mettendo a confronto due road movie speculari ma distanti nel tempo, come il capolavoro del boom Il sorpasso (1962) di Dino Risi e il recente Le città di pianura di Francesco Sossai, fa a pezzi questo luogo comune.
Il verdetto dei due registi delinea un paradosso generazionale tutto nostrano: la libertà, intesa come sfrontatezza, imprevedibilità e padronanza assoluta del proprio tempo, appartiene a chi ha gli anni, le ammaccature e i fallimenti sulle spalle, mentre la non-libertà schiaccia i ragazzi, trasformati in "giovani vecchi" ancor prima di aver compreso le regole del gioco. Al centro di questo cortocircuito si muove una scacchiera di personaggi in cui l'età anagrafica si scontra violentemente con l'attitudine esistenziale, e dove il viaggio in automobile smette di essere un semplice espediente narrativo per diventare l'unico strumento di educazione e iniziazione alla libertà.
Il privilegio della sfrontatezza: la maturità disincantata e mobile
In entrambe le pellicole, l'azione svincolata dai doveri e la vera autonomia di scelta sono un lusso esclusivo di chi ha già ampiamente superato la giovinezza. Ne Il sorpasso, Bruno Cortona (Vittorio Gassman) è un trentaseienne vigoroso ed esuberante che ha eletto la strada a propria dimensione ontologica: vaga su una Lancia Aurelia B24 alla ricerca di sigarette e si mangia l'asfalto, privo di legami solidi, privo di rimorsi e proiettato in un eterno, pimpante presente. La sua è una libertà assoluta ma anche parassitaria, che si nutre dell'energia dei contesti che attraversa senza mai mettere radici.
Sessant'anni dopo, nelle piatte e nebbiose campagne venete di Sossai, questa stessa urgenza viscerale di movimento e autodeterminazione si incarna nelle figure di Carlobianchi e Doriano. Cinquantenni spiantati, anacronistici e ossessionati dalla continua ricerca del’ “ultimo bicchiere". Non hanno una stabilità economica né affettiva: Carlo ha sperperato i soldi di una vecchia truffa giovanile in una Jaguar S-Type, perfetto contraltare nostalgico, pesante e imponente, dell'Aurelia di Bruno, ha visto fallire la fabbrica in cui lavorava, è separato ed è persino dovuto tornare a vivere con i genitori. Eppure, sia Bruno che il duo Carlo-Doriano possiedono una sfrontatezza e una padronanza dello spazio che permette loro di dominare il contesto, aggirando le convenzioni sociali e legali.
Che si tratti di improvvisare una finta perizia da geometri in un'antica villa per scroccare un rimborso spese o di cercare improbabili tesori seppelliti nei cantieri incompiuti della pianura, la vecchia generazione dimostra che la libertà non coincide con il successo borghese, ma con la capacità di non chiedere il permesso per esistere, muovendosi liberamente tra le macerie dei propri fallimenti.
La giovinezza paralizzata: la gabbia dei codici e della timidezza
Dall'altra parte della barricata troviamo la giovinezza che, invece di essere l'età dell'affrancamento e della ribellione, si scopre precocemente rigida, bloccata, priva di strumenti emancipatori e spaventata dal vuoto. Ne Il sorpasso, il ventenne Roberto Mariani (Jean-Louis Trintignant) è il perfetto prototipo della non-libertà autoindotta dal senso del dovere, dall'estrazione sociale e dai codici borghesi: incastrato nei suoi libri di legge a Ferragosto in una Roma deserta, timido ed educato, sperimenta la claustrofobia di un futuro già interamente pianificato dalla famiglia e dalle aspettative sociali. In modo incredibilmente speculare, nel film di Sossai il volto di questa paralisi giovanile è Giulio, un timido studente di architettura.
Giulio partecipa alla festa di laurea della ragazza di cui è segretamente innamorato, ma è incapace di agire, di dichiararsi o di prendere qualsiasi forma di iniziativa; subisce passivamente gli eventi, si lascia trascinare controvoglia nel viaggio notturno da Carlo e Doriano, e accetta senza protestare persino gli errori di percorso degli altri. Se l'immobilità e la sottomissione di Roberto sono figlie di una rigida morale del dovere e dello studio, quella di Giulio è un'indolenza quasi ancestrale, una totale paralisi emotiva legata alle abitudini della provincia e alla timidezza.
