Car* lettor*,
nella giornata del 28 Giugno, insieme allo staff di insostenibile e ad una squadra di forti avventurieri, siamo stati ospitati dal bosco secolare che abbraccia il Lago Santo, a Lagdei, circondati dagli alti faggi patriarchi. Una giornata trascorsa a camminare nel silenzio, a sorridere dentro e fuori e, all’insegna dell’avventura, ad affrontare imprevisti. La navetta che ci ha portato ai Cancelli del bosco è partita alle ore 9:00 dalla zona del Campus: l’inizio del cammino che ci avrebbe portato fino al rifugio Mariotti. Durante il viaggio il percorso dell’autobus ha presto abbandonato il caldo e il cemento della città per regalarci la vista delle nostre splendide montagne, possenti e incastonate nel cielo.
Una curva alla volta, tra praterie, valli e piccoli paesini, la navetta ci ha portati al luogo dell’incontro con le guide del CAI (Il Club Alpino Italiano nato a Parma ufficialmente il 7 gennaio 1875) che, volontariamente, ci hanno accompagnati durante tutta la giornata e aiutati nei momenti di difficoltà.
Il nostro gruppo si è diviso tra i due itinerari previsti: alcuni hanno deciso di prendere il sentiero della Panoramica, e vedere le montagne dall’alto, mentre altri hanno deciso di percorrere il dislivello delle Carbonaie, un sentiero in mezzo al bosco organizzato per ripercorrere la storia dei nostri antenati carbonai. Nello specifico, caratterizzati, l’uno da un percorso aperto ai monti che adornano l’Appennino Tosco-Emiliano, l’altro per la presenza, appunto, delle carbonaie, luogo dove le famiglie si occupavano di commerciare il carbone derivato da un processo di carbonizzazione del legno il quale, pesante, era difficile da trasportare e, come direbbe la nostra piccola guida Federico: “sarebbero serviti grandi muscolari per trasportarlo”. La scelta è stata difficile ma, motivati dalla maggiore lunghezza del percorso nelle carbonaie, abbiamo optato per questo percorso. Il tragitto era afflitto dalla presenza di grandi alberi bostricati, abeti rossi morti, perché attaccati dal bostrico, piccolo essere vivente venuto dall’esterno, che intacca il legno costruendo canali, uccidendo gli abeti e la biodiversità degli insetti che contengono al loro interno. Così il nostro percorso ci ha catapultati all’interno di un viaggio che, da un lato ci meravigliava per la rigogliosità della vita e dell’esistenza, dall’altro ci scuoteva e ci imponeva a riflettere sulla fragilità della natura, sulla tutela dell’ambiente. Circondati da grandi alberi caduti e secchi che dipingono un paesaggio quasi spettrale e accompagnati da una inaspettata dicotomia generata dalla bellezza della luce che entra sul tragitto per l’assenza di chiome verde, abbiamo potuto apprendere che dove qualcosa cade, qualcos’altro cresce: le piccole isole d’erba e di fiori incontrate lungo il cammino, infatti, hanno potuto generarsi unicamente grazie alla presenza di questi «buchi di sole». Terminato il dislivello, tra pause per rifiatare e per le gradite spiegazioni fornite dalle nostre guide, ci siamo trovati poco sopra il Lago Santo all’incontro con il sentiero della Panoramica. Potevamo vedere adesso la distesa appenninica, tra pezzi di tragitto rocciosi con vista e pezzi con terra battuta.
Quando abbiamo sentito le voci in lontananza sentivamo la vicinanza del nostro traguardo, lì c’era il Lago Santo, una distesa d’acqua blu dalle cui sponde si poteva vedere in lontananza il rifugio Mariotti (o Lagdei). Il lago è giovane, imponente, incontaminato e gelato; da lui nasce un affluente della Parma. Un lago profondo e dal quale, affacciandosi nello specchio di acqua, si può vedere una grande varietà di pesci che nuotano. Il rifugio è stato testimone storico della seconda guerra mondiale, oggi guidato da una gestione tutta al femminile, ha svolto il ruolo di importante punto di riparo durate la lotta partigiana in Appennino contro i nazisti. E così come è stato teatro di scontri e di presidio in passato è oggi rifugio per i visitatori e punto di ristoro. Arrivati, abbiamo potuto godere del sole riflesso sul lago e di una pausa pranzo.
