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«Ti ho già detto che è pericolosa, vieni in spiaggia con noi.»
«Uffa, va bene.» Andrea sbuffò e si rassegnò andando ad infilarsi il costume da bagno sbattendo i piedi rumorosamente.
L’unico svantaggio dell’essere figlio unico è passare le vacanze da soli parcheggiati su una spiaggia a scavare qualche buca nelle sabbia e a fare il bagno. Sempre solo. Sempre tutto uguale.
«Hai messo la crema?» Sua madre aveva fretta di arrivare sotto l’ombrellone.
«Sì», Andrea sbuffò. L’anno prima si era scottato talmente tanto che gli erano rimaste delle lentiggini sulle spalle come cicatrici. Il pensiero di rivivere il dolore della bruciatura non gli avrebbe fatto dimenticare qualcosa di così importante.
«Quando arriviamo te la metto sulla schiena.»
«Non serve, posso fare un giretto sul lungomare prima di venire in spiaggia con voi?»
«Ormai sei grande, certo che puoi. Sappiamo che sei annoiato.» Suo padre aveva preceduto il palese no di sua madre e gli aveva fatto l’occhiolino. Ai suoi tempi era stato anche lui un figlio unico in vacanza coi genitori e sapeva quanto quel paesino di mare potesse trasformarsi in una piccola prigione.
«Secondo me vuoi andare là da solo…» Il ragazzino si sentì scoperto dallo sguardo indagatore della madre.
«No, mamma. Voglio andare a guardare le barche al porto…» mentì. Se avesse avuto più tempo forse avrebbe pensato ad una scusa migliore.
«Guarda che se ci vai mi arrabbio e non ti lascio più girare senza di noi.» Il tono della madre era minaccioso.
«Ma non preoccuparti, dagli un po’ di fiducia, ormai è grande.» Il padre gli fece un altro occhiolino. Cosa voleva dirgli?
«Ti prometto che non ci vado», mentì ancora e con due occhi talmente onesti che nessuno sarebbe stato in grado di dubitare di lui.
I due genitori si avvicinarono e salutarono il figlio prima di uscire, posare nel cestino della bicicletta i teli mare e partire pedalando l’uno al fianco dell’altro. Lui li guardò furtivo dalla finestra e come essi girarono l’angolo, eccolo correre da un lato all’altro della casa cercando qualsiasi cosa utile potesse servigli per affrontare l’esplorazione.
«Ti prego, andiamoci! Ti prego!»
Prese con sé una vecchia torcia, delle batterie di ricambio, un casco da bici, le ginocchiere per i pattini e due pacchetti di patatine, perché non si può mai sapere quando lo stomaco decide di disturbare. Infilò tutto nello zainetto e poi partì verso il limitare del paesino, dalla parte opposta al porto, seguendo la ferrovia. Mentre pedalava veloce ammirava le casette colorate e le persiane verdi e illuminate dal sole. Schivava abilmente le famiglie dirette ai bagni mentre la bicicletta arrugginita fischiava e pareva voler cadere a pezzi ad ogni buca.
Ci vollero dieci minuti di guida spericolata per arrivare ad una recinzione quasi in mezzo al nulla. Legò la bici ad un lampione e poi scavalcò con grande fatica proprio di fianco ad un cartello che vietava l’accesso. Si ritrovò su un sentiero sterrato, da un lato la collina ripida e la vegetazione, dall’altro un muretto di cemento che lo separava dalla scogliera. Fermandosi un attimo, ascoltò il rumore delle onde tranquille e di un treno che passava in lontananza fischiando. Il sole iniziava a battere e quel piccolo tragitto sembrò durare un’eternità. Lui non aveva tutta questa pazienza di solito. Il sentiero continuava in mezzo alla vegetazione, a volte saliva ripido ed altre volte sembrava che volesse buttarsi in mare.
Dopo un bel po’ di sali e scendi, la vegetazione cessò e rimase solo la scogliera. Un dubbio assalì il giovane esploratore. Aveva paura di essere stato via troppo a lungo e di venire scoperto, si immaginava una squadra di ricerca già sulle sue tracce pronta a sgridarlo e a lasciarlo seduto sotto l’ombrellone per il resto della vacanza.