Entrambi i giovani guardano inizialmente con profonda insofferenza, fastidio e timore alla straripante vitalità dei più grandi, proprio perché percepiscono in quel disordine e in quell'assenza di regole l'eco spaventosa di una libertà che loro non sanno come maneggiare.
L'esito del viaggio: tra cinismo cannibale e riscatto generazionale
È proprio nell'esito del viaggio e nell'impatto di questa spinta esterna che si consuma il grande solco narrativo, storico e filosofico sul significato profondo della libertà tra le due epoche. Nel 1962, l'incontro con Bruno sblocca temporaneamente i freni inibitori di Roberto, conducendolo a un'iniziazione fulminea ed euforica lungo la via Aurelia; tuttavia, la libertà del boom economico descritta da Risi si rivela troppo cinica, individualista, veloce e distruttiva per essere realmente condivisa o tramandata. Nell'ennesimo sorpasso azzardato, la Lancia si schianta: Bruno, il predatore perfetto, riesce a salvarsi balzando fuori dall'abitacolo, mentre il giovane Roberto perde la vita nel fondo di una scarpata.
È un verdetto tragico che fotografa un'Italia capitalista e frenetica, una libertà cannibale capace di divorare i propri figli pur di non rallentare il passo e preservare il proprio egoistico movimento. Al contrario, ne Le città di pianura il finale ribalta radicalmente la tragedia in solidarietà generazionale e salvezza. Man mano che il viaggio notturno prosegue per le campagne venete, Giulio si sblocca: impara a usare attivamente le sue competenze di architetto per reggere il gioco dei due cinquantenni nella villa d'epoca, sintonizzandosi progressivamente con la loro scombinata allegria e trasformando la propria timidezza in risorsa.
A differenza di quanto accade a Roberto, per Giulio l'incontro con i "vecchi" non è una condanna a morte, ma un riscatto e una via di fuga: la mattina dopo, the ragazzo trova finalmente dentro di sé la forza di autodeterminarsi, prendendo il telefono per chiamare la sua bella e proporle di vedersi a Verona, compiendo il suo primo vero atto di libertà.
Il passaggio di testimone: il prezzo dell'autodeterminazione sui binari del futuro
Il passaggio di testimone tra le generazioni trova la sua sintesi perfetta nelle sequenze finali di entrambe le opere, che mettono a nudo il peso, il prezzo e la bellezza dell'indipendenza. Se Risi chiude il suo capolavoro con il silenzio agghiacciante della morte, la sirena della polizia e la solitudine disperata di Bruno davanti al mare di Castiglioncello – condannato a una libertà che si scopre vuota, sterile e priva di testimoni, tanto da non conoscere nemmeno il cognome del ragazzo appena ucciso, Sossai sceglie la luce del mattino, il sole e il movimento lineare come promessa di futuro.
Prima di lasciarlo andare verso la sua nuova vita, Carlo e Doriano esaudiscono il desiderio intellettuale di Giulio visitando insieme il monumentale memoriale Brion a San Vito d'Altivole: un luogo in cui l'architettura di Carlo Scarpa celebra la memoria dei morti, ma anche il passaggio dinamico tra la vita, la forma e la luce. Arrivati alla stazione, il treno di Giulio parte verso Verona, verso la libertà affettiva ed esistenziale che ha finalmente conquistato. E mentre il treno prende velocità sui binari, la Jaguar di Carlobianchi e Doriano lo segue da vicino lungo la strada parallela, con i due cinquantenni che salutano il ragazzo in un'euforia liberatoria e fraterna.
Ci si può scoprire prigionieri, rigidi e vecchi a vent'anni, sembra dirci il cinema attraverso questo affascinante specchio temporale, ma se si ha il coraggio di lasciarsi contagiare da chi non ha più nulla da perdere e conserva ancora il gusto del rischio, si può imparare a rompere la paralisi della pianura, trovare la propria stazione e rivendicare, finalmente, il proprio legittimo spazio nel mondo.
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