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"Ciao mamma, devo partire. Non c'è più niente qui per me. Nessun futuro, nessuna speranza. Ho studiato tanto, tu sai i pianti che facevo prima di un esame, tu hai visto l'impegno che ci ho messo e la forza con cui ho resistito. Non ce la faccio più! Devo andare via, devo andare a scoprire chi sono, cosa sono capace di fare, ho bisogno di ritrovarmi. Qui la gente come me viene guardata male, campagnoli del cazzo! Li ho sempre odiati e ho studiato proprio per non fare quella fine lì! Non è bastato mamma. Non basta mai in questo paese. Avevo trovato lavoro ma, come ben sai, hanno preferito il cugino di famiglia anche se meno capace. Non è più il mio paese questo, non mi sento di appartenergli, non mi sento italiana. Voglio diventare cittadina del mondo e trovare fortuna altrove. Ti voglio bene mamma! Ti ringrazio per tutti i tuoi sacrifici ma devo andare, devo capire chi sono. Devo scoprirmi."
Una cartolina lasciata sul letto in una notte d'agosto. Fuori, i grilli che cantano, sembrano celebrare la tua partenza. Facendo le valigie di fretta e silenziosa. Fuori, una macchina che ti aspetta, la tua nuova vita, la via di fuga!
Scappare di casa. Scappare dalla famiglia, dagli affetti, gli amici. Prendere e partire.
Tu lo hai fatto, l'ho fatto anche io.
Perché sempre più giovani se ne vanno da qui? È un po' la domanda del secolo…
Con questo pezzo cercheremo di dare voce a tutti quei giovani che se ne sono andati e magari ora tornano qui da turisti.
Come siamo arrivati a questo fatto? Perché sta aumentando sempre di più?
Nel 2024, sono partite dall'Italia verso altri lidi 191.000 persone. Di queste, 156.000 erano cittadini italiani!!
Mai così tante persone dal dopo guerra se ne sono andate dal paese.
Se ne vanno i giovani soprattutto.
Chi ha studiato non aspetta la fila qui, ma va a fare il dottore da un'altra parte. E lo pagano pure meglio!
Secondo OECD, l’Italia è penultima in Europa per salari medi dei giovani laureati. Un giovane italiano guadagna il 20–30% in meno rispetto ai coetanei europei.
Basterebbe questa frase per spiegare la situazione, ma voglio trovare quelle sfumature che rendono questa storia drammatica e allarmante.
Io posso dire una cosa con abbastanza sicurezza. La mia generazione, e anche quelle a seguire, non ha più voglia di sbattersi per non ottenere nulla. Muri di burocrazia, concorsi fallati, raccomandazioni. Un giovane non può crescere in questo sistema malato.
Succede quindi, che molti dei nostri talenti migliori, vadano a prendersi la gloria in un altro paese.
Io non ci sono riuscito, anzi, ho fatto più casini che altro, ma ho comunque ho sentito il bisogno di andarmene.
Con una precarietà cronica e una scarsa mobilità sociale sono partito. L'ho fatto per cercare qualcosa. Ho trovato una strada.
Certo, è stata dura, ma sono cresciuto, ho imparato, ho sbagliato tanto. Tutto però mi è servito per migliorare.
l’Italia è tra i Paesi OCSE dove è più difficile migliorare la propria condizione sociale rispetto alla famiglia d’origine.
Considerando anche il fatto della scarsa meritocrazia, a volte andarsene fa solo bene.
A livello psicologico i giovani percepiscono un "tetto di cristallo sociale" che li blocca. il 72% dei giovani ritiene che in Italia “contino più le conoscenze del merito”, il 64% pensa che i concorsi pubblici non siano trasparenti. Come detto prima un sistema che sta fallendo rallenta tantissimo la crescita dei nostri giovani. Secondo l'Istituto Toniolo “I giovani italiani percepiscono una sistematica svalutazione del proprio talento.” di conseguenza, i risultati sono senso di abbandono, senso di inutilità, frustrazione e una lenta perdita della propria autostima professionale.