Non poteva arrendersi ora. Continuò il suo viaggio saltellando sugli scogli finché non si trovò davanti ad un vecchio bunker tobruk, che analizzò con la minuzia di un archeologo che scopre una città antica. L’analisi fu accurata quanto breve. Non aveva ancora trovato il bersaglio. Di bunker ne aveva visti a decine, lui voleva la grande attrazione, quella che bramava da inizio vacanza.
Una volta indossate le ginocchiere, ripartì, non prima di aver aperto il primo pacchetto di patatine ed averlo trangugiato. Passò circa mezz’ora a farsi strada di scoglio in scoglio cercando la via migliore per poter proseguire, perdendo l’equilibrio molto spesso e pensando di tornare indietro. C’erano altri bunker, ma lì ignorò come se non avessero alcuna importanza.
Ad un tratto gli scogli terminarono e Andrea si rese conto di non poter andare avanti, con il mare da una parte e il monte dall’altra, si sentì ingannato e per la rabbia prese a calci il primo sasso che si trovò tra i piedi. Ascoltò il rumore della pietra tuffarsi nell’acqua e si girò per tornare indietro quando ecco che, proprio nella parete rocciosa notò una cosa che aveva ignorato stupidamente nella foga di avanzare.
Una piccola apertura che somigliava all’imbocco di una galleria si apriva verso il mare e lui si sentì così fiero che aprì anche il secondo pacchetto di patatine come se volesse brindare a sé. Terminato il momento di felicità, si avvicinò quatto quatto verso quell’apertura fino ad essere abbastanza vicino da sentire l’odore di chiuso che emanava.
Infilò il casco, accese la torcia e iniziò a percorrere il lento e maleodorante buco nella pietra. Capì subito che quella galleria era stata scavata durante la guerra, distinse perfino i posti dove erano stati posizionati i candelotti di dinamite. Lì dentro non ci sarebbero passate più di due persone l’una di fianco all’altra, quindi quello non poteva essere il corpo principale. Doveva avanzare. Aveva percorso forse duecento metri quando in lontananza sentì un rumore avvicinarsi sempre di più. Qualcosa di grosso arrivava a tutta velocità ed era sempre più assordante, Andrea si tappò le orecchie e scorse una piccola luce bianca illuminare il tunnel poco più avanti, solo per pochi istanti, come un fulmine.
«Il treno!», esclamò a gran voce immerso nel frastuono. Cominciò a correre nella direzione dalla quale era apparso il fulmine e arrivò davanti all’apertura che al treno mancavano pochi vagoni. Era un regionale vecchissimo, distingueva a malapena le luci dei finestrini. Aspettò qualche secondo e poi si sporse in tempo per vedere i fanali rossi che si allontanavano veloci. Il ragazzino non credeva alla sua scoperta, aveva trovato finalmente l’entrata della vecchia galleria ferroviaria. Ultimamente la sognava perfino di notte, incredibile come qualcuno di ancora così piccolo potesse avere un desiderio così grande.
Restò in silenzio ad ammirare la sua scoperta per un tempo interminabile, ispezionava le colonne di mattoni che dividevano le due linee di binari, le assi di legno e persino i rifiuti che qualcuno aveva lanciato fuori dai finestrini. Puntando la torcia contro il muro opposto a lui, vedeva altre aperture, evidentemente quella galleria non era che un gran labirinto che i tedeschi avevano aperto nella montagna, forse proprio per portare munizioni a tutti i bunker abbandonati sulla scogliera. Ad un tratto la luce illuminò un cartello che il bambino ricordava di aver visto in un libro.
«Achtung…» lesse facilmente la prima parola, poi esitò per cercare di pronunciare la seconda: «Zugverkehr!»
Capì subito e immaginò i soldati con le uniformi feldgrau scaricare in tutta fretta delle casse da un treno fermo sui binari, tra il vapore grigio e i comandanti che urlavano come nei film che tanto amava. Gli venne in mente di fare una mappa per potersi orientare anche nel buio una volta tornato a casa.
Passò un altro treno. Spense la torcia e si nascose per vederlo passare. Questo era un treno merci che procedeva lento verso ovest e i vagoni non finivano mai.
Era arrivata l’ora di tornare, tanto aveva ancora una vacanza intera per esplorare tutto quel ben di Dio, ma poco prima di girarsi e riprendere il piccolo tunnel a ritroso sentì un suono di pietre spostate provenire al di là dei binari. Il ragazzino si sentì gelare. C’era qualcun altro lì dentro? Forse il fantasma di qualcuno rimasto nella galleria?
Non sarebbe stato saggio iniziare a correre, avrebbe fatto troppo trambusto, poi una volta fuori avrebbe comunque dovuto percorrere tutta la scogliera lentamente. Attraversò i binari e si nascose dietro una colonna. Il buio lo avrebbe aiutato e poi, in caso di bisogno, sperava di seguire la ferrovia per tornare al sicuro. I passi si facevano sempre più vicini, erano ordinati e sicuri, come se lo sconosciuto si muovesse dentro casa propria. Il petto del ragazzino stava impazzendo, così come il respiro, iniziava a pentirsi di non essere andato veramente al porto.
Notò le luci dell’ennesimo treno che arrivava a tutta velocità, le ruote d’acciaio contro i binari nascondevano il rumore dei passi, lasciandolo spaventato e disorientato. Mentre il regionale lo superava a tutta velocità, strinse la colonna con tutta la forza che aveva in corpo e chiuse gli occhi bagnati dalle lacrime. Si sentiva volare via, pensò addirittura a non tornare mai più in quel posto.
«Andrea, sei qui?» Una voce lo chiamò non appena tornò il silenzio. La voce sembrava stranamente famigliare.
«Sei un fantasma?» Il ragazzo era ancora abbracciato alla colonna.
«Ma che fantasma, sono papà», si sentì una piccola risata, «dai, vieni qui, esploratore.»
Non si fidava. Aveva ancora troppa paura per lasciarsi andare così e sentiva di essere stato scoperto, non voleva passare il resto della vacanza seduto senza far nulla. D’altro canto, non voleva neanche che passasse un altro treno a cercare di farlo volare via.
Finalmente si decise. Lasciò la colonna e fece qualche passo in direzione della voce. Era ancora frastornato, accese la torcia per non inciampare sui binari. Fatto qualche passo, illuminò la figura scura che riusciva appena a distinguere ed iniziò a correre nella sua direzione.
«Papà! Papà!» Il ragazzo abbracciò l’uomo e iniziò a piangere ancora molto spaventato.
«Non dovevi metterti in mezzo ai binari. Tranquillo, va tutto bene, basta stare attenti, Andre…»
«Cosa fai qui?» Si asciugò le lacrime con le mani ancora un po’ unte di patatine.
«Ho detto a tua madre che venivo a cercarti al porto.» Strizzò l’occhio con fare complice e sorrise.
«Scusate se vi ho mentito, ma volevo tanto sapere cosa c’era qui…» Il ragazzino guardò verso il basso imbarazzato.
«Effettivamente sono un po’ deluso», il tono del padre si fece più grave, «Mi aspettavo che trovassi l’entrata più facile, anziché fare tutto il percorso sugli scogli.»
«Come fai a sapere che c’è un’altra entrata?» Era ritornata la smania dell’esploratore, le lacrime erano finite.
«Non penserai mica di essere il primo bambino annoiato in vacanza, spero. Questo posto l’ho trovato anni fa, oggi è arrivato il tuo turno. Vieni che è ora di tornare.» L’uomo appoggiò una mano sulla spalla del figlio per poi prenderlo per mano ed iniziare a percorrere il tunnel dal quale era arrivato.
«Ma tu hai esplorato già tutto?»
«No, no. Per quello mi sarebbe servito un amico che mi desse una mano ma, se vuoi, possiamo fare qualche gita al porto io e te in questi giorni…»
«Sì, per favore!»
«Allora siamo d’accordo. Credo che da qualche parte ci sia un tunnel che porta fino sulla cima del monte.»
I due continuarono a camminare insieme mano nella mano con la promessa di mantenere il segreto della galleria e di tornare nei giorni seguenti. Su insistenza di Andrea si promisero di non attraversare mai più i binari, neanche prestando molta attenzione.
Non appena uscirono, la luce del sole li investì così forte che entrambi ebbero bisogno di fermarsi e strofinare gli occhi prima di proseguire. Quando arrivarono alla spiaggia, la madre li osservò abbassando appena gli occhiali da sole, non disse nulla, ma forse sapeva che nessuno dei due era stato davvero al porto.
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