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La traiettoria dell’horror contemporaneo si muove da tempo lungo una direzione ben precisa: il mostro non abita più nei luoghi reconditi della foresta o nelle manifestazioni del soprannaturale gotico, ma si annida nelle pieghe più ordinarie delle relazioni umane. Esiste, tuttavia, una declinazione ancora più specifica e claustrofobica che sta ridefinendo il genere in questa metà di decennio: l’incel horror. Non si tratta semplicemente di mettere in scena lo spavento fine a se stesso, ma di utilizzare la grammatica visiva del cinema di genere come uno specchio politico spietato. L'horror diventa quindi l'unico linguaggio grafico capace di mappare l'orrore psicologico e corporeo che scaturisce dall’entitlement maschile: quel radicato senso di diritto al possesso del corpo, dell’attenzione e dell’anima altrui, tipico dei sedicenti "bravi ragazzi" rifiutati che avvelena la nostra società.
Se pellicole recenti avevano iniziato a tracciare i contorni di questo disagio, è con Obsession (2026), l’opera prima su grande schermo di Curry Barker (già autore del cult virale Milk & Serial), che il sottogenere trova il suo manifesto definitivo: il film è infatti stato immediatamente innalzato dal pubblico e dalla critica globale come una radiografia sociologica di spaventosa urgenza sulle dinamiche di dating tossico contemporanee.
Al centro di questa architettura del terrore non c’è tanto il protagonista maschile, Bear, quanto il corpo abusato e la psiche frammentata di Nikki (interpretata da una straordinaria Inde Navarrette). È attraverso lei che il film compie il suo miracolo stilistico, trasformando una metafora fantastica nella testimonianza più brutale della condizione e della vulnerabilità della figura femminile nel mondo contemporaneo.

La destrutturazione del mito della "Crazy Girlfriend"
Per decenni, il cinema thriller e horror ha abusato dello stereotipo della crazy girlfriend: la fidanzata psicotica, ossessiva e persecutrice. Obsession prende questo trope, lo esaspera fino al grottesco e poi, con una torsione narrativa violentissima, ne ribalta il senso politico.
Nikki, sotto l’effetto del desiderio espresso da Bear, si trasforma in una caricatura vivente della devozione assoluta. Compie atti mostruosi, massacri, gesti di una violenza sia personale che esterna inaudita pur di proteggere e compiacere il suo compagno. Ma la genialità dell'operazione, sorretta da una regia chirurgica e priva di fronzoli, risiede nel fatto che questa follia non appartiene a Nikki. Non è il frutto di una sua nevrosi o di una sua scelta; è la proiezione pura, algoritmica e distorta del desiderio di Bear. Nikki cessa di esistere come individuo autocosciente per diventare un involucro vuoto, una bambola meccanica programmata per soddisfare l’ideale maschile di sottomissione e gelosia protettiva.
Superficialmente, la prima metà della pellicola può quasi sembrare una dark comedy sul prezzo da pagare quando i propri desideri si avverano. Ma per lo sguardo femminile, il film cambia fin dal primo istante, rivelandosi per ciò che è veramente: il terrore assoluto della perdita di consenso e dell'annullamento della propria identità all'interno di una struttura sociale patriarcale che esige la totale cancellazione del sé femminile.
Il momento intellettualmente e visivamente più devastante del film, e il nucleo da cui ogni analisi sull'incel horror dovrebbe partire, coincide con le sequenze notturne. Quando l’entità che sovrintende al "desiderio" si assopisce, la vera Nikki riemerge debolmente attraverso il sonno.
In quegli istanti di parziale e disperata lucidità, la performance di Inde Navarrette tocca vette di drammaticità assoluta. La sua voce non è più quella della fidanzata sottomessa e feroce del giorno; è la voce di una vittima intrappolata nel proprio corpo, che implora Bear di ucciderla per porre fine a quel supplizio. Questa dinamica eleva Obsession a vette di claustrofobia intollerabile. Il corpo di Nikki diventa una prigione fatta di carne: la sua mente è perfettamente cosciente dell'orrore che le sue mani compiono durante il giorno, ma non ha alcun controllo sui muscoli, sulle parole e sulle azioni.
Qui l'incel horror formalizza la sua tesi sociale più pura: il mostro non vuole distruggere la vittima; vuole abitarla, formattarla, riscriverne la volontà affinché rifletta esattamente le proprie necessità. Bear, di fronte a queste suppliche, dimostra la codardia tipica della tossicità relazionale: non si assume la responsabilità delle macerie emotive e fisiche che ha provocato, preferendo mantenere lo status quo pur di non ammettere il proprio fallimento e la propria mostruosa inadeguatezza.
La spaccatura di genere
Se il cinema è, per definizione, un'esperienza collettiva, la ricezione di Obsession ha tracciato una linea di faglia invalicabile all'interno delle sale cinematografiche, rivelando una spaccatura antropologica profonda e inquietante tra il pubblico maschile e quello femminile. Questa polarizzazione non si limita a una divergenza di opinioni critiche, ma si manifesta in una vera e propria reazione viscerale e corporea di fronte alle immagini, trovando il suo epicentro drammatico nella sequenza più controversa, disturbante e politica del film: quella che, spogliata di qualsiasi metafora sovrannaturale, si configura come un vero e proprio stupro.
Nella scena in questione, il controllo esercitato dall'entità sul corpo di Nikki si traduce in un atto di sottomissione fisica e intima assoluta nei confronti di Bear. Non c'è consenso, non c'è reciprocità; c'è solo un corpo espropriato della propria volontà e costretto a subire e ad agire una dinamica sessuale forzata, finalizzata all'esclusivo appagamento del desiderio (e dell'ego) del protagonista maschile. È in questo preciso momento che il film cessa di essere un thriller psicologico per trasformarsi in un saggio grafico sulla brutalità della violenza di genere contemporanea. Tuttavia, l'orrore più grande non si è consumato solo sullo schermo, ma nel buio della sala.
Nelle settimane successive all'uscita del film, i social media sono stati inondati dalle testimonianze dolorose e furiose di migliaia di spettatrici. La denuncia è drammaticamente identica in tutto il mondo: durante la proiezione di quella specifica, devastante sequenza di violenza, una parte consistente del pubblico maschile in sala ha riso.
Questa risata è un sintomo sociologico spaventoso che convalida l'intera tesi del film: laddove il pubblico femminile ha percepito, con un brivido di immedesimazione, il dramma assoluto della violazione del corpo e della perdita totale di controllo, una fetta di pubblico maschile ha saputo leggervi solo una situazione grottesca, o peggio, il coronamento di un’interiorizzata fantasia sessuale.
Abituata da certa sottocultura a demonizzare e de-umanizzare la figura femminile e a ridurla ad un semplice oggetto, quella parte di spettatori ha dimostrato una totale atrofia dell'empatia. Ridere di fronte al corpo violato di Nikki significa non saper riconoscere lo stupro quando questo si veste dei codici del cinema di genere. Significa ridurre l'abuso a "effetto collaterale" di una dark comedy, rassicurati dal fatto che, dopotutto, a compiere l'atto è un meccanismo magico e non il "bravo ragazzo" in cui molti di loro si identificano.
Questa sconcertante reazione di massa è la prova definitiva di una frattura insanabile: uomini e donne, davanti alla stessa identica pellicola, stanno guardando due film totalmente diversi.
Per molti uomini, il film si ferma alla superficie della parabola morale, dove gli eccessi di Nikki sono elementi di puro intrattenimento grafico o di tensione cinematografica, fino a percepire la violenza intima come un paradosso umoristico.
Per le donne, il film è un documentario iperrealista sotto metafora. È la messa in scena grafica di una paura quotidiana, sistemica e millenaria: quella di trovarsi intrappolate nella proiezione mentale di un uomo che, non tollerando l'autonomia femminile, preferisce possedere un guscio vuoto e sottomesso piuttosto che relazionarsi con un individuo libero.
Questo inquietante fenomeno di ricezione si collega direttamente a una frangia di spettatori, rintanata nei meandri dei forum e nelle sezioni commenti di TikTok, che è riuscita nell'incredibile impresa di vedere Bear come la vera vittima della storia. La tesi, tanto superficiale quanto imbarazzante, si basa su un’assoluta cecità analitica: Bear sarebbe il "povero ragazzo" intrappolato in un incubo che non voleva, perseguitato dalle derive violente di una donna fuori controllo.
Liquidare il film in questo modo non è solo un errore di comprensione del testo cinematografico, ma un sintomo sociale preoccupante. Significa ignorare deliberatamente il concetto di causa-effetto e, soprattutto, quello di consenso. Bear non è una vittima delle circostanze; è consapevole di una violenza sistemica provocata da lui. Il fatto che perda il controllo sugli effetti del suo desiderio non lo assolve, anzi, ne evidenzia la colpa: ha voluto azzerare il libero arbitrio di Nikki per pura frustrazione egoriferita.
Credere che il disagio psicologico di Bear di fronte ai massacri compiuti dalla fidanzata equivalga al calvario di Nikki, letteralmente espropriata del proprio corpo, significa confondere il senso di colpa del carnefice con il dolore della vittima.
Ed è proprio questa incapacità cronica di assumersi la responsabilità delle proprie azioni il nucleo fondante dell'incel horror che questa rubrica si propone di smontare.
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