«Mentre nel piano di studi precedente il Corso di Laurea in “Interprete di Lingua dei Segni Italiana” era arricchito dalla presenza di 6 docenti affetti da sordità, oggi quei docenti non sono più presenti e si è preferito compensare questa perdita aumentando le ore dedicate alla pedagogia, perdendo così quel rapporto diretto tra alunno e docente che prima era presente. Inoltre, la maggior parte dei docenti che rimangono non sono interpreti». Queste sono le parole che il Consiglio Regionale dell’ENS ci ha ribadito al telefono. Parole che fanno consonanza con il recente comunicato stampa in cui l'Ente Nazionale Sordi (ENS), in accordo con il Consiglio Regionale ENS dell’Emilia-Romagna, ha annunciato una momentanea interruzione (a partire dal prossimo anno accademico) della collaborazione con il Corso di Laurea in Interprete di Lingua dei Segni Italiana (LIS) e Lingua dei Segni Italiana Tattile (LIST) dell'Università di Parma. In sostanza, l'ENS non ritiene più sostenibile la collaborazione nelle forme fino a ora pattuite con l'accademia, ritenendo che le modifiche apportate al corso abbiano inciso significativamente sulla sua impostazione originaria e comportato un incremento delle ore dedicate alla pedagogia.
Ma facciamo chiarezza ricostruendo la vicenda. Attualmente, in Italia, sono solo tre le università che offrono corsi di laurea sperimentali in LIS e LIST: Milano, Roma e Parma. Questi corsi sono stati istituiti in conformità con il Decreto del 10 gennaio 2022, che stabilisce le disposizioni relative alla formazione di interpreti della lingua dei segni; con il successivo D.L. del 10 dicembre 2024, il Governo ha previsto l'assegnazione di 4 milioni di euro per l'inclusione delle persone sorde e con ipoacusia (diminuzione parziale o totale della capacità di percepire i suoni), destinati a sostenere questi percorsi formativi nelle accademie. L'Università di Parma ha ricevuto una somma non indifferente: € 1.244.417,48 (vale la pena rileggerlo) per coprire i costi di attivazione e di funzionamento del corso, oggi interessato da significative modifiche; come è capitato ad altri. Infatti, alcune vicende degli ultimi anni sembrano aver sollevato interrogativi sulla gestione di determinati insegnamenti legati alla lingua italiana, sia essa studiata, scritta o interpretata. Si ricorda in questa sede, ad esempio, il caso emblematico del corso di Storia della Lingua Italiana, che abbiamo largamente trattato nelle nostre pagine e per il quale ci siamo battuti anche nelle aule dell’università: un insegnamento fondamentale nel percorso formativo della laurea in “Lettere” di qualsiasi ateneo. Eppure, esso sembra essere stato dimenticato (o depauperato) per molti anni (circa quindici), fino al triste epilogo segnato nell’ultimo calendario accademico. Infatti, il corso è stato presentato, a differenza degli anni precedenti, nell’ultimo periodo dell’anno accademico, con una soluzione che definiremmo “tampone” e che ha comportato non pochi disagi agli studenti frequentanti il secondo anno della laurea triennale (a.a. 2025/2026). Colleghi che, soltanto ad aprile, dopo mesi di incertezza, sono stati costretti a seguire 12 impegnativi CFU nell’arco delle ultime settimane di lezione, gravati dalla conclusione dell’anno accademico e dagli imminenti appelli estivi; chi ha sostenuto quell’esame negli anni precedenti, e dunque ne conosce la mole e le difficoltà, coglie immediatamente l’assurdità di questa situazione.
L'ENS, nel suo comunicato, ha ribadito il rispetto per l'autonomia accademica dell'Università e per le sue scelte organizzative, ma ha chiarito che il proprio supporto potrà essere garantito solo alla luce di percorsi formativi che rispondano alle esigenze linguistiche, culturali e professionali della comunità sorda, in modo da poter garantire standard elevati nella preparazione dei futuri interpreti. Le critiche, formulate dall'ENS, sono legate principalmente alle modifiche del piano di studi introdotte dall'Ateneo e alla gestione dei fondi pubblici, cioè pagati dai contribuenti, ergo noi. L'Ente Nazionale Sordi (ENS) dell’Emilia-Romagna ha espresso forte dissenso su tre punti chiave che qua vogliamo riportarvi:
- Perdita della centralità della comunità sorda: l'ENS sostiene che le variazioni decise dall'università abbiano allontanato il corso dagli standard ideali. Secondo l'ente, il ruolo attivo della comunità sorda deve restare il motore principale e qualificante della formazione degli interpreti LIS.
- Uso del finanziamento pubblico: il percorso formativo ha ricevuto un importante finanziamento pubblico, superiore a 1 milione e 200 mila euro. L'interruzione della collaborazione solleva forti interrogativi politici e sociali sull'efficacia e sulla direzione di un investimento così rilevante.
- Standard qualitativi a rischio: la rottura istituzionale evidenzia il timore che il nuovo programma non garantisca una preparazione sul campo adeguata alle reali esigenze comunicative delle persone sorde.
La decisione dell’ENS segna un passaggio delicato per il futuro della formazione degli interpreti LIS e LIST a Parma. Al di là delle rispettive posizioni, resta aperta una questione che riguarda non soltanto l’Università, ma anche l’utilizzo delle risorse pubbliche e la qualità dei percorsi destinati a una professione essenziale per l’inclusione delle persone sorde. Sempre più spesso torniamo a chiederci: qual è il luogo naturalmente predisposto per occuparsi di queste tematiche e di queste esigenze? È ovviamente l’Università. Parola che deriva dal latino universitas, -atis, che significava originariamente "totalità", "insieme", "collettività" e che, a sua volta, deriva da universus, cioè "tutto intero", "riunito in uno", formato da unus ("uno") e versus (participio di vertere, "volgere", "rivolgere"). L'idea di fondo è quindi quella di una molteplicità ricondotta ad una unità. Questa idea di unità pare venga spesso subordinata ad altre logiche in Italia, molto meno etiche, quali la ricodificazione di corsi rispetto ad orizzonti lavorativi, l’amputazione di insegnamenti per motivi politici, l’abbandono del senso di comunità in nome del progresso, della tecnologia, della ricerca scientifica ed economica che, sempre più, si salda agli ingranaggi di una logica neo liberalista succube di dinamiche imposte da un mondo globalizzato, da un mercato sempre più aperto, da una società che, continuando a correre, non riesce più a voltarsi indietro.
Nel bel mezzo di questa rigida geometria economica a risentirne sono, ovviamente, gli studenti, che essi appartengano ad una categoria piuttosto che ad un’altra. Pare infatti che agli studenti e alle necessità della cittadinanza non ci pensi più nessuno: le discussioni rimangono incise con inchiostro su lunghe pile di fogli appoggiate su una scrivania nel lussuosissimo palazzo centrale. Non scendono mai nei chiostri della nostra università, tra i banchi delle nostre aule, negli studi dei nostri docenti, poiché l’università, come in un incubo di Moebius, si sta trasformando in un gigante metallico senza occhi e senza cuore.
Nei prossimi mesi sarà necessario capire se vi saranno margini per una ricomposizione del rapporto tra Ateneo e comunità sorda, oppure se la frattura emersa in queste settimane rappresenti un punto di non ritorno. Una cosa, tuttavia, appare certa: quando un ente che rappresenta direttamente le persone sorde decide di ritirare il proprio sostegno a un corso nato per formare gli interpreti della lingua dei segni, le domande che si aprono non possono essere ignorate.
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