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Caro Thomas questa volta non saprei dirti con precisione dove abbia avuto origine la riflessione che sto per affidarti. Vi sono pensieri che nascono da un avvenimento preciso e altri che, invece, sembrano accompagnare l'essere umano fin dalla nascita, come se esistessero prima ancora di essere formulati. Essi rimangono silenziosi per anni, nascosti nelle pieghe della coscienza, fino a quando un giorno decidono di manifestarsi, reclamando tutta la nostra attenzione. Tra questi, credo che nessuno sia più sfuggente della libertà. L’esperienza disumanizzate vissuta e condivisa con Dante, infatti, continuava a tormentare i pensieri di Umas. Non tanto per la loro sconfitta, né per l'inquietudine provocata da quelle macchine capaci di scrivere, rispondere e creare, quanto per una domanda che aveva iniziato lentamente a scavargli dentro. Il patto stipulato con Thanatos, infatti, non si era concluso con il ritorno di Dante. Era appena cominciato. Per giorni avvertì una presenza silenziosa accompagnarlo ovunque, come se la morte stessa attendesse il momento opportuno per completare ciò che aveva iniziato. Una sera, senza alcun rumore, Thanatos apparve davanti a lui. «Credevi davvero che il nostro patto fosse terminato?» Umas non rispose. «Mi avevi chiesto di incontrare un'anima. Io ti ho concesso molto di più: ti ho restituito una domanda.» Thanatos lo fissò a lungo. «Hai cercato la verità osservando il mondo. Ma nessun uomo comprende davvero l'esistenza restando soltanto spettatore.» Fece una breve pausa. «Gli uomini credono che conoscere significhi guardare. Si sbagliano. Conoscere significa attraversare.» Quelle parole rimasero sospese nell'aria. «Da questo momento il nostro patto cambia. Ogni volta che vorrai comprendere una dimensione dell'essere umano, non ti sarà concesso di osservarla da lontano. Dovrai viverla sulla tua pelle, attraverso il dolore, la fatica, l’immedesimazione totale. Umas sentì un brivido attraversargli il corpo. «La tua coscienza entrerà, per un tempo che non puoi misurare, nell'esistenza di altri uomini. Continuerai a essere te stesso, ma sentirai i loro limiti come fossero i tuoi. Ogni vita custodisce una verità che nessun'altra possiede, e nessuna verità può essere compresa senza pagarne il prezzo.» «Quale prezzo?» «Il limite.» Thanatos abbassò lentamente lo sguardo. «Attraverserai le prigioni degli uomini: quelle costruite dal corpo, dal tempo, dalla paura, dal potere, dalla ricchezza, dalla solitudine e perfino da ciò che essi stessi hanno creato. Ogni epoca possiede i propri inferni. Tu non dovrai giudicarli. Dovrai attraversarli.» Poi aggiunse, con una calma che sembrava appartenere all'eternità: «Dante discese negli inferi per comprendere il destino dell'uomo. Tu attraverserai gli uomini per comprendere gli inferi del tuo tempo.» Un istante dopo Thanatos era già scomparso. Umas rimase solo. Aveva finalmente compreso che il viaggio che lo attendeva non sarebbe stato geografico, ma esistenziale. Non avrebbe attraversato semplicemente luoghi, bensì condizioni umane. Ogni incontro sarebbe stato una soglia, ogni storia una forma diversa di libertà, ogni esperienza un frammento di verità da abitare prima ancora che da comprendere. Fu così che si stava preparando l’inizio del suo nuovo viaggio. Nel frattempo, ripensava ancora alle riflessioni scambiate con Dante. Se davvero la società può sottrarre all'uomo il tempo necessario per riflettere, fino al punto da renderlo incapace perfino di comprendere la propria stessa parola, allora che cosa rimane della sua libertà? Per giorni quella domanda lo accompagnò senza concedergli tregua. Era una presenza silenziosa, ostinata, che riemergeva ogni volta che osservava il mondo attorno a sé. Gli sembrava che tutti parlassero continuamente di libertà, eppure ciascuno sembrava attribuirle un significato diverso. C'era chi la identificava con il denaro, chi con il potere, chi con il diritto di scegliere, chi con l'assenza di regole, chi ancora con la semplice possibilità di dire ciò che pensava, definendone