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Mi hanno raccontato che quella sera il paese era vivo. La parrocchia aveva organizzato una piccola festa, c’era lo spazio per ballare e un piccolo complesso che suonava la classica musica da sagra estiva. I ragazzi indossavano i completi sgualciti dei padri con la fierezza di chi porta l’alta uniforme e le ragazze sfilavano coi vestiti aggiustati all’ultimo minuto dalle madri. Tra chi camminava a braccetto e chi faceva rombare il motore dell’auto, si respirava la leggerezza. «Vuoi ballare?» Nuzio si era avvicinato quasi per caso, più per invitare qualcuno. «Va bene.» Marina sembrava un po’ scettica, ma non voleva essere sfacciata. Lei non si rendeva conto della sua bellezza; se non avesse accettato l’invito, non sarebbe rimasta seduta sulla panchina troppo a lungo. I due ballarono insieme due canzoni. Il vestito azzurro di lei volteggiava insieme ai capelli biondo fragola, non si capiva se era felice o no, aveva sempre uno sguardo così serio e impassibile. Nuzio la stringeva e sentiva che avrebbe voluto ballare con lei altre mille volte, le scarpe del padre erano strette e i piedi gridavano di dolore, ma sapeva che per Marina sarebbe rimasto in piedi all’infinito. «Mercoledì vuoi fare una passeggiata?» Lui glielo aveva gridato mentre lei si allontanava con le amiche. «Devo andare a un funerale!» Ora le sarebbe toccato andare davvero. L’avevano sentita tutti. Passarono i giorni e finalmente arrivò il mercoledì. Marina chiuse il negozio e si avviò verso la chiesa con passo deciso. Non ricordava nemmeno chi era il morto. La processione incominciò. «Permesso…Ehm, mi scusi, permesso… Ciao.» «Cosa ci fai qua?» Marina era stupita. «Mi hai detto che dovevi venire al funerale così ti ho accompagnata.» «Ah.» Marina non sapeva se cacciarlo via o essere contenta. «Grazie.» Nessuno di noi sa bene come siano andate le cose poi, sappiamo solo che una bella mattina di aprile, poco dopo il ventunesimo compleanno di Marina, le campane della chiesa suonavano allegre e i due uscivano mano nella mano mentre intorno a loro una pioggia di riso cadeva sulla ghiaia. Tre anni dopo il loro primo ballo, tutto il tempo che Nuzio aveva impiegato per convincere Marina a passare la vita insieme. Io non ho idea di come passarono gli anni che seguirono, so che viaggiarono molto grazie alle foto di loro due che hanno sparso per casa e da tutti gli album che hanno conservato. Per il loro viaggio di nozze andarono a Roma e dormirono in un convento. Quando le suore seppero dell’arrivo di due novelli sposi, unirono due brandine e le tennero insieme con dei pezzi di corda, solo per dar loro la possibilità di non restare lontani nemmeno per una notte. Insieme diventarono adulti e poi vecchi, ma lui fissava sempre la sua Marina con la stessa dolcezza con cui l’aveva guardata quella prima volta, non so se ballavano ancora, ma il loro amore era ancora più forte quando non c’era la musica a distrarre. Quello che posso raccontarvi viene da ciò che ho ricostruito, dopo vent’anni che ascolto racconti sparsi e che colleziono ricordi come figurine. La memoria è sempre la forma più onesta d’affetto. Ad esempio, ricordo una domenica all’ora di pranzo. «Quanto è bella la nonna?» «Tantissimo!» Senza aspettare la mia risposta, Nuzio aveva accarezzato le guance di Marina e le aveva dato un bacio sulla fronte. Lo faceva ogni volta che trascorrevo le giornate con loro. Sono pieno di questi racconti, anche se non conosco gran parte di ciò che hanno vissuto, ma non vi annoierò più del necessario. Marina era difficile da amare. Era ed è ancora una donna seria, sempre composta e indecifrabile. Lo è diventata per necessità – questo non ve lo racconterò – ma quando si mettevano in posa per farsi scattare una foto, Nuzio le avvolgeva un braccio attorno alle spalle e Marina rivelava un timido sorriso sincero. Dopo più di cinquant’anni insieme, la vecchiaia bussò alla porta e Nuzio si accorse che tenere il passo della moglie era sempre più complesso. Ora il ginocchio, ora il cuore, ora sentiva che dopo una passeggiata sotto casa l’aria non entrava nei polmoni. Il suo peso iniziò a calare e le gambe stentavano a sostenerlo. Marina era come una ventata d’aria fresca che lo trascinava con sé. Lo abbracciava scendendo le scale di casa, poi guidava fino in collina, per far sì che lui potesse potare quelle rose gialle che aveva piantato per lei negli anni. Altre volte guidava fino al mare e, mentre il rumore delle onde li cullava, ricordavano insieme di quei lunghi pomeriggi passati in quel posto, prima con mio padre e poi con me. Nuzio, però, si sentiva pesante e inquieto. Aveva sorretto Marina così tante volte che ne aveva fatto una missione di vita, ma come puoi sorreggere qualcuno se stai spingendo una carrozzina nel tentativo di camminare da solo? Ricordo la vergogna che provava, ricordo benissimo anche quando lo portarono in ospedale. Era un giovedì come tanti. Quasi una settimana dopo il suo compleanno. Da quando lo avevano ricoverato io non ero ancora andato a trovarlo. Salii fino al suo piano e cercai la sua stanza. Quando lo vidi ed entrai mi salutò con un filo di voce. Erano settimane che la voce non usciva e che noi fingevamo di capirlo per non scoraggiarlo. Gli parlai del più e del meno, perché non sapevo cosa dirgli, ma fui interrotto dall’arrivo di mio padre insieme e Marina. Fino a quel momento non avevo mai creduto che gli occhi potessero brillare, eppure vedendo il modo in cui lui guardò mia nonna entrare, riconobbi qualcosa di vero e raro, non solo un’abitudine durata più di cinquant’anni. L’arrivo di Marina aveva illuminato persino una stanza d’ospedale. L’amore purtroppo non basta a salvarci dalla vecchiaia. Nuzio fu trasferito in un altro reparto. In assenza di mio padre io parlavo coi medici, cercando di interpretare le preoccupazioni di Marina e sfruttando la diplomazia. Ricordo la strada per arrivare alla sua stanza. Era la parte più vecchia dell’ospedale e molte lampadine erano fulminate, i pavimenti erano vecchi e mezzi rotti e, se guardavi bene, negli angoli c’erano pure le ragnatele. L’odore di chiuso si annidava nelle mie narici. Ci guardavamo tutti in sala d’attesa, con quella gentilezