Recentemente, dopo essermi laureato in Lettere, mi sono ritrovato a esaminare le nuove indicazioni nazionali dell’ADI rivolte ai docenti per l’insegnamento nei licei. Riflettendo sul ruolo del professore, professione che intendo intraprendere, mi sono interrogato su quali siano, per me, i paradigmi imprescindibili che dovrebbero orientare la mia idea di insegnamento.
Ma, in premessa, mi è necessario, inevitabilmente, come per altro spesso accade, di dover parlare di una cosa per poterne spiegare un’altra che, così come la prima, non avrebbe senso se presa sola. Risalire, detto in breve, a ritroso nella mia esperienza da studente, per poter giustificare la mia idea di insegnante.
Durante gli anni del liceo sono stato uno studente indisciplinato come tanti altri: medie traballanti, note e debiti hanno accompagnato un percorso scolastico tutt’altro che lineare. Del resto, l’adolescenza è spesso la stagione dei diluvi.
La profonda indifferenza che nutrivo verso gran parte degli insegnamenti ricevuti mi portò più volte a pensare di abbandonare gli studi. Eppure, dall’ultima fila di quella piccola aula del San Vitale, nascosto nell’angolo più remoto che riuscissi a trovare, leggevo Bukowski e Baudelaire, Nietzsche e Sartre, Murakami, Pavese e molti altri autori che, come tutti scopriamo crescendo, si comprendono davvero soltanto in adolescenza.
In quegli anni mi interrogai spesso sul significato della parola passione. Per questo, leggendo il documento dell’ADI e trovandomi in sintonia con molte delle sue indicazioni sulla centralità della lettura, mi sono reso conto di quanto quella passione per la letteratura abbia continuato ad agire dentro me, educandomi.
La letteratura mi stava insegnando chi fossi, da dove venissi e quali fossero le mie radici. Allo stesso tempo mi stava trasformando, consentendomi di auto-generarmi. Da questa esperienza deriva la mia convinzione che la letteratura possieda un potere educativo intrinseco, che non necessita di mediatori e che agisce sull’anima di uno studente indipendentemente dalle sue inclinazioni caratteriali.
Il primo proposito, dunque, è lasciare spazio alla letteratura. Prima ancora degli insegnanti, è la letteratura stessa la grande maestra. Occorre permetterle di agire, in quanto scultrice di cuori.
Esiste poi, nel rapporto tra le persone così come nel rapporto tra l’essere umano e la letteratura, che, a ben vedere, sono la stessa cosa, una sorta di tensione. E proprio per questo che, ad esempio, quando amiamo qualcuno, talvolta proviamo anche odio; e quando amiamo un libro, spesso esso ci ferisce.
Al centro della letteratura, ridotta ai suoi attributi essenziali, vi sono le emozioni. Per questa ragione un insegnante di lettere è anzitutto un maestro delle emozioni. Chi altri potrebbe svolgere questo compito? (Con tutto il rispetto per i nostri colleghi)
È giusto continuare a educare gli studenti al senso critico. Ma è altrettanto necessario educarli a un’intelligenza emotiva capace di orientare la comprensione dei testi. Significa recuperare, in qualche misura, l’insegnamento dell’etica e della filosofia letteraria. Spingerli a discutere, con gli altri e con sé stessi, per sciogliere quei conflitti interiori che nell’età giovanile appaiono tanto pesanti quanto incomprensibili.
Solo attraverso questo lavoro sarà possibile restituire alle nuove generazioni un autentico interesse per la letteratura.
Secondo proposito: fornire agli studenti gli strumenti per sviluppare un’intelligenza emotiva orientata alla comprensione della letteratura. Domandarsi sempre: quale autore, quale opera, quale pagina può essere necessaria a questi ragazzi? Il programma saprà perdonarci: in gioco c’è qualcosa di più importante del completamento di un’unità didattica.
Mi è capitato di riflettere su queste indicazioni, infine, anche alla luce dell’esperienza che sto vivendo come direttore di Punto e Virgola. Quando veniamo invitati nelle scuole a gestire assemblee d’istituto o quando in redazione emergono nuove idee progettuali, tendo sempre a proporre cose difficili.
Il mio criterio di valutazione non cambia a seconda che mi trovi davanti a studenti di un istituto professionale o di un liceo classico, ad un redattore esperto o a uno alle prime armi. Naturalmente calibro le mie scelte per non mettere nessuno in difficoltà, ma cerco sempre di lanciare una sfida.
Porre uno studente di fronte a una sfida significa riconoscerlo all’altezza di affrontarla. Significa attribuirgli responsabilità e dignità. E sono convinto che questo gli studenti lo percepiscano.
Non è attraverso la severità che si ottengono i risultati migliori, ma attraverso la responsabilizzazione. Per questo rabbrividisco quando leggo in alcuni articoli proposte quali l’eliminazione di Dante dai programmi scolastici poiché ritenuto «troppo difficile» per le nuove generazioni.
Terzo e ultimo proposito: educare gli studenti ad affrontare ciò che è difficile e non avere paura,
da insegnante,
di affrontarlo insieme a loro.
© Punto e Virgola
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