La chiamano "adultità ritardata". A 30 anni spesso si vive ancora con i genitori o in qualche modo si dipende ancora da essi. Perché?
Perché non possono permettersi una casa, non hanno un lavoro stabile, non possono progettare una famiglia o in ogni caso un futuro, non hanno certezze!
Questo crea ansia emotiva, paura per il proprio futuro e il rischio precoce del burnout. Secondo OECD “L’emigrazione giovanile italiana è guidata dal desiderio di realizzare un’identità professionale che il Paese non permette.”
I giovani vogliono sempre di più emanciparsi, staccarsi dalla famiglia, essere più autonomi e indipendenti.
Io quando sono andato in Germania ci sono andato per prendere di più e vivere una situazione di pseudo libertà. Facevo il gelataio e sinceramente mi piaceva pure, lasciamo stare che mi hanno ingannato sul contratto, però avevo 18 anni, cosa potevo saperne?. In fondo qui nessuno mi aveva mai insegnato qualcosa sul diritto, il lavoro ecc...
Da nord a sud è cominciato un esodo che non sembra volersi fermare. Questo è compensato però dalla forte immigrazione. Come al solito facciamo l'oro in casa, lo vendiamo al miglior offerente e poi andiamo a comprarlo da un'altra parte.
I nostri giovani vanno nel Regno Unito, in Svizzera, Germania, Spagna, Olanda. Dall'altra parte arrivano molti laureati ucraini, indiani, cinesi, filippini.
Il saldo migratorio dei laureati tra i 25 e i 34 anni è drammatico: –58000 italiani contro +68000 stranieri che arrivano nella stessa fascia d’età. In Italia vivono oltre 5,3 milioni di stranieri. La quota di stranieri con titolo universitario è inferiore alla media UE, ma in forte crescita tra i giovani. Le seconde generazioni (nati o cresciuti in Italia) hanno livelli di istruzione molto più alti dei genitori.
Paradossalmente, molti di loro finiscono a fare lavori per cui sono troppo qualificati. È un’altra contraddizione italiana: importiamo capitale umano che non sappiamo valorizzare. Quindi non roviniamo solo i nostri di giovani ma anche quelli di altri paesi!!
Ma gli esperti cosa dicono? Oltre l'ISTAT o l'OCSE ci sarà qualcuno che si è posto la domanda "Perché tutto questo?". Ebbene sì, per fortuna, forse. Il sociologo Ilvo Diamanti ci definisce "la generazione del disincanto". Secondo lui noi giovani italiani non crediamo più nelle istituzioni, nella politica, nella meritocrazia “Non è una generazione fragile. È una generazione disillusa.”
Mauro Magatti, sociologo dell'università Cattolica, parla di "società della stanchezza" dove partire diventa un modo per uscire da un sistema che consuma energie senza restituire nulla.
E diciamolo forte e chiaro che siamo stanchi. I giovani sono stanchi! Ed il primo vecchio che mi viene a contestare questa cosa non fa altro che alimentare un fuoco, un fuoco che ora brucia piano piano ma, tra qualche decennio, quando ci saranno più laureati indiani che italiani ed il paese sarà in mano a chissà chi, diventerà un incendio su larga scala difficile da domare.
Secondo Franco Berardi viviamo in una depressione sociale. Il fuoco sopracitato non è fuoco che scalda è fuoco che brucia, rade al suolo, distrugge come la depressione. Comincia piano prima di diventare cronica. I giovani di oggi vivono in questa depressione cronica perché, come già detto, la mancanza di futuro, di riconoscimento, di stabilità e tranquillità rende i giovani cervelli instabili emotivamente e quindi, anche in questo caso, partire è una soluzione per non sentire più quel peso sul groppone. La partenza è un atto di sopravvivenza emotiva.