Tra una chiacchera e l’altra, il momento dell’evento tenuto da Marco Albino Ferrari era arrivato. Il bosco ci ha accolto, le persone si sono sparse tra gli alberi usando le rocce come sedute o schienali. Guardandosi attorno ci siamo trovati in un anfiteatro boschivo, delineato da bandierine appese agli alberi e dal profondo e misterioso suono del bosco. Le parole di Marco Albino Ferrari suonavano insieme a queste musiche naturali, creando una sinfonia che, anche senza la comprensione delle parole, da sola sarebbe bastata a trasmetter e un messaggio. Un racconto compartecipante, dove la natura ha assunto un certo protagonismo quando ha iniziato a piovigginare sopra le nostre teste. ecco che il ticchettio delle gocce, adesso, accompagnava e cullava le sue parole. Terminato il racconto nell’aria risuonavano, oltre ai suoni della montagna, gli applausi commossi del pubblico. Comprendere cosa siamo e verso quale strada dovremo andare sono le lezioni che Marco Albino Ferrati ha cercato di dare. il monologo ha presentato tre ambientazioni diverse che mettevano al centro la natura e l’uomo, dove si poneva al centro una importante questione: la natura esiste come insieme concettuale? Cosa gli uomini dovrebbero fare per lavorare collettivamente ad uno scopo comune: quello di preservare e adattare il nuovo modello di vita alla natura per un futuro più sostenibile?
Era tempo di tornare alla navetta che ci avrebbe accompagnato nuovamente nella città di Parma. Le guide del CAI, instancabili Virgili lungo la strada della montagna, ci hanno fatto strada per il percorso della Panoramica. Dopo pochi metri dall’inizio del cammino qualche goccia si era fatta di pesante e il cielo, dapprima illuminato dal sole, era diventato adesso di un azzurro tenue, dovuto alla scomparsa dei dietro a nuvole che si facevano sempre più grigie. Nemmeno immaginandolo avremmo potuto pensare che saremmo tornati a Valle zuppi dalla testa ai piedi. Tra i fulmini, il diluvio e qualche leggera grandinata, senza linea internet e senza campo, quello che potevamo fare era stringerci l’uno all’altro e camminare. Ci guardavamo tra noi fradici come pulcini bagnati, con le scarpe zuppe, come fossimo entrati vestiti dentro il lago. Solo il sentiero davanti a noi e l’acqua che si era fatta grandine. I monti erano spettatori di una fiumana di persone che tra un passo e l’altro, tra la mano di uno stretta alla mano dell’altro, tentando di non scivolare, ridevano. Consci del fatto che, forse per la prima volta dopo tanto tempo, stavano davvero vivendo una avventura.
Quando si dice, car* lettor*, che l’uomo è vivo quando l’adrenalina sale, questo era uno di quei momenti. Quell’avventura che non ci siamo cercati, ma che in qualche modo ha unito persone e personalità diverse verso un comune obiettivo, arrivare a Valle. Milo Adami, caro amico del giornale nonché organizzatore del festival, ridendo continuava a dirci «la montagna ci ha benedetti» riferendosi in parte al caldo torrido delle ultime settimane e, in parte, ci piace pensare, a qualcosa di più profondo che le parole faticano a ordinare e restituire. Tra un dolcetto e qualche bevuta, ancora bagnati dalla testa ai piedi ci siamo diretti dove il bus ci aspettava: la giornata è stata un tuffo in un universo diverso dalla nostra quotidianità. La pioggia ha smesso di scendere dal cielo e siamo saliti sulla navetta, che ha percorso la strada verso Parma. Il bus è arrivato e con lui i saluti tra persone che, solo sei ore prima era sconosciuti e, forse, ora, lo erano un po' meno. Il tramonto ci ha accompagnato a casa dove ci aspettava una bella doccia e il pensiero di questa giornata che porteremo per sempre nel cuore.
Antonio ed Emma
foto di Nicola Cavallotti
© Punto e Virgola
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