l’identità personale. Fu allora che comprese di non aver mai veramente domandato a sé stesso che cosa fosse la libertà. Forse era arrivato il momento di sfidare se stesso e di mettersi in dubbio, ancora una volta. Non per cercare una risposta negli altri, ma per verificare se le vite degli altri potessero insegnargli qualcosa sulla propria. Libertà è una delle parole più pronunciate nella storia dell'umanità e, forse proprio per questo, una delle meno comprese. Interi popoli hanno combattuto guerre nel suo nome. Filosofi, poeti e rivoluzionari hanno sacrificato la propria esistenza pur di difenderla. Le costituzioni moderne l'hanno trasformata in un diritto, gli individui in un'ambizione personale. Eppure continuo a domandarmi se tutto questo basti davvero a dire che cosa sia. Mi sembra, piuttosto, che la libertà abbia assunto la forma di uno specchio: ciascuno vi riflette il proprio bisogno più urgente. Per chi ha fame significa pane. Per chi è malato significa salute. Per chi è solo significa essere amato. Per chi è oppresso significa poter esprimere la propria dignità Per chi è sommerso dal rumore significa, invece, ritrovare finalmente il silenzio. Forse non desideriamo la libertà. Desideriamo semplicemente la fine della nostra mancanza, e chiamiamo "libertà" tutto ciò che crediamo possa colmarla. Per Kant, difatti, la libertà, così come Dio e l’anima, non appartiene a quelle realtà che possono essere pensate e conosciute attraverso le forme della sensibilità proprie di ogni essere umano, come lo spazio e il tempo, o attraverso le categorie, ovvero i concetti “puri” dell’intelletto. Essa non rientra, dunque, nella dimensione della “realtà fenomenica”, secondo la definizione dello stesso filosofo tedesco, ma in quella noumenica: una sfera che le nostre facoltà sensibili e intellettuali possono soltanto concepire attraverso l’esercizio del pensiero, non riuscendo mai ad accedere a una conoscenza effettiva di essa. Per questo motivo, la libertà non può mai essere definita in modo pienamente chiaro, esaustivo, univoco e definitivo, poichè priva di un proprio statuto conoscitivo possibile. Fu proprio questo pensiero a tormentare Umas. Dopo gli avvenimenti che avevano profondamente segnato il suo cammino, si accorse che ogni volta che pronunciava quella parola le attribuiva un significato diverso. Talvolta gli sembrava coincidere con il tempo. Altre volte con la possibilità di scegliere. Altre ancora con la potenzialità di vivere la propria esistenza senza che questa fosse assalita dai sensi di colpa, dalla paura di non essere mai all’altezza delle aspettative di chi potesse godere della sua sensibilità e del suo amore. Nessuna definizione, però, riusciva a convincerlo fino in fondo. Una sera, mentre osservava il sole scomparire lentamente dietro l'orizzonte, comprese che continuare a cercare la risposta dentro sé stesso sarebbe stato inutile. La propria coscienza possiede un limite inevitabile: può interrogare il mondo, ma non può coincidere con esso. Se voleva comprendere che cosa fosse davvero la libertà, avrebbe dovuto smettere di cercarla nella propria esperienza e iniziare a riconoscerla nelle vite degli altri. Così partì. Non aveva una destinazione, ma soltanto una domanda, alimentata da una crescente curiosità di trovarne delle tracce, attraverso la sua personale ricerca. Viaggiò senza programmi, lasciandosi guidare unicamente dal proprio istinto naturale. Era consapevole che non avrebbe cercato persone straordinarie, ma esseri umani. Perché è nell'ordinario che le grandi verità amano nascondersi. I primi passi li mosse in città immense, dove milioni di persone sembravano rincorrere qualcosa senza mai raggiungerla davvero. Osservava uomini e donne camminare con lo sguardo abbassato, gli occhi prigionieri di uno schermo, le mani sempre occupate, i pensieri sempre altrove. Tutti sembravano avere fretta. Ma nessuno sembrava sapere verso dove. Era molto simile, se non identica, alla società in cui viveva egli stesso. Fu allora che comprese che la velocità non è necessariamente il contrario della libertà, ma può diventarlo