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“Sono le loro anime a essere affamate e nude.”
Oscar Wilde
Nell’Eneide viene raccontata la storia d’amore tra Enea e Didone che, nella complessità del suo epilogo tragico, chiarisce anche quali sono le radici del nostro modello sociale.
Nel poema, i troiani giungono naufraghi a Cartagine, la “Città Nuova” fondata dalla regina Didone, e il fatum, “ciò che è stato detto”, oltre a stabilire la nascita del sentimento amoroso, decreta che Enea non si fermi nella città con Didone come vorrebbe, ma che, invece, prosegua il suo viaggio verso le coste d’Italia. Giove, quindi, garante del fatum, sollecita l’eroe a portare a termine il suo compito, inviando Mercurio ad ammonirlo per la sua dimenticanza.
“Se il destino mi desse di vivere secondo il mio cuore,| se potessi a modo mio ricomporre gli affanni, | a Troia, prima di tutto, le dolci reliquie dei miei | avrei raccolto (…) | L’Italia, costretto io la cerco.” dice Enea a Didone nel quarto libro, quando, dopo le sollecitazioni degli déi, abbandona la regina.
Enea è il pater, la guida della sua gente, e, come tale, incarna il modello esemplare dei valori di dedizione e dovere verso la comunità di cui fa parte, al fine di garantire il suo ordine e la sua continuità.
Nel modello rappresentato da Enea, quindi, è necessario che anche il fatum stesso e la devozione verso gli déi, non siano più esperienze che coinvolgono il singolo individuo imprevedibile, ma eventi che, attraverso il coinvolgimento del singolo, completamente integrato nella società di cui fa parte, riguardano la collettività nella sua interezza. In questo modo, il fatum di Enea diviene il fatum dei troiani, e l’io del singolo viene sostituito dal suo senso di appartenenza alla comunità, che modifica, come scrive Oscar Wilde nel saggio “L’anima dell’uomo nella società socialista”, il significato che si attribuisce all’individualismo.
Wilde intende per individualismo il compimento che può raggiungere un singolo individuo attraverso ciò che già possiede, vale a dire se stesso; con Enea, il compimento a cui un singolo aspira in una comunità è invece l’essere riconosciuto come sua parte integrante, attraverso quanto delle proprie capacità, e quindi del proprio sé, le dedica.
“E’ deplorevole che questa società sia costituita su tali basi da tenere l’uomo stretto in una morsa che non gli concede di sviluppare liberamente ciò che vi è in lui di piacevole, di buono, ma dove, invece egli perde il vero piacere e la gioia di vivere.” scrive Oscar Wilde, ricordando che in questo sistema l’uomo perde se stesso.
“(…) Spero che in mezzo al mare, se pur ci sono déi buoni, sconterai la pena e spesso Didone invocherai.” Dice Didone ad Enea quando lui l’abbandona, appellandosi alla parte del proprio io che Enea ha messo a tacere, e che, proprio perché è rimasta incompiuta, è destinata ad essere il tormento dell’eroe.
All’inizio del quarto libro dell’Eneide, Didone, riconoscendo “i segni della fiamma antica”, vive il conflitto tra se stessa e i doveri che ha nei confronti della sua gente. La sorella Anna, nei versi successivi, le consiglia di non sottrarsi ad un amore gradito, permettendo quindi di comprendere che gli eventi del fatum devono essere vissuti in accordo con la propria persona e i sentimenti che ci ispirano.
Il fatum nella storia di Didone, raccontata da Venere nel primo libro dell’Eneide, è un qualcosa che riguarda sia lei stessa che le responsabilità che ha nei confronti di quanti “avevano odio crudele contro il tiranno o tristo terrore” e che, a seguito dell’assassinio di suo marito Sicheo, sono fuggiti con lei da Tiro. Mettendosi alla guida dei fuggitivi e fondando Cartagine, Didone compie il suo dovere verso la società a cui appartiene, e costruisce, allo stesso tempo, il suo io, la sua anima.
L’epilogo della storia di Didone, tuttavia, mostra anche la fragilità dell’individualismo: il susseguirsi degli eventi del destino, in combinazione con il proprio io, permettono di costruirsi ogni volta, e, per questo, con l’abbandono di Enea, Didone perde la parte di se stessa a cui stava dando forma e che non ha mai voluto lasciare andare. La regina, in un attimo di lucidità, prova a recuperare i contorni di quel che era il suo sé prima dell’incontro con Enea, ma il fatum ha stabilito che ciò non avvenga e che, infine, Didone compia la scelta più tremenda.
La nostra società deve il suo sistema di valori all’eroe protagonista dell’Eneide, ma il poema ha da sempre fornito anche un ideale alternativo alla dedizione al dovere, che trova il suo archetipo, sia nel suo momento più alto, che nella sua più tragica distruzione, in Didone. La forma di individualismo indicata dall’Eneide fornisce le basi di una società che ha più il suo centro nelle responsabilità necessarie al suo sostentamento, ma nel singolo essere umano e nella sua anima.
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