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Ho una sorella che fa la parrucchiera quindi soldi spesi per i tagli uguale zero! Ogni mese però, perché li taglio una volta al mese, è sempre la stessa storia. Io sono innamorato dei miei capelli e tagliarli è sempre un po' una perdita per me e, come ogni volta, io li voglio in un modo e mia sorella li taglia come le pare!
Io adoro avere i capelli lunghi e passarci la mano tra le ciocche biondo scuro. Ho avuto le treccine, la coda, una volta mi arrivavano fino alle spalle. Ho sempre avuto un bel rapporto con i miei capelli e quindi mi sono chiesto, come mai ci tocchiamo spesso i capelli? Perché per certe persone tagliarli è come tagliarsi un braccio?
Ovviamente, come sempre, c'è una spiegazione. Ora la vediamo approfonditamente.
Come detto prima, mi sono sempre preso cura dei miei capelli come se fossero una parte sensibile di me, passarci le dita non è un vezzo, è un modo per ritrovare un centro quando tutto intorno vibra. Quel gesto apparentemente banale ha una funzione regolatoria, infatti, la ricerca mostra che i comportamenti di self‑touch aumentano quando siamo in ansia e servono a stabilizzare l’emozione nel qui e ora.
Esperimenti controllati dimostrano che il contatto tattile, anche quando è auto‑indotto, come poggiare una mano sul petto o accarezzarsi, riduce la risposta fisiologica allo stress misurata con il cortisolo. Toccare il proprio corpo può abbassare la tensione biologica, e questo spiega perché, nei momenti difficili, le mani cercano i capelli come se cercassero un interruttore di calma.
A livello neurobiologico, il tatto sociale e l’affetto attivano sistemi di legame (tra cui l’ossitocina) che facilitano fiducia e vicinanza anche se il gesto è rivolto a sé stessi, la stessa rete neurale che regola l’attaccamento risponde alla stimolazione tattile, rendendo il gesto di toccarsi i capelli un piccolo atto di cura che replica, in scala ridotta, il conforto sociale. Il tocco è quindi sia medicina che linguaggio affettivo.
Possiamo quindi dire che i nostri capelli hanno la stessa funzione di una pallina antistress.
Ma i capelli non sono solo pelle e nervi, sono un simbolo. In molte culture l’acconciatura comunica genere, appartenenza, ribellione o conformismo quindi tagliarli o perderli può essere percepito come una ferita identitaria. Per molte persone perdere i capelli o subirne il cambiamento equivale a perdere un pezzo di sé, e la sociologia della capigliatura lo documenta come fenomeno carico di significati sociali e storici.
I capelli sono stati simboli di identità, potere e appartenenza fin dall’antichità. Nell’Egitto e nella Grecia antica acconciature e parrucche segnalavano rango e ruolo. Nella Bibbia il voto nazireo (non tagliare i capelli) era segno di dedizione mentre, nella modernità il controllo del capello (tonsure, rasature militari, capelli lunghi dei movimenti giovanili) ha sempre marcato norme sociali e resistenze culturali. Queste pratiche mostrano che il capello è un segno visibile di chi sei e di dove stai nella società. Questo ci fa capire che un'acconciatura non è quasi mai fine a sé stessa anzi, oggi come allora si cerca magari la stravaganza quindi capelli colorati, creste, frangette ecc...
Ora andiamo un po' più a fondo. Cerchiamo di capire cosa cambia tra uomo e donna nel fare lo stesso gesto.
Già nelle società preistoriche il capello funzionava come un segnale sessuale e di status, infatti, gli studi antropologici di Desmond Morris mostrano che la lunghezza e la cura dei capelli erano indicatori di salute riproduttiva nelle donne e di forza o appartenenza tribale negli uomini. Da allora, toccarsi i capelli è rimasto un gesto che comunica disponibilità, sicurezza o dominanza, molto prima che diventasse un fatto estetico.
Nell’antichità il gesto di toccarsi i capelli assumeva significati diversi: come documenta l’antropologa Emma Tarlo, la chioma femminile era simbolo di fertilità e modestia, mentre per gli uomini i capelli segnalavano rango e appartenenza, dai guerrieri spartani ai sacerdoti egizi. Questa divergenza storica spiega perché ancora oggi lo stesso gesto venga letto in modi differenti. Nelle donne il tocco dei capelli si intreccia con norme estetiche e comunicazione non verbale, eredità dell’idea della chioma come “corona” femminile, negli uomini, invece, il gesto oscilla tra autoregolazione emotiva e affermazione identitaria, riflettendo trasformazioni recenti della mascolinità. La funzione psicologica è simile, ma il contesto culturale modula profondamente la visibilità e l’interpretazione del gesto.
È importante però, distinguere tra conforto adattivo e comportamento patologico.
La tricotillomania è il quadro in cui il toccarsi i capelli si trasforma in uno strappo compulsivo con conseguente perdita di capelli e sofferenza clinica. La prevalenza stimata varia ma rientra intorno all’1–2% della popolazione, con frequente comorbilità ansiosa. Il criterio discriminante è l’impatto sulla vita e il grado di sofferenza.
La tricotillomania non è un semplice “vizio”, ma un disturbo riconosciuto dalla psichiatria moderna e, come spiegano Jon E. Grant e Samuel R. Chamberlain, due dei massimi esperti internazionali, si tratta di un comportamento compulsivo che nasce dall’incapacità di resistere all’impulso di strapparsi i capelli, spesso accompagnato da un sollievo immediato seguito da senso di colpa.
Le ricerche di Nancy Keuthen, del Massachusetts General Hospital, mostrano che la tricotillomania colpisce circa l’1–2% della popolazione come detto prima, con una prevalenza nettamente maggiore nelle donne. Questo dato non è casuale, Keuthen evidenzia come le pressioni estetiche e la socializzazione femminile rendano il rapporto con i capelli più vulnerabile a forme di controllo compulsivo.
Gli studi di Grant e Odlaug hanno dimostrato che la tricotillomania attiva circuiti cerebrali simili a quelli dei disturbi ossessivo‑compulsivi, coinvolgendo aree legate all’impulso e alla ricompensa. Il gesto di strappare il capello produce un picco di tensione seguito da un sollievo immediato, una dinamica che rinforza il comportamento e lo rende difficile da interrompere. Già nel XIX secolo i medici francesi parlavano di "mania di strapparsi i capelli". Jean‑Étienne Esquirol descriveva pazienti che, nei momenti di angoscia, si strappavano ciocche intere come forma di auto‑lenimento. Questo dimostra che il fenomeno non è moderno, ma radicato nella storia della psicopatologia.
Se toccarsi i capelli è un gesto di autoregolazione, la tricotillomania rappresenta la sua versione estrema e patologica, lo stesso bisogno di calmarsi, ma portato oltre il limite, fino a diventare autolesione. È come se il corpo, non trovando più conforto nel gesto lieve, cercasse sollievo in un’azione più intensa e distruttiva.
Quando parliamo di tricotillomania, non parliamo di persone che "si tirano i capelli", ma di individui che combattono una battaglia silenziosa contro un impulso che nasce nel profondo. Grant lo definisce un ‘corto circuito emotivo’ cioè un gesto nato per calmarsi che finisce per ferire.
Dal gesto nervoso delle pazienti di Esquirol nell’Ottocento alle ricerche neurobiologiche di Grant e Chamberlain, la tricotillomania racconta una verità scomoda ovvero, quando le emozioni non trovano voce, il corpo parla attraverso i capelli.
In fondo, ci tocchiamo i capelli perché è l’unico modo che abbiamo per non toccare il resto: le paure, le mancanze, le crepe che ci attraversano. I capelli sono il nostro alibi, il nostro rifugio, la nostra scusa. Ma anche il nostro grido. E quando li lasciamo andare, quando li tagliamo o li strappiamo, è solo il corpo che parla al posto nostro.
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