4
Si può davvero dialogare con il bosco? È la domanda che attraversa Il Codice del Bosco, il documentario presentato giovedì 2 luglio all'Arena Estiva del Cinema Astra di Parma nell'ambito del Festival Insostenibile. Un film che esplora il tentativo di instaurare nuove forme di comunicazione tra esseri umani e piante, intrecciando ricerca scientifica e immaginazione.
Tre anni dopo la furiosa tempesta Vaia, la foresta diventa il soggetto senziente del racconto cinematografico. Alla proiezione è seguito un momento di confronto con il regista Paolo Ceretto e il ricercatore Alessandro Chiolerio, protagonisti del progetto, che hanno approfondito con il pubblico le questioni sollevate dal documentario. Un'occasione per incontrare chi questo film lo ha realizzato e chi, ogni giorno, lavora sul confine tra ricerca scientifica e nuove possibilità di conoscenza.
L'Arena estiva del Cinema Astra è stata avvolta dalle sonorità che caratterizzano il docu-film e dall'immensità del patrimonio verde delle foreste del Trentino, restituendo al pubblico un'esperienza immersiva. Ambientato in un'area boschiva della Val di Fiemme dopo la distruzione causata dalla tempesta Vaia – ciclone con venti di intensità media fino a 120 km/h e raffiche superiori ai 200 km/h che ha devastato il patrimonio boschivo di vaste aree del Nord e del Centro Italia – Il Codice del Bosco racconta il tentativo di due scienziati di testare l'intelligenza delle piante e instaurare forme alternative di dialogo tra scienza e natura attraverso la ricerca sui segnali elettrici delle piante. Il linguaggio segreto del bosco si manifesta grazie ai segnali bioelettrici, che diventano modelli di collaborazione.
La tempesta Vaia, che tra il 26 e il 30 ottobre 2018 ha colpito l'arco alpino orientale, è considerata uno dei più gravi eventi meteorologici mai registrati nelle foreste italiane. Secondo le stime di enti di ricerca e organismi forestali, sono stati danneggiati oltre 42.000 ettari di bosco, con circa 8,5 milioni di metri cubi di legname abbattuti, modificando profondamente l'equilibrio ecologico di vaste aree alpine. È proprio all'interno di questo paesaggio ferito che prende forma il racconto del documentario.
La ricerca sui segnali bioelettrici rappresenta oggi uno degli ambiti più innovativi della biologia vegetale. Numerosi studi hanno dimostrato che le piante producono variazioni elettriche in risposta a stimoli ambientali, ferite o condizioni di stress, aprendo nuove prospettive sulla comprensione delle loro capacità di percepire e reagire all'ambiente. Il documentario parte da queste basi scientifiche per spingersi oltre, interrogandosi sulla possibilità di instaurare un vero dialogo con il mondo vegetale.
Il docu-film sfida apertamente i paradigmi convenzionali della scienza obiettiva, mettendo in scena un esperimento pionieristico di comunicazione che intreccia scienza, tecnologia e mito. Il bosco si manifesta come un'entità viva, abitata da un genius loci con cui imparare a dialogare. Un esperimento durato un anno e mezzo che pone al centro del dibattito una scienza non obiettiva, ma aperta, capace di lasciare spazio al confronto e a nuove possibilità. Da una parte, una sfida lanciata alle leggi rigide della comunità scientifica, dall'altra un banco di prova per un nuovo modo di fare documentario, con un film che lentamente ti catapulta in un bosco, facendoti vivere i suoi suoni, i suoi tempi e le persone che lo abitano.
Proprio questa apertura rappresenta uno degli aspetti più interessanti del documentario: il film non presenta come acquisite tutte le ipotesi che mette in scena, ma invita il pubblico a riflettere sui limiti dell'approccio scientifico tradizionale e sul dialogo possibile tra ricerca sperimentale, filosofia della natura e immaginazione.
La foresta porta ancora il riverbero di un evento catastrofico, dove non vi è solo la distruzione fisica, ma la frattura di un equilibrio ecologico che la monocoltura aveva già reso fragile. In questo racconto si inserisce la presenza del bostrico, un piccolo coleottero del gruppo degli Scolitidi, di forma cilindrica e di colore bruno, lungo circa 4-5 mm, che detta nuove regole all'esperimento in corso d'opera: la ricerca prova infatti a comprendere se gli alberi siano in grado di attivare una comunicazione di allarme condivisa in vista di un possibile attacco dell'insetto.