Ulrich Beck, sociologo tedesco, ha analizzato la migrazione dei giovani da una posizione di più ampio raggio, definendo la società attuale una "società del rischio" dove tutto è precario e instabile. Lui analizza i giovani in generale ma possiamo benissimo usare i suoi studi per fare un identikit preciso del classico giovane laureato italiano.
Beck ci spiega che in questa società ogni individuo deve "formarsi da solo", la carriera, la famiglia, l'identità, la sicurezza. Questo in Italia si traduce in giovani speranze che vivono l’individualizzazione senza protezioni.
Lo stato non aiuta, l'economia nemmeno e la società attuale non si smuove di un centimetro.
Ma tutti se ne vanno o qualcuno resta?
Ve lo dico subito, qualcuno resta a combattere.
Molti psicologi parlano di “resilienza territoriale”: la capacità di trasformare un contesto difficile senza abbandonarlo.
È un atto di coraggio diverso da quello di chi parte.
Ci sono giovani che rimangono qui, si rimboccano le maniche e provano a cambiare il sistema. Questi giovani non sono meno coraggiosi, sono giovani che magari non possono permettersi il viaggio. E allora cosa fanno? Restano. Restano nel paese che li opprime, che li spreca. Restano per creare attività, iniziative. Restano per creare cultura e lavoro.
Domenico de Masi parla di "creativi resistenti" ovvero giovani che inventano lavori nuovi, start‑up, associazioni, progetti culturali, perché il sistema non offre nulla.
Questi giovani andrebbero premiati. Forse non esiste però un premio adatto a chi vuole ricostruire questo paese dal basso. Abbiamo già visto come il sistema premia le conoscenze, la parentela, le raccomandazioni.
Chi resta, spesso lavora in nero o è sottopagato, fa due lavori per sopravvivere, vive ancora con i genitori, studia e lavora insieme, si inventa un mestiere, apre una partita IVA, crea reti informali di supporto e nel mentre, organizza eventi culturali, apre librerie indipendenti, crea start‑up sociali, fa volontariato, si impegna nella politica locale, recupera spazi pubblici, costruisce comunità.
Sono i costruttori silenziosi. Sono giovai che escono dal fango di un paese impantanato nella sua stessa burocrazia.
Sono giovani che pagano un prezzo doppio. Doppio stress, doppia sensazione di inadeguatezza, doppie persone che non credono in loro e nel loro cambiamento.
Io sono andato via per ribellione e sono tornato per necessità. Al mio ritorno però, non ho notato nessun cambiamento. Ero cambiato più io che il mio paese.
Io sono uno dei tanti che dopo mille giri ha deciso di restare, di costruire qui, di mettere radici.
Quanto vale un giovane come me? Quanto valgono i giovani che creano lavoro? Magari nel mezzogiorno dove è ancora più difficile uscire dal sistema.
Quanto valiamo noi giovani? Vorrei sentire un vecchio rispondere, uno di quelli che a 18 era al fronte contro i tedeschi, uno di quelli che negli anni "buoni" ha lottato e costruito qualcosa.
Vorrei un imprenditore che lavora da 50 anni. Perché non punta sui giovani del territorio invece di prendere lavoratori in nero spesso sottopagati?
Vorrei una risposta da mia mamma che ha lavorato 40 anni in cucina. 40 anni di festività non godute, 40 di sabati e domeniche passate a lavorare, 40 anni di sacrifici.
Noi giovani dobbiamo fare la stessa fine?
Io non credo anzi, più che non credo, non voglio!
Ogni giovane che parte lascia una stanza vuota, una sedia che nessuno occupa più, un pezzo di futuro che evapora. Ogni giovane che resta lascia un pezzo di sé sul campo, ogni giorno.
E in mezzo ci siamo noi, sospesi tra un Paese che non cambia e un mondo che ci chiama.
Forse un giorno torneremo. Forse no. Ma una cosa è certa: non saremo noi ad aver tradito l’Italia. È l’Italia che, da troppo tempo, ha smesso di credere in noi.
© Punto e Virgola
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