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Cafè Society, New York City, 1939. L’aria impregnata di fumo di sigarette e sudore è carica di una strana elettricità. Il silenzio rende l’atmosfera ancora più tesa. Un riflettore illumina il volto della famosa cantante che si è esibita tutta la sera, acclamata e applaudita dal pubblico. Sta per eseguire l’ultimo brano, novità assoluta del suo repertorio. Chiude gli occhi per immergersi nella profondità delle parole che interpreterà, conscia dell’impatto che avranno sul pubblico in ascolto. L’assolo di tromba con la sordina, accompagnato da qualche nota al pianoforte, preannuncia quello che sarà il primo grande brano di protesta del jazz; il primo a denunciare esplicitamente il razzismo e i linciaggi negli Stati Uniti. A cantarlo quella che diventerà la voce più audace, calda e perturbante del panorama jazz americano, la voce di una ragazza nera: Billie Holiday.
Il brano in questione, dal titolo Strange Fruit (Frutto strano) fu scritto dal poeta e insegnante ebreo Abel Meeropol con lo pseudonimo di Lewis Allan nel 1937, e inciso da Billie Holiday due anni più tardi, per la piccola etichetta Commodore Records. La Columbia, sua casa discografica principale, si era infatti rifiutata di incidere il brano, ritenendolo troppo scandaloso e compromettente.
La poesia era stata ispirata da una terribile foto scattata dal fotografo Lawrence Beitler in Indiana nel 1930. L’immagine ritraeva diversi uomini bianchi festanti davanti ai corpi di due giovani afroamericani, massacrati di botte e poi impiccati a un albero. Furono accusati, senza prove effettive, di aver rapinato e ucciso un uomo bianco e di aver violentato una donna.
Strange fruit racconta metaforicamente dei massacri verso gli afroamericani: i corpi appesi diventano strani frutti dall’odore acre, che penzolano su rami degli alberi del Sud, col sangue che ne ricopre interamente le foglie e le radici.
Southern trees bear strange fruit
(Gli alberi del sud producono uno strano frutto)
Blood on the leaves and blood at the root
(Sangue sulle foglie e alle radici)
Black bodies swinging in the southern breeze
(Corpi neri oscillano nella brezza del sud)
Strange fruit hanging from the poplar trees
(Strani frutti che pendono dai pioppi)
[…]
La forza struggente del brano non risiedeva solo nella crudezza dei pochi versi, ma nel modo in cui Billie Holiday li impersonava. Pur non possedendo un timbro di voce molto potente o un’estensione vocale infinita, l’artista aveva ereditato da Louis Armstrong il senso del fraseggio e un timbro vocale modellato sul suono di una tromba jazz, capace di piegare le note e rallentare il tempo a suo piacimento; da Bessie Smith, invece, aveva assimilato la carica drammatica del blues. A questo straordinario talento, si univa il peso di una vita travagliata: gli abusi subiti nell’infanzia, la povertà e l’abbandono avevano depositato nelle sue corde vocali una profonda malinconia. Quando cantava Strange Fruit, Billie usava la voce come uno strumento d’ottone graffiante e doloroso, riversandovi dentro tutto il proprio vissuto. Era un'interpretazione così magnetica e viscerale da togliere il fiato a tutto il pubblico.
Nel Sud degli Stati Uniti la pratica dei linciaggi si era diffusa massicciamente dopo la fine della guerra di Secessione (1865), trasformandosi talvolta in una forma di macabro divertimento popolare nelle cittadine più povere. L’aspetto più agghiacciante di queste persecuzioni non era solo la brutalità, quanto la loro sconvolgente normalità. Erano vissute dalle famiglie suprematiste bianche come veri e propri eventi comunitari: vi partecipavano con bambini vestiti a festa, si tenevano nelle piazze o nei boschi; i partecipanti scattavano fotografie e stampavano cartoline da inviare ad amici e parenti lontani, una pratica limitata dalla legge solo nel 1908. Molti bianchi consideravano questi massacri come “giustizia sommaria” o autodifesa a sostegno delle leggi Jim Crow, in vigore nei singoli stati meridionali a partire dal 1876. Queste contribuirono a sistematizzare la segregazione razziale per gli afroamericani e per altre minoranze. La separazione fu fisica (nelle scuole, nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto, nei bagni dei ristoranti) e aveva l’obbiettivo di ostacolare l’esercizio di diritto di voto a chi parteneva a queste comunità. Nel 1896 la Corte Suprema aveva legalizzato la segregazione sotto la dottrina “separati ma uguali”, sebbene i servizi per i cittadini afroamericani fossero di qualità nettamente inferiore. Su tutto questo, per moltissimi anni, regnò un’omertà istituzionale assoluta che non solo riguardava sceriffi, giudici e politici locali, ma arrivava fino ai vertici di Washington: il congresso americano rifiutò ripetutamente di approvare una legge federale che rendesse il linciaggio un reato punibile dallo Stato (Costigan-Wagner Bill). Per questi e altri motivi tra cui violenza estrema, assenza di diritti civili e povertà, fra il 1910 e il 1970 circa 6 milioni di afroamericani migrarono dagli Stati del Sud rurale a quelli del Nord e dell’Ovest. Un fenomeno riconosciuto come Great Migration, che diede spazio di denuncia a diverse importanti organizzazioni di difesa dei diritti civili come la NAACP, sigla di National Association for the Advancement of Colored People (Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore), attiva dal 1909 nella lotta per l’uguaglianza giuridica, sociale e politica delle minoranze.