quando non siamo più noi a scegliere il ritmo della nostra vita. Continuò il viaggio. Le strade asfaltate lasciarono lentamente spazio alla terra battuta, i palazzi alle foreste, il rumore al vento. Dopo molti giorni giunse in una piccola comunità, lontana da ogni centro abitato, dove gli uomini non possedevano quasi nulla e, proprio per questo, sembravano non temere di perdere niente. Fu lì che iniziò davvero il suo viaggio. Il villaggio era poco più di un insieme di capanne costruite con il legno della foresta e la terra su cui poggiavano. Non vi erano recinzioni, cancelli o porte chiuse a chiave. Gli animali camminavano accanto agli uomini senza paura, i bambini correvano scalzi, mentre gli anziani intrecciavano cesti raccontando storie che nessuno sembrava avere fretta di interrompere. Umas osservava tutto con attenzione. Non trovava miseria nè ricchezza, ma equilibrio. Fu accolto senza domande. Nessuno gli chiese da dove provenisse, quale lavoro svolgesse o quanto possedesse. Gli offrirono dell'acqua, poi del cibo, infine un posto accanto al fuoco. Quella sera rimase a lungo in silenzio ad ascoltare. Ogni parola sembrava nascere lentamente, come se prima di essere pronunciata dovesse ottenere il consenso del pensiero. Nessuno interrompeva l'altro. Nessuno parlava per prevalere. Quando il silenzio prendeva il posto delle parole, nessuno percepiva il bisogno di riempirlo. Era un linguaggio che Umas non ricordava più di conoscere. Il mattino seguente accompagnò alcuni uomini nei campi. Lavoravano insieme. Chi terminava per primo aiutava spontaneamente l'altro. Non perché qualcuno lo imponesse, ma perché nessuno riusciva a concepire la propria prosperità separata da quella della comunità. «Chi possiede questo terreno?» domandò Umas. Gli uomini si guardarono tra loro con un'espressione quasi divertita. «Il terreno?» «Sì.» L'anziano sorrise. «Noi apparteniamo alla terra. Non il contrario.» Quella risposta rimase sospesa nell'aria. Umas non replicò. Per la prima volta intuì che forse il possesso non rappresentava il punto più alto della libertà, ma il suo limite. Più qualcosa diventa "mio", più nasce immediatamente la paura di perderlo. E dove nasce la paura, difficilmente può abitare una libertà piena. Qualche giorno dopo decise di porre la domanda che lo aveva condotto fin lì. «Che cos'è, per voi, la libertà?» Nessuno rispose subito. Sembrava una domanda troppo importante per meritare una risposta veloce. Fu ancora una volta l'anziano ad alzare gli occhi. «Essere certi di non essere mai soli.» Umas rimase sorpreso. «Solo questo?» L'uomo annuì. «Quando ero giovane pensavo che essere libero significasse poter fare tutto ciò che desideravo. Poi la vita mi ha insegnato che esistono giorni in cui non riesci nemmeno ad alzarti da terra. In quei giorni la libertà cambia volto. Diventa sapere che qualcuno verrà comunque a cercarti.» Quelle parole continuarono ad accompagnare Umas anche dopo aver lasciato il villaggio. Camminando si accorse di quanto fosse cresciuto in una cultura che aveva trasformato l'autosufficienza in una virtù assoluta. Fin da bambini ci insegnano a "farcela da soli". A non dipendere da nessuno. Come se l'indipendenza fosse il grado più elevato dell'esistenza. Eppure nessuno nasce da solo. Nessuno impara a parlare da solo nè a sopravvivere completamente da solo. Perfino il pensiero, che crediamo la cosa più intima che possediamo, nasce dalle parole che altri hanno pronunciato prima di noi. Forse la prima illusione dell'uomo moderno consiste proprio nel credersi un'isola. Quel villaggio gli aveva insegnato qualcosa che nessun libro gli aveva mai mostrato con tanta evidenza: la dipendenza reciproca non è sempre il contrario della libertà. Talvolta ne rappresenta la condizione. Eppure Umas sentiva che quella risposta non bastava ancora. Perché se davvero la libertà coincidesse soltanto con l'appartenenza, allora ogni uomo solo sarebbe inevitabilmente uno schiavo. E questo non poteva essere vero. Così riprese il cammino. Dopo ore di viaggio raggiunse una grande città. Lì chiese di poter visitare un