Si tratta del bostrico tipografo (Ips typographus), specie che attacca prevalentemente gli abeti rossi. Dopo Vaia, l'enorme quantità di alberi abbattuti ha favorito una proliferazione senza precedenti dell'insetto, che negli anni successivi ha interessato vaste aree delle Alpi orientali. Secondo ricercatori e tecnici forestali, anche l'aumento delle temperature legato ai cambiamenti climatici ha contribuito a rendere il bostrico una delle principali minacce per gli ecosistemi forestali alpini.
Il Codice del Bosco è un film che sceglie di non offrire scorciatoie, né risposte semplici. È un docu-film che parla soprattutto attraverso il suono. Con una sequenza di immagini a camera fissa e le parole di Alessandro Chiolerio e di Monica Gagliano, studiosa nel campo emergente della bioacustica vegetale, i protagonisti diventano lo scricchiolio del legno, il soffio del vento, il rumore della pioggia e il fragore dei tuoni.
L'assenza quasi totale di una colonna sonora tradizionale sposta l'attenzione sull'ascolto del paesaggio: il bosco non è soltanto lo sfondo della narrazione, ma diventa esso stesso voce narrante. Il suono si trasforma così in uno strumento di osservazione, capace di accompagnare lo spettatore dentro i ritmi e i tempi della foresta.
Un continuum analogico, come afferma Monica Gagliano: una possibilità nuova di stare nel mondo. Comprendere che la distanza tra essere umano e natura è, in realtà, una distorsione costruita dall'uomo, incapace di guardare oltre. Una visione difficile da accogliere, immersi come siamo nella società tecnica e scientifica contemporanea. Gli alberi non sono "altro" rispetto a noi, ma parte integrante di ciò che siamo. Il docu-film invita così a riflettere sul significato stesso della parola "altro", spostando lo sguardo verso una dimensione antropologica che annulla le distanze tra uomo e natura.
L'esperimento documenta anche un fenomeno inatteso: la reazione comportamentale degli alberi durante un'eclissi lunare. In occasione di una configurazione planetaria che si ripete ogni diciotto anni, le piante hanno attivato un processo di sintonizzazione quattordici ore prima dell'occultamento. Un'osservazione che, nel documentario, viene proposta come spunto di riflessione e apre interrogativi sulla natura delle relazioni tra gli organismi vegetali e sui possibili modelli interpretativi, senza pretendere di offrire una dimostrazione definitiva.
Durante l'incontro conclusivo, Paolo Ceretto ha raccontato il percorso che ha portato alla realizzazione del documentario. Filmmaker, autore e regista, dal 2016 insegna sceneggiatura e regia allo IED – Istituto Europeo di Design di Torino. Dopo il suo primo documentario internazionale, Space Hackers (2006), ha diretto La fabbrica di cioccolato (2010), Quando Olivetti inventò il PC (2011) e Waste Mandala (2015).
Accanto a lui Alessandro Chiolerio, ricercatore presso l'Istituto Italiano di Tecnologia e tra i maggiori studiosi italiani nel campo delle nanotecnologie e della cibernetica della natura. La sua ricerca esplora nuove forme di interazione tra sistemi biologici e tecnologia, aprendo prospettive inedite sul mondo vegetale. Il suo approccio interdisciplinare, tra fisica, elettronica, nanotecnologie e biologia, lo ha portato a collaborare con il Politecnico di Torino, il Jet Propulsion Laboratory della NASA, il Max Planck Institute e la University of the West of England.
Il Codice del Bosco è un docu-film che sfida la nostra percezione. Non vuole spiegarci, ma vuole farci sentire. Restituisce al bosco una voce, una memoria e una capacità di raccontare ciò che è stato e ciò che è. Unisce scienza, mito, ecologia sistemica e una profonda riflessione sulla nostra incapacità di accettare l'invisibile.
In questo senso Il Codice del Bosco non è soltanto un documentario sulla foresta dopo Vaia, ma una riflessione sul nostro modo di abitare il pianeta. Il bosco non viene raccontato come un semplice ecosistema da osservare, bensì come una comunità vivente con cui ristabilire una relazione, ricordandoci che la resilienza della natura passa anche dalla capacità dell'essere umano di imparare nuovamente ad ascoltare.
E ci ricorda che, nonostante tutto, il bosco è pronto a rinascere.
Il codice del bosco è intatto. Ed è pronto a rinascere.
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:
Dello stesso autore:



