Dalle storiche collaborazioni della Hollywood classica fino alle più recenti passerelle globali dei red carpet contemporanei, il legame tra l'industria cinematografica e quella della moda si rivela un'intersezione culturale potente, capace di plasmare non solo la psicologia dei personaggi sul grande schermo, ma anche l'immaginario collettivo e le nostre abitudini di consumo quotidiane.
L’ispirazione per questa riflessione nasce dalla lettura di Cinema e moda, un saggio che esplora i territori di confine tra l’abito e l’immagine in movimento. L’autrice è Sara Martin, docente associata presso l'Università di Parma e stimata esperta di storia del cinema, da anni dedita allo studio delle contaminazioni visive, della scenografia e del costume. Affascinata dalla densità delle sue tesi, le ho proposto un’intervista per approfondire la complessità di questa relazione; una richiesta che la professoressa ha accolto con generosa disponibilità, aprendo le porte a un confronto ricchissimo di spunti critici e memorie storiche.
Il costume nel cinema non è mai stato un semplice involucro estetico o un dettaglio puramente decorativo. Al contrario, rappresenta uno strumento fondamentale di caratterizzazione psicologica e sociale. Sebbene la contemporaneità ci veda immersi in un flusso continuo di immagini amplificato da social network e piattaforme digitali, l'attenzione alla vestizione dell'attore affonda le sue radici nella storia stessa della settima arte, evolvendosi da pratica artigianale a pilastro di un'industria culturale integrata.
Questo intreccio virtuoso non nasce oggi, ma si trasforma nei modi e nella diffusione. Se nel cinema muto delle origini gli attori spesso provvedevano autonomamente ai propri abiti, già alla fine degli anni Quaranta i grandi magazzini proponevano al pubblico look che ricalcavano fedelmente i costumi dei personaggi cinematografici più amati. I registi hanno da sempre utilizzato l'abito come veicolo narrativo primario. In un film di qualità, la costruzione visiva deve essere totale, esigendo uno studio meticoloso «da capo a piedi» che non lasci nulla al caso. Al contrario, quando la sceneggiatura non approfondisce la psicologia dei personaggi, il costume scade nella banalità di una qualsiasi vetrina commerciale, privando lo spettatore di quella necessaria prossimità emotiva con la storia.
“Non è che in passato non ci fosse una forte attenzione nella vestizione dell'attore e del personaggio. È che nella contemporaneità c'è un interesse maggiore dal punto di vista dell'intersezione tra l'industria della moda e l'industria del cinema. [...] Fellini, ad esempio, individuava caratteristiche minute di quello che indossa quel personaggio perché quel cappello rappresenta una provenienza sociale, un certo tipo di carattere, così come la camicia o la giacca. L'attenzione da questo punto di vista al costume e alla scena non è superiore oggi; sono cambiati i modi.”
Oggi assistiamo a una reciprocità assoluta in cui i due mondi si alimentano a vicenda in un circuito economico e culturale. Da un lato, il cinema aumenta l’accessibilità al fashion, portando la conoscenza di brand esclusivi e oggetti di lusso a un pubblico globale. Attraverso il desiderio alimentato dal grande schermo o dalla serialità televisiva, basti pensare all'impatto di produzioni cult come Sex and the City e Friends, lo spettatore cerca poi di appropriarsi di quell'immaginario, anche ricorrendo al mercato del second-hand e a piattaforme digitali. Dall'altro, la moda sostiene l'economia del cinema ridefinendo i confini del divismo e della promozione.
Il fenomeno contemporaneo del method dressing ne è la prova più evidente: durante le anteprime mondiali e i red carpet, i divi moderni scelgono di vestirsi richiamando esplicitamente le atmosfere, i colori e i personaggi delle pellicole che stanno promuovendo. L'abito esce così dai confini della finzione filmica per farsi performance pubblica e strategia di marketing, trasformando la promozione in un'estensione della narrazione stessa. Tuttavia, l'impatto sul pubblico non è guidato dal mero feticismo del marchio, ma dalla fascinazione per lo stile complessivo della celebrità.
“Il cinema ha aiutato e aiuta molto la moda ad arrivare laddove la moda non arriverebbe, perché, obiettivamente, una persona che guadagna 1.500 euro al mese e si compra una borsa da 3.000 euro, che sono due stipendi, lo fa perché quella borsa lì rappresenta qualcosa che il cinema ha aiutato molto a veicolare. Se non ci fosse quel tipo di veicolo, rimarrebbero mondi separati. [...] Non è che uno spettatore va al cinema perché sa che ci saranno degli abiti di Dior indossati da tale divo o diva. C'è il sistema divistico della celebrity, quello attira il pubblico. Poi non importa il marchio che indossa... Importa il suo look in generale, cioè il suo stile.”
Nel tracciare una mappa di questa complicità estetica, vi sono pellicole che rimangono pietre miliari insuperabili nella storia del cinema. Capolavori come Sabrina di Billy Wilder hanno consacrato il sodalizio storico tra Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy, mostrando come il costume possa segnare la metamorfosi stessa della protagonista. Allo stesso modo, il lavoro di Piero Gherardi ne La dolce vita di Fellini ha saputo codificare un'intera idea di italianità e di eleganza senza tempo attraverso gli abiti e gli iconici occhiali da sole di Marcello Mastroianni, senza il bisogno di esibire loghi industriali, ma facendo emergere un'identità culturale profonda che permetteva allo spettatore di evadere temporaneamente dalla propria realtà quotidiana.
Nelle produzioni contemporanee, la coerenza visiva unisce indissolubilmente costume, scenografia e fotografia. Registi come Wes Anderson hanno costruito un intero universo autoriale sull'armonia geometrica e cromatica. Nel suo Il treno per il Darjeeling, la compiutezza formale raggiunge l'apice: i tre protagonisti diventano una meravigliosa rappresentazione stilistica maschile, incorniciata da elementi iconici come il set di valigie disegnato dal fratello del regista o l'accappatoio giallo di Schwartzman nel cortometraggio d'apertura. È la dimostrazione di come il costume e l'oggetto possano generare narrazioni autonome, un risultato reso possibile anche dal genio della costumista Milena Canonero.
“Un film è un film e non è una passerella. Nel momento in cui uno guarda un film, non dovrebbe pensare al costume, perché se ci pensa vuol dire che esce dal patto che ha instaurato con la narrazione cinematografica e comincia ad entrare in una dimensione che non è più quella narrativa. Quando un film mette al centro un abito vistoso di un brand, allora quel film si avvicina di più a un fashion film. [...] Il cinema è capace di parlare a molte persone, l'importante è che ci sia una coesistenza di varie tipologie.”
In poche parole, la forza dell’abito al cinema sta nella sua capacità di non farsi notare troppo, restando al servizio della trama. Un costume funziona al meglio quando non sembra un'interruzione pubblicitaria, ma accoglie lo spettatore e lo fa entrare nel film, mantenendo intatta la magia della storia.
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