Nella palude gigantesca di silenzio e indifferenza di quegli anni, la voce di Billie Holiday esplode come una bomba. Una voce che portava addosso le stesse cicatrici di quella violenza sistemica:
Pastoral scene of the gallant South
(Scena pastorale del galante Sud)
The bulgin’ eyes and the twisted mouth
(Gli occhi sporgenti e la bocca storta)
Scent of magnolias sweet and fresh
(Profumo di magnolie, dolce e fresco)
Then the sudden smell of burnin’ flesh
(Poi d'improvviso l'odore di carne che brucia)
[…]
Cantare Strange Fruit in un locale notturno significava violare quel patto di omertà nazionale. Significava costringere i bianchi benestanti, in cerca di svago nei club di New York, a guardare in faccia la realtà di sangue su cui poggiava il loro benessere. Nessuna canzone ebbe un impatto così forte sulla società prima di allora, per questo si può considerare come il vero primo manifesto della lotta per i diritti civili.
Billie Holiday fece breccia nell’ipocrisia di un intero Paese, ma il sistema non glielo avrebbe mai perdonato. Infatti, subito dopo la prima esecuzione del brano, nel 1939, ricevette la prima minaccia dal Federal Bureau of Narcotics (Agenzia federale antidroga). A quanto pare, la canzone portò il commissario Harry Anslinger, noto per le sue posizioni razziste, a fissarsi sulla caduta della cantante, sfruttando la sua tormentata dipendenza da droghe come pretesto per perseguitarla e vietarle di cantare Strange Fruit durante le sue tournée. Ciononostante, Billie Holiday continuò a sfidare le autorità cantando il brano ogni volta che le era possibile:
Here is a fruit for the crows to pluck
(Ecco qui un frutto per i corvi da strappare)
For the rain to gather
(Per la piogga da raccogliere)
For the wind to suck
(Per il vento da succhiare)
For the sun to rot
(Per il sole da marcire)
For the tree to drop
(Per gli alberi da far cadere)
Here is a strange and bitter crop
(Ecco qui uno strano e amaro raccolto)
Le persecuzioni di Anslinger e della sua squadra si abbatterono sulla cantante con precisione chirurgica. Nel 1947 gli agenti federali riuscirono a incastrarla per possesso di stupefacenti, condannandola a un anno di reclusione. A causa della condanna, Billie Holiday fu costretta a cedere allo Stato la Cabaret Card, il permesso speciale obbligatorio per potersi esibire in qualsiasi locale di New York che servisse alcolici. Per un’artista jazz, quella revoca equivaleva alla morte professionale ed economica. Bandita dai club della sua città, Billie fu costretta a tour estenuanti, costantemente sorvegliata dagli agenti federali. Una situazione di isolamento e terrore che non fece che alimentare le sue dipendenze, ma che non la fece mai desistere dal cantare Strange Fruit.
Il livello di crudeltà del sistema divenne ancora più palese nel 1959. A soli 44 anni, devastata da una cirrosi epatica, Billie Holiday venne ricoverata all’ospedale di New York in condizionni disperate. Invece di garantirle l’assistenza medica necessaria, gli agenti fecero irruzione nella sua stanza e la dichiararono in arresto per possesso di droga, ammanettandola al letto d’ospedale. Le vietarono visite e interruppero persino le cure disintossicanti d’emergenza a base di metadone. Billie Holiday morì così, da prigioniera di Stato, il 17 luglio 1959.
Se la Lady del jazz ha pagato con la vita il prezzo del suo attivismo, la sua voce ha tracciato una linea di non ritorno nella lotta per i diritti civili. Basta navigare sul sito ufficiale della NAACP per rendersi conto che le battaglie iniziate in quegli anni non sono affatto finite. L’associazione, che un tempo lottava contro le leggi Jim Crow, è ancora oggi in prima linea contro la profilazione razziale, la brutalità sistemica delle forze dell’ordine e i moderni tentativi di soppressione del voto, norme burocratiche pensate per ostacolare il diritto di voto delle minoranze. Inoltre, lo sconvolgente ritardo della giustizia americana ha una data precisa che dimostra quanto profonda sia la ferita: solo nel marzo del 2022 il governo federale ha finalmente firmato l’Emmett Till Antilynching Act, la legge che dichiara ufficialmente il linciaggio come un crimine d’odio nazionale. Ci sono voluti più di ottant'anni da quando Billie Holiday ha cantato per la prima volta Strange Fruit, sfidando l’omertà di un’intera nazione. Strange Fruit non è stata solo una parentesi nella storia del jazz, ma il primo vero mattone di un manifesto civile di grandissima ispirazione ancora oggi.
© Punto e Virgola
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