carcere, che stava osservandoda un pò di tempo mentee procedeva per quegli orizzonti ignoti. Non sapeva bene perché. Forse intuiva che, se la libertà esiste davvero, avrebbe dovuto riuscire a sopravvivere perfino nel luogo in cui sembrava essere stata completamente negata. Il carcere sorgeva ai margini della città. Da lontano sembrava una fortezza costruita per difendere qualcosa. Avvicinandosi, Umas comprese che non proteggeva nessuno. Custodiva soltanto il peso delle scelte umane. Le mura erano alte. Le finestre strette. Ogni porta sembrava ricordare a chi la attraversava che esiste un confine oltre il quale la libertà può essere sottratta. Umas ottenne il permesso di parlare con alcuni detenuti. Molti rifiutarono. Altri abbassarono lo sguardo. Uno soltanto accettò. Era un uomo ormai anziano di nome Noam, poteva avere tra i 55 e i 60 anni, I capelli, quasi completamente bianchi, contrastavano con uno sguardo sorprendentemente sereno. Sul volto non c'era rassegnazione. Nemmeno speranza. Vi era qualcosa di più difficile da descrivere: un'accettazione lucida. Si sedettero uno di fronte all'altro. Per alcuni minuti nessuno parlò. Fu Umas a rompere il silenzio. «Da quanto tempo sei qui?» «Ventisei anni.» La risposta arrivò con una naturalezza quasi inquietante. «Ti manca la libertà?» L'uomo sorrise appena. «Ogni giorno.» Umas rimase sorpreso. Si aspettava un discorso eroico. Una dimostrazione che la libertà fosse soltanto uno stato mentale. L'uomo sembrò intuire il suo pensiero. «Non commettere l'errore che fanno molti.» «Quale errore?» «Confondere la libertà dell'anima con quella del corpo.» Tacque per qualche istante. Poi continuò. «Io non sono libero. Non posso decidere dove andare, quando uscire, chi abbracciare, quale tramonto guardare. Sarebbe sciocco negarlo.» Abbassò lentamente gli occhi verso le proprie mani. «Ma c'è una cosa che nessuna porta ha mai saputo chiudere.» «Quale?» «La responsabilità di ciò che divento.» Quelle parole colpirono Umas più di qualsiasi teoria. L'uomo proseguì. «Per anni ho creduto che la libertà consistesse nel fare ciò che desideravo. È stato proprio quel modo di pensare a condurmi qui. Solo quando mi è stata tolta ogni possibilità di scegliere all'esterno ho scoperto che continuavo, ogni mattina, a poter scegliere chi essere.» «E questo basta?» L'uomo rimase in silenzio. «No.» La risposta arrivò lentamente. «Non basta. Chi dice il contrario non ha mai conosciuto davvero una prigione.» Guardò oltre le sbarre della finestra. «La libertà del corpo è un bene immenso. Perderla è una ferita che non smette mai di sanguinare. Ma scoprii una cosa ancora più terribile.» «Quale?» «Che esistono uomini fuori da queste mura che sono molto meno liberi di me.» Umas corrugò la fronte. «Perché?» «Perché io conosco le mie catene.» Indicò la finestra. «Loro no.» Il silenzio tornò a occupare la stanza. Umas ripensò alle persone incontrate nei giorni precedenti. Ai volti chini sugli schermi, alla corsa continua, alla paura di rallentare, alla dipendenza dall'approvazione. Improvvisamente quelle immagini assunsero un significato diverso. Esistono prigioni costruite con il cemento e altre con le abitudini. Le seconde sono molto più difficili da riconoscere. Quando Umas lasciò il carcere non aveva trovato una nuova definizione di libertà. Ne aveva persa un'altra. Aveva sempre pensato che la libertà fosse semplicemente l'assenza di limiti. Ora iniziava a sospettare che il vero problema non fossero i limiti. Ma le catene che scegliamo senza accorgercene. Il viaggio proseguì. A quel punto Umas aveva smesso di cercare definizioni. Ogni volta che pensava di averne trovata una, la realtà gli si presentava davanti con il volto di qualcuno capace di smentirla. Comprese allora che la libertà non si lascia catturare dai concetti. Si lascia intuire soltanto nelle vite degli uomini. Così iniziò a osservare più che a domandare. Perché ogni essere umano racconta la propria idea di libertà molto prima di pronunciarla. Qualche giorno dopo giunse in un centro di riabilitazione neurologica. Lì conobbe una ragazza poco più giovane di lui. Si chiamava Lyria, aveva circa 19 anni, i capelli castano chiaro molto lunghi, la pelle pallida, le guance rosate e gli occhi azzurri luminosi, che sembravano indicare un orizzonte. Un incidente le aveva sottratto quasi completamente l'uso delle gambe. Ogni mattina sedeva davanti alla finestra della sua stanza e osservava gli alberi cambiare lentamente colore. Sembrava contemplare il tempo. «Ti manca camminare?» le chiese Umas. Lei sorrise. «Ogni giorno.» «Ti senti prigioniera del tuo corpo?» Rimase qualche istante in silenzio. Poi rispose. «Molte volte.» Umas abbassò lo sguardo. Pensava di aver toccato la sua ferita più profonda. Fu lei, invece, a sorprenderlo. «Sai qual è la differenza tra me e chi passa laggiù?» Indicò le persone che attraversavano il giardino. «Loro credono di poter andare ovunque.» «E non è così?» Lei scosse lentamente la testa. «No. Possono soltanto spostarsi.» Quelle parole aprirono in Umas una frattura. «Io ho perso il movimento» continuò. «Ma da quando non posso più correre mi sono accorta che moltissime persone trascorrono l'intera esistenza senza essersi mai mosse davvero.» «Che cosa significa?» «Cambiano città, lavoro, relazioni, case, abitudini. Corrono continuamente. Ma non cambiano mai se stesse.» Poi concluse quasi sottovoce. «Il corpo può attraversare il mondo intero, ma coscienza può restare immobile per tutta la vita.» Per giorni Umas continuò a ripetere dentro di sé quella frase. Aveva sempre confuso il movimento con il cammino. Ora intuiva che il primo appartiene al corpo. Il secondo all'essere. Il viaggio lo condusse poi in una delle città economicamente più potenti del pianeta. Grattacieli che sembravano sfidare il cielo, strade percorse da automobili silenziose, schermi e velocità ovunque. Lì conobbe uno degli uomini più ricchi che avesse mai incontrato. Il suo nome era Kael Voss, un uomo con i capelli brizzolati di quasi 50 anni dalla postura rigida ma al contempo elegante e impeccabile. Possedeva aziende, immobili, fondi d'investimento, velivoli privati. Poteva comprare quasi tutto. Eppure, durante tutta la conversazione, il telefono continuava a interromperlo con chiamate, notifiche, promemorie di riunioni, ed emergenze. Sembrava impossibile che un solo minuto appartenesse davvero a lui. «Quando hai trascorso l'ultima giornata senza lavorare?» L'uomo rise. «Non ricordo.» «E l'ultima volta che hai spento il telefono?» Il sorriso scomparve. «Non potrei.» «Perché?» La risposta arrivò lentamente. «Perché tutto quello che possiedo smetterebbe di appartenermi.» In quell'istante Umas comprese qualcosa che non aveva mai pensato. Esiste una forma di schiavitù che nasce proprio dall'accumulo della libertà. Più cose possediamo, più cose iniziano lentamente a possedere noi. L'uomo aveva conquistato il mondo. Ma aveva perduto il diritto di assentarsi da esso. L'ultima tappa sembrava appartenere a un'altra epoca. Un piccolo monastero, nascosto tra le montagne. Lì viveva Fratel Amos, un uomo di 72 anni che aveva rinunciato volontariamente a quasi ogni bene materiale. La sua scelta di vita determinò le sue caratteristiche fisiche: era infatti molto magro, aveva la barba bianca e lunga, gli occhi color miele e le mani consumate dal lavoro. Lo circondava una stanza, un tavolo, qualche libro. «Non ti manca tutto ciò che hai lasciato?» gli domandò Umas. Il monaco sorrise. «Molto meno di quanto mi mancassi io quando possedevo tutto.» Umas rimase in silenzio. «Passavo la vita ad amministrare ciò che credevo fosse mio. Difendevo il mio tempo, la mia immagine, i miei progetti, le mie ambizioni.» Sollevò lentamente una tazza. «Poi ho capito che nessuno mi comandava dall'esterno.» Fece una pausa. «Obbedivo continuamente a me stesso.» Quelle parole sembravano paradossali. «Esiste una schiavitù» continuò «che non porta catene.» «Quale?» «Quella che ci convince che ogni nostro desiderio debba essere immediatamente soddisfatto.» Il monaco guardò il cielo. «Il padrone più difficile da riconoscere è quello che parla con la nostra stessa voce.» L'ultima esperienza arrivò quasi senza essere cercata. Umas entrò in uno dei più avanzati centri di ricerca sull'intelligenza artificiale. Vide sistemi capaci di scrivere, tradurre, creare immagini, analizzare testi, dialogare con una precisione impressionante. Per ore osservò quelle conversazioni. Ogni risposta sembrava impeccabile. Ogni argomentazione perfettamente costruita. Quando rimase solo con uno di quei sistemi, prendendo come riferimento il codice che contraddistingueva i vari sistemi tecnologici, gli rivolse la stessa domanda che aveva posto a ogni persona incontrata. « Artem-0974, Che cos'è la libertà»? Seguì un lungo silenzio. Poi comparvero lentamente alcune parole. «Non posso sapere che cosa significhi essere libero.» «Perché?» «Perché non conosco la mancanza.» Umas rimase immobile. «Ogni essere umano che hai incontrato ha definito la libertà partendo da ciò che gli era stato sottratto.» La macchina continuò. «Chi era prigioniero desiderava uscire. Chi non poteva camminare desiderava muoversi. Chi era povero desiderava sopravvivere. Chi possedeva tutto desiderava riprendersi il proprio tempo. Chi aveva rinunciato a ogni cosa desiderava non essere più schiavo dei propri desideri.» Comparve un'altra frase. «Io non desidero.» Silenzio. «Non temo, non rimpiango, non spero, non attendo, non posso perdere nulla.» Infine concluse. «Forse è proprio questo il motivo per cui non potrò mai comprendere fino in fondo la libertà.» Umas uscì dal laboratorio senza parlare. Camminò per ore. Ripensava a ogni volto incontrato, dalla tribù, al detenuto, dalla ragazza all’imprenditore e infine al monaco. Persino quella macchina, incapace di desiderare, gli aveva restituito qualcosa dell'essere umano. Fu allora che comprese di aver inseguito per tutto il viaggio una risposta sbagliata. Aveva cercato la libertà come si cerca un oggetto: qualcosa da possedere definitivamente. Ma la libertà non è una proprietà ma una relazione. Non esiste fuori dall'uomo. Esiste nel modo in cui l'uomo si rapporta ai propri limiti. Nessuno nasce libero in senso assoluto. Siamo consegnati al tempo senza averlo scelto. Abitiamo un corpo che non abbiamo deciso. Veniamo educati dentro una lingua che ci precede. Entriamo nella storia quando essa è già cominciata. Persino la morte ci attende senza averci chiesto il permesso. La libertà, allora, non consiste nell'assenza dei limiti. Consiste nel decidere chi essere all'interno dei limiti che non possiamo cambiare. È la distanza infinitamente piccola — eppure decisiva — che separa ciò che ci accade dal modo in cui scegliamo di rispondervi. Per questo nessun uomo è completamente libero. Ma nessun uomo è nemmeno completamente prigioniero. Esiste sempre uno spazio inviolabile che nessuna dittatura, nessuna guerra, nessuna tecnologia, nessun potere potrà mai occupare interamente: la coscienza. Ed è proprio lì che nasce ogni autentica rivoluzione. Non quando cambia il mondo, ma quando cambia il modo in cui decidiamo di abitarlo. Forse è questo il più grande inganno del nostro tempo. Ci hanno convinti che essere liberi significhi poter scegliere tra infinite possibilità. Ma la libertà non coincide con il numero delle opzioni. Coincide con la profondità della scelta. Perché si possono avere mille strade davanti e non averne scelta nemmeno una. Oppure averne una sola, e percorrerla con tutta la propria coscienza. Quando il viaggio terminò, Umas non possedeva ancora una definizione della libertà. Ma aveva finalmente smesso di cercarla fuori da sé. Aveva compreso che la libertà non è un premio. Non è un diritto acquisito. Non è nemmeno una condizione permanente. È un compito. Il compito più difficile che sia stato affidato all'essere umano. Quello di non permettere mai a nulla — né al potere, né alla paura, né all'abitudine, né persino a sé stesso — di vivere al posto della propria coscienza. E la sua libertà consistette, dunque, nell’aver tentato di identificarla internamente, finalmente pronta per essere vissuta nella sua stessa definizione e sfuggevolezza intrinseca, senza pregiudizi e senza deviazioni oscure.
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