"Mio figlio ieri ha perso la testa! Ha distrutto il suo armadio e sfondato lo specchio con un pungo. Poi ha continuato a colpire il muro finché non gli si sono rotte le nocche delle mani. Non so cosa fare dottore…. Mio figlio perde il controllo molto spesso e spesso lo fa per delle vere e proprie stupidaggini, tipo non trovare le ciabatte di fianco al letto la mattina! Dottore mi aiuti, aiuti mio figlio, io ho paura che un giorno quella rabbia la possa rivolgere contro di me…"
Il dottore prende nota di tutto poi chiede "Signora, lei ha mai chiesto a suo figlio perché è arrabbiato? Ha mai cercato di capire da dove nasce quella rabbia furiosa?"
La donna aggiusta il fiato, schiarisce la voce e racconta di come tutto sia cominciato quando lei ed il marito si sono separati. La separazione non è stata affatto facile anzi, è stata molto turbolenta ed il ragazzo da piccolo, prima che il giudice definisse con chi doveva vivere, veniva sballottato di qua e di là vivendo in prima persona la lotta per l'affidamento.
Questa scena succede ormai troppo spesso nelle famiglie, nei giovani italiani. Sempre più ragazzi si perdono dietro alla rabbia ed il rancore verso i genitori o comunque le figure adulte.
Secondo una ricerca dell’Istituto degli Innocenti di Firenze (2022), i figli coinvolti in separazioni conflittuali mostrano un rischio triplo di sviluppare comportamenti aggressivi e disregolazione emotiva. Non è la separazione in sé a ferire, è la guerra che la precede.
La neuropsichiatra infantile Elisa Fazzi, presidente SINPIA, lo dice chiaramente “I bambini non soffrono perché una famiglia si divide, soffrono quando diventano campo di battaglia”.
Ma cosa succede veramente nella mente di un ragazzo che vive in preda alla rabbia costante? Rabbia verso di sé, rabbia verso gli altri, rabbia verso il mondo?
Cerchiamo, come sempre, di guardare il tutto da una prospettiva psicologica.
La psicoterapeuta Valeria Brunetti parla di “rabbia senza contenitore”: non è un capriccio, non è un’esplosione improvvisa. È il segnale di un sistema che si è incrinato. Quando un ragazzo spacca un muro, in realtà sta spaccando il silenzio di una famiglia frammentata, di legami spezzati, di narrazioni interrotte. È un grido che dice “Non mi state contenendo, non mi state vedendo.”
Sempre Brunetti dice che la rabbia, in molti adolescenti, è l’unico modo per sentirsi vivi. Non è un’arma, è un SOS. È la forma distorta con cui chiedono riconoscimento, appartenenza, identità. Quando non hanno parole, usano i pugni.
Questo ci spiega alcune cose, alcune situazioni, ma cosa succede davvero nel cervello di un adolescente in preda agli impulsi rabbiosi?
La psicologa Maria Rostagno ricorda che la corteccia prefrontale, la parte del cervello che controlla gli impulsi, matura completamente solo intorno ai 25 anni. Significa che un ragazzo arrabbiato non è “fuori controllo”, è in costruzione. È un cervello che sta ancora imparando a frenare, a valutare, a respirare prima di reagire.
Io personalmente sono stato per anni vittima della mia stessa rabbia. Covavo un risentimento verso la vita in generale che mi ha fatto buttare all'aria relazioni, progetti, possibilità. Ora a 26 anni mi sento, anche grazie alla terapia, più sereno e meno in conflitto con il mondo. Questo conferma ciò che dice Maria Rostagno aggiungendo anche che “La drastica diminuzione dell’età degli autori e delle vittime di violenza è la conseguenza di una mancata educazione affettiva”. Nessuno insegna ai ragazzi a nominare ciò che provano. E quando non sai dare un nome al dolore, il dolore prende il nome di rabbia.
Io giocavo a calcio e, come difensore, ero molto bravo, però venivo spesso espulso per falli o molto più spesso per reazioni aggressive verso i giocatori rivali o il direttore di gara. Uno studio dell’American Psychological Association (APA, 2020) mostra che gli adolescenti che praticano sport ad alta intensità hanno un rischio minore di comportamenti aggressivi fuori dal campo, proprio perché lo sport diventa un regolatore emotivo naturale. Guardando indietro, mi rendo conto che il mio cervello funzionava esattamente come descrivono gli studi, il sistema limbico era un motore acceso, la corteccia prefrontale un meccanico inesperto. Io reagivo prima ancora di capire cosa stessi provando. E ogni espulsione, ogni scatto d’ira, era solo il sintomo di un cervello che stava cercando disperatamente un equilibrio che ancora non aveva.
Ora, io quando tornavo a casa ero sereno, infondo mi ero sfogato facendo sport che, come abbiamo capito, aiuta moltissimo ma per chi non ha avuto una valvola di sfogo come me che fine fa?
Secondo una ricerca dell’Università di Padova (2021), i ragazzi che non hanno spazi sicuri per esprimere emozioni intense sviluppano più facilmente comportamenti oppositivi, autolesionismo o dipendenze. Non perché sono “problematici”, ma perché non hanno un luogo dove la loro intensità possa esistere senza fare danni.
La psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris lo ripete da anni, “Un adolescente che non trova ascolto diventa un adolescente che urla. E quando non può urlare fuori, urla dentro”.
Se vogliamo davvero capire la rabbia dei ragazzi, dobbiamo smettere di guardare il pugno e iniziare a guardare la ferita. Perché è lì, nella ferita, che si nasconde la storia che nessuno ha ancora avuto il coraggio di ascoltare.
Troppo spesso noi giovani, mi prendo in considerazione anche io, veniamo denigrati, rimpiccioliti, etichettati da persone che non sanno minimamente cosa stiamo provando e non si interessano minimamente ad ascoltare, capire, comprendere, aiutare.
Siamo tra le generazioni più esposte di tutti a questi eventi e comportamenti. Le nuove generazioni non sono più arrabbiate, sono più stimolate, più bombardate, più attivate. Il loro sistema limbico vive in iperattivazione costante, notifiche, social, confronti continui mentre la corteccia prefrontale non ha ancora completato la maturazione. È come vivere con un acceleratore digitale e un freno analogico.
Le ricerche di Daniel Romer mostrano che l’adolescenza è una fase in cui il cervello attraversa una vera e propria “ristrutturazione interna”: la corteccia prefrontale si assottiglia per via del pruning neuronale, mentre aumenta la mielinizzazione delle connessioni. Questo significa che il cervello sta diventando più efficiente, ma è anche più vulnerabile agli impulsi. È come guidare una macchina potentissima con i freni ancora in rodaggio. Romer sottolinea che la mancanza di controllo non è un difetto morale, ma un limite biologico temporaneo, il sistema di regolazione è ancora in costruzione, mentre quello della ricerca di sensazioni è già al massimo della potenza. È un mismatch che può trasformare una frustrazione minima in un’esplosione.
La rabbia adolescenziale non è un mistero oscuro: è un fenomeno neurobiologico comprensibile. È il risultato di un cervello che sente prima di capire, che reagisce prima di riflettere, che esplode perché non ha ancora imparato a contenersi. E se non lo aiutiamo noi adulti a costruire quel contenitore, la rabbia diventa l’unico linguaggio che conosce.
Ora, cosa possiamo fare nel concreto per aiutare e capire questi giovani arrabbiati?
Come dice Oliverio Ferraris, la cura non è nel controllo, ma nella relazione. Un ragazzo che si sente visto non ha bisogno di urlare per esistere.
«Quando un adolescente è in tempesta, l’adulto deve essere l’ancora, non un’altra onda.»
Siegel propone la “name it to tame it”: aiutare i ragazzi a dare un nome a ciò che provano. È semplice, ma rivoluzionario.
La rabbia non si spegne con un ordine, si scioglie con una domanda: “Che cosa ti sta succedendo davvero?”. È lì che comincia la cura.
Possiamo aiutare i giovani anche tramite la scuola. Mauro Grimoldi sostiene che ogni istituto dovrebbe avere uno psicologo scolastico stabile, non a chiamata. Non per “curare”, ma per prevenire. Romer propone programmi di emotion coaching e mindfulness nelle scuole, perché la regolazione emotiva è una competenza che si impara, come la matematica.
La rabbia dei giovani non è un nemico da combattere, è un linguaggio da tradurre. E se continuiamo a ignorarla, continuerà a urlare.
Ma se un ragazzo trova un adulto capace di reggere la sua tempesta, allora quella tempesta diventa pioggia. E nella pioggia, finalmente, si può ricominciare a crescere.
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