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Spesso, quando si parla di “vittime di Mani Pulite”, si citano subito Sergio Moroni, Raul Gardini e Bettino Craxi. Ma nessuno, o quasi nessuno, cita il nome di Ambrogio Mauri.
Infatti, molti si chiedono: “ma chi è costui?”
Nato nel 1931, in quel di Desio, da Carlo Mauri, fondatore nel 1921 dell'azienda che oggi conosciamo come Mauri Bus Systems, Ambrogio ereditò l'attività paterna nel 1949, trasformandola, da un'officina di riparazione di componenti per mezzi a motore, in un produttore di autobus e filobus.
Mauri si distinse per la sua capacità di innovare, progettando e realizzando veicoli per il trasporto pubblico. Tra le sue invenzioni più significative c'è il Bi-Bus, un mezzo versatile in grado di funzionare sia come filobus che come autobus a gasolio in assenza di corrente elettrica. Questo veicolo, che avrebbe dovuto rappresentare il futuro del trasporto pubblico, suscitò grande interesse all'estero, ma fu sostanzialmente ignorato dalle aziende municipali italiane. Ambrogio Mauri è anche noto per l'ideazione del jumbo-tram, un innovativo sistema di trasporto che univa tre vetture tramite piattaforme girevoli, e per la sperimentazione della carrozzeria in alluminio, un materiale che garantiva leggerezza e durata, riducendo i costi di gestione.
Negli anni '80, Mauri progettò un nuovo autobus da diciotto metri, non più a quattro assi portanti, ma a tre, rendendo i mezzi più maneggevoli e comodi. Questa innovazione, insieme all'adozione di tecnologie avanzate, posizionò la sua azienda tra i leader di settore. Oltre alla sua carriera imprenditoriale, Mauri si impegnò anche in politica, ricoprendo il ruolo di consigliere comunale a Desio per la Democrazia Cristiana dal 1970 al 1975.
Negli anni '90, Mauri si batté contro il "malaffare" negli appalti pubblici, rifiutando di pagare tangenti. "Io lavoro poco perché non pago", affermava, una scelta coraggiosa che alla fine gli costerà la vita. Con l'avvento di Tangentopoli, Mauri pensò che le cose potessero cambiare e partecipò attivamente al processo di rinnovamento in corso, testimoniando davanti al pool Mani di Pulite. Tuttavia, la sua speranza si trasformò in delusione quando si rese conto che, nonostante le promesse di riforma, la situazione non era migliorata.
Nel 1996, Mauri partecipò a una gara per la fornitura di cento autobus all'ATM di Milano, un'opportunità cruciale per la sua azienda. Nonostante avesse tutti i requisiti per vincere, l'appalto fu assegnato a un altro soggetto, che naturalmente aveva unto le solite ruote per battere la concorrenza. Questa esclusione, insieme alla crescente consapevolezza che il sistema non era cambiato, portò Mauri a sentirsi sconfitto e impotente.
Il 21 aprile 1997, Ambrogio Mauri si suicidò nel suo ufficio. Seduto alla scrivania, si sparò un colpo al cuore dopo aver scritto una lettera d'addio ai suoi familiari, in cui esprimeva il suo dolore e la sua impotenza di fronte a un sistema che sembrava non voler cambiare. "Ogni giorno che vengo in ufficio è una sofferenza, fisica e professionale. Mi trovo in un mondo che non comprendo più", scrisse, evidenziando il suo disincanto verso la società e verso la sua professione, anche perché nessuno mosse un dito per evitare questa tragedia.
Ambrogio Mauri lasciò la moglie Costanza e i suoi tre figli, Carlo, Umberto e Roberta. La sua morte suscitò un ampio dibattito sulla corruzione in Italia e sull'impatto che essa ha sugli imprenditori onesti. Antonio Di Pietro, simbolo della lotta alla corruzione, partecipò al suo funerale, sottolineando il fatto che Mauri fosse una vera vittima di quel sistema tangentizio, che nemmeno Mani Pulite era riuscito a debellare.
Nel corso degli anni, la figura di Ambrogio Mauri è stata commemorata in vari modi. Nel 2012, il comune di Desio ha dedicato un parco cittadino alla sua memoria, e nel 2013 ha ricevuto una menzione d'onore al premio Giorgio Ambrosoli. L'associazione "Libera" ha dedicato a lui la campagna "Riparte il futuro", una proposta di legge contro la corruzione.
La sua storia è stata raccontata nel libro "Un uomo onesto. Storia dell'imprenditore che morì per aver detto no alle tangenti", scritto da Monica Zapelli e pubblicato nel 2012. La sua vita e la sua lotta contro la corruzione continuano a ispirare nuove generazioni, sottolineando l'importanza dell'integrità e della trasparenza nel mondo degli affari.
La vita di Ambrogio Mauri incarna il tratto fondamentale della sua terra di origine: la dedizione e la passione per il lavoro. "Il lavoro veniva prima di tutto" per lui. Iniziò a lavorare giovanissimo, ereditando una piccola officina a soli 19 anni, e trasformandola in una delle principali aziende costruttrici di autobus di linea del nord Italia. La sua determinazione e il suo rigore etico lo portarono a rifiutare il sistema delle tangenti, portando la sua ditta ad essere sistematicamente esclusa dai bandi pubblici.
La lettera di addio di Mauri è un testamento morale che mette in luce la sua lotta contro la corruzione e il suo desiderio di un'Italia migliore. "Auguro a chi continua a resistere di avere maggiore fortuna di me", scrisse, esprimendo la sua frustrazione per un sistema che sembrava non lasciare spazio per l'onestà.
Ambrogio Mauri rimane un simbolo di resistenza contro la corruzione, un uomo che ha pagato il prezzo della sua onestà in un contesto difficile e complesso. La sua storia è un invito a riflettere sull'importanza di mantenere i principi di integrità e trasparenza, anche di fronte a sfide apparentemente insormontabili. La sua vita è un monito che ci ricorda che la vera onestà può costare, ma è un valore che vale la pena difendere.
In un contesto in cui la corruzione costa agli italiani 237 miliardi di euro ogni anno, è fondamentale continuare a sperare e a lottare per un futuro migliore. La crisi attuale deve servire a far emergere una classe dirigente più etica e responsabile, affinché nessuno debba più affrontare il tragico destino di Ambrogio Mauri. La sua vita e la sua morte devono essere un catalizzatore per il cambiamento, un invito a costruire un sistema che premi l'onestà e l'integrità.
© Punto e Virgola
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