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Se dieci anni fa vi avessero detto che, nel bel mezzo degli anni Venti del Duemila, l'unico leader dello scacchiere euro-mediterraneo a puntare i piedi contro un massacro di civili sarebbe stato Erdogan, probabilmente avreste riso fino a sputarvi il caffè sui pantaloni. Eppure, eccoci qua.
Benvenuti nell'epoca in cui il cinismo ha fatto il giro su se stesso ed è diventato satira involontaria.
Mentre l'Unione Europea -teorico baluardo dei diritti umani- si impegna in contorsioni dialettiche per non disturbare il manovratore -papà Trump- e gli Stati Uniti continuano a staccare assegni in bianco per le bombe, in Medio Oriente c'è una "democrazia" che spiana quartieri e un dittatore che invochiamo affinché difenda l’umanità. Sì, parlo proprio di quell'Erdogan. Quello dei giornalisti in galera e delle purghe istituzionali. Il fatto che il nostro compasso morale sia finito nelle mani del Sultano di Ankara non è solo una provocazione: è la certificazione clinica del nostro fallimento culturale e politico.
Dietro la retorica del salvatore, ovviamente, non c'è una conversione mistica sulla via di Damasco: c'è la geopolitica, fredda, cinica e spietata. Ed è una partita in cui nessuno dei due giocatori principali può permettersi di alzarsi dal tavolo.
Il "Dopo-Iran" non è la pace: è un'asta al ribasso
Sgombriamo il campo dalle illusioni: il ridimensionamento della presa iraniana sul Medio Oriente non è un fattore positivo. Quando un antagonista arretra, non lascia un vuoto neutro: apre un mercato politico della paura.
Israele ha passato decenni a costruire la sua architettura strategica su un principio basilare: prevenire e colpire per evitare l'emergere di una minaccia esistenziale. Ma la deterrenza è come il latte: ha una data di scadenza breve. Se non la usi, va a male. E qui emerge il paradosso della politica -e forse anche dell’identità- israeliana: ha un disperato bisogno di un nemico. In un ecosistema dove la minaccia iraniana sfuma, il sistema politico e militare di Tel Aviv ha bisogno di un nuovo mostro sotto il letto per giustificare le proprie scelte interne ed esterne. E chi meglio della Turchia? È grande abbastanza da non far ridere, vicina abbastanza da essere rilevante e sufficientemente ambigua da poter essere etichettata come nemica quando serve.
Dall'altra parte, Ankara ha lo stesso problema speculare. Erdogan non ha costruito un'impalcatura neo-ottomana per finire a fare il guardiano del condominio, incaricato solo di tenere chiusi gli stretti e bloccare i migranti. La Turchia cerca profondità strategica. L'antagonismo tra i due non nasce da una pazzia improvvisa, ma da una banale sovrapposizione: entrambi vogliono decidere le regole del gioco. E in Medio Oriente, la diplomazia non ammette ghostwriter: è la politica internazionale pre-ONU.
La Siria e il Mediterraneo
Dove si scarica questa frizione? Sulla geografia, ovviamente. La Siria non è più uno Stato, è un corridoio di potere. La matematica del conflitto qui è spietatamente lineare:
- La Turchia vuole una Siria abbastanza stabile da poter essere controllata per gestire l'incubo curdo e i rifugiati;
- Israele vuole una Siria cronicamente frammentata, militarmente sterilizzata, incapace di ospitare attori ostili.
Quando due potenze disegnano la stessa mappa con due matite diverse, il risultato non è un compromesso: è una linea di faglia. E se l’analisi matematica del conflitto è lineare, i rischi sono esponenziali.
E poi c'è il Mediterraneo orientale, il vero teatro dell'ingegneria egemonica. Qui la politica estera si fa con i tubi e i cavi. Progetti come l'IMEC (il corridoio India-Golfo-Israele-Europa) sono percepiti da Ankara per quello che sono: un tentativo di accerchiamento. È la diplomazia del condominio: Israele, Grecia e Cipro indicono un'assemblea per la cooperazione energetica, ma il punto all'ordine del giorno è sempre e solo come fregare il vicino turco.
Il Paradosso Europeo e l’Hellwatt del Golfo
In tutto questo, il ruolo dell'Europa rasenta il capolavoro comico. Da un lato urliamo contro le trasgressioni russe, dall’altro bisbigliamo di fronte ad un genocidio; ma in questa situazione la Turchia ha una carta in mano che fa veramente gola a noi europei.
Le capacità di produzione di droni di Ankara farebbero comodissimo a un'Europa disarmata, ma integrare la Turchia nel sistema di difesa europeo (come il meccanismo SAFE) significa armare un attore che consideriamo revisionista e reazionario. Il risultato? Un'area grigia di cooperazione tecnica e diffidenza politica, che fa benissimo agli affari di Erdogan e innervosisce Tel Aviv; ma che è un suicidio sul piano esistenziale per l’Unione Europea.
Nel frattempo, il Golfo fa la fine del festival al Campo Volo di Reggio Emilia. Smettiamola di pensare ai Paesi arabi come a spettatori che tifano per Israele o per la Turchia. Riyad e Abu Dhabi giocano per sé. Competono tra loro (vedi le frizioni sull'OPEC) e usano la Turchia come partner industriale e piattaforma diplomatica per non dipendere da nessuno. L'amicizia ritrovata tra Erdogan e l'Arabia Saudita non è amore: è massa critica per non farsi isolare.
Il temuto Articolo 5: perché nessuno può fare marcia indietro
Arriviamo al nodo centrale, quello che toglie il sonno ai pianificatori della NATO. La Turchia non è l'Iraq o l’Iran. Non è un attore "isolabile". È il secondo esercito dell'Alleanza Atlantica. Se Israele alza troppo il tiro, o se la Turchia risponde, cosa succede all'Articolo 5? L'idea di un conflitto aperto è un tale incubo burocratico e strategico che l'Occidente farebbe di tutto per evitarlo:
- Cosa succede se Israele abbatte un aereo turco e viene invocato l’Articolo 5? The Donald sicuramente non manterrà la parola data, ma l’Europa?
- e, ancora, se non viene rispettato il trattato di difesa nemmeno dall’Europa, quali possono essere le conseguenze di una Turchia che si avvicina alla Russia? O, peggio ancora per i tifosi del blocco occidentale, alla Repubblica Popolare Cinese?
Eppure, nessuno dei due protagonisti, tra Turchia e Israele, può permettersi di frenare:
- Israele non può arretrare, perché in un sistema a somma negativa, cedere il passo significa invitare i vicini ad attaccarti. La supremazia è un dispositivo politico interno, prima ancora che militare. Inoltre, se domani finisce la guerra, è probabile che metà governo vada in galera: quindi la guerra è da far andare avanti il più possibile;
- La Turchia non può arretrare, perché diventerebbe lo zerbino su cui passano i corridoi logistici altrui. E stiamo parlando della Turchia: il patriottismo e il nazionalismo non sono da sottovalutare.
Erdogan, come ci salvi?
Come ne usciamo? La risposta breve è: male.
La risposta articolata prevede tre opzioni:
- Scenario A: Guerra fredda (il più probabile). La frizione diventa sistemica: sabotaggi, intelligence, narrazioni avvelenate. La Siria diventa il poligono di tiro e il Mediterraneo uno scacchiere, ma coinvolto solamente nelle acque confinanti alle turche. L’Europa ne resta fuori ed Erdogan cerca di guadagnare terreno senza fare casino, passando anche per protettore dei palestinesi.
- Scenario B: Conflitto per procura (il più rischioso): droni "caduti per caso", milizie pagate in contanti, esplosioni senza firma. Nessuno dichiara guerra, tutti si sparano addosso. È un attimo sbagliare bersaglio e l’Articolo 5 diventa l’incubo di Israele o la delusione della Turchia.
- Scenario C: Lo scontro diretto. Quello che i falchi israeliani mettono sul tavolo per fare la voce grossa: nessuno lo vuole pagare, ma tutti lo evocano per darsi un tono. E penso proprio che rimarrà questa la situazione.
La conclusione è amara: la Turchia non sta diventando il nemico di Israele per una questione di antisemitismo o di principio morale. Lo sta diventando perché un Medio Oriente post-Iran è stracolmo di vuoti, e ha bisogno di un nuovo asse attorno cui far ruotare il conflitto.
E così, noi occidentali ci ritroviamo seduti in tribuna, incapaci di fermare un massacro compiuto dai nostri "alleati democratici", e costretti a sperare che sia il Sultano a rimettere in equilibrio la bilancia.
Erdogan, salvaci tu, sussurriamo di nascosto, vergognandoci un po', ma non abbastanza da cambiare le cose.
© Punto e Virgola
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