4
Nello sterminato angolo a sud-ovest del deserto del Mojave, in Utah, raccolto e lanciato dai venti di Santa Ana, passati in un turbine di violenta esistenza dalla Sierra Nevada, si era depositato un seme di Creosote Bush, di Larrea tridentata. E, da che se ne avesse memoria, così come raccontano i Chemehuevi, mai si era visto uno spiazzo di terra più desolato di quello, tanto da portare la popolazione nomade a credere che quel Creosote fosse stato piantato lì artificialmente, evidentemente per colmare uno spazio vuoto (come sono soliti fare gli uomini).
Questo arbusto ispido, una volta partiti i Chemehuevi alla ricerca di luoghi meno ostili, passò così l’intera geometria della sua vita solo, al centro di due metri quadrati di nulla, poco più rocciosi rispetto al resto della composizione circostante. Alla base del suo fusto, a qualche centimetro di distanza, si era formata una piccola crepa, generatasi dal lento trascinarsi di un animale da soma che, con immensa fortuna, non l’aveva calpestato ma, anzi, per qualche secondo gli aveva donato un tiepido riparo dal sole. Mai nulla fu così vicino a lui e, nel corso degli anni, spesso si chiese cosa sarebbe cambiato se, per esempio, quella bestia non avesse appoggiato il piede a sinistra invece che a destra. Magari una famiglia di formiche avrebbe utilizzato i buchi scavati dalle sue radici come base per le proprie case e il ticchettio delle loro zampette lo avrebbe solleticato. Solo nelle notti fredde e quando il deserto decideva di tacere, il Creosote si domandava cosa sarebbe successo se, né a sinistra né a destra, si fosse posata la zampa, ma proprio al centro, così da sopprimerlo e ucciderlo.
Raggiunta la completa maturità, nel giro di qualche anno, la pianta era diventata abbastanza alta da riuscire a vedere perifericamente molto lontano rispetto alla sua posizione e, spesso, fantasticava che qualche Colino di Gambel, oppure un corvo imperiale, un falco pellegrino, oppure quei bellissimi nettarinidi migratori, come i colibrì di costa, venissero a riposare accanto a lei. Così che, magari, con una lieve folata di vento, sarebbe riuscita ad allungare i suoi rami e accarezzarne le piume. Eppure nessuno mai si posò su di lei.
Quando il vento dalla Sierra Nevada soffiava forte il Creosote si sforzava, comprimendo le radici sulla punta, di emettere un suono e poter dire, a quel frettoloso padre, di fermarsi. Spesso rifletté, durante la notte, che anche qualora ci fosse riuscito (il buon Dio aveva deciso che le piante non parlano), non avrebbe saputo che dire. Magari un «Perché mi hai lasciato qui? Perché non un poco più in là? In mezzo a quegli arbusti e a quelle rocce, piene di insetti e uccellini?». Oppure: «Perché gli uomini qua non si fermano, mentre poco più in là sì?». «Be’, è chiaro», gli avrebbe risposto, «perché da solitudine deriva solitudine». Così demordeva poiché, a stare in silenzio e a starci molto, alle domande ci si risponde da soli.
Quando la terra tremava, cioè spesso (lui, a differenza degli uomini, percepiva anche il minimo tremolio), riaffioravano alla memoria i ricordi della sua infanzia. In particolare, il terremoto gli ricordava i tamburi dei Chemehuevi che, potenti, lo scuotevano e lo facevano sentire vivo mentre ballavano intorno al fuoco e il suo fusto, illuminato da una luce eterea e mai immobile, gli pareva più bello e più robusto. Nel mescolarsi delle ombre al suono, spingeva forte dalle punte delle radici per muoversi. Per anni giurò che una notte un Chemehuevi si fosse accorto di lui: in silenzio guardò dritto nella sua direzione per qualche istante e, appena la pianta se ne accorse, diede una forte spinta sulle punte posteriori delle radici fin quando un piccolo ramo, nel tremito della pianta, non si chinò e, grazie alla sua ombra, lunga e nera dietro di lui, il Creosote si sentì infinitamente grande, bello e visto. Capì che la solitudine si sconfigge quando si viene visti: quando lo sguardo non ti perfora o supera, non ti trapassa, non va oltre te.
Giunto al termine della sua esistenza, lungo l’ultima stagione estiva della sua vita, il vento dalla Sierra Nevada, suo padre, tornò a fargli visita e depositò, proprio accanto a lui (così accanto che solo la crepa vicino al suo fusto li divideva), un altro seme di Creosote. Nel cadere e iniziare a seccare, i mesi che trascorse appoggiato su un lato furono pieni di un’incessante trepidazione, passati in attesa di vedere germogliare dalla roccia quell’esemplare fratello. Pensò che prima di spirare il suo compito fosse quello di resistere il più a lungo possibile, in modo tale da riuscire a far sentire quella giovane pianta non sola, almeno per un momento, ricordando che per sconfiggere la solitudine basta uno sguardo.
Morì prima ancora che, dalla terra, si generasse il piccolo buco che avrebbe dato vita al nuovo Creosote. Negli ultimi momenti della sua esistenza gli tornò alla mente quel Chemehuevi e, con le ultime energie rimaste, si sforzò di non pensare che, poco più in là, la notte che danzò con la tribù, non fosse passato un lupo a catturare lo sguardo del suo unico amico.
© Punto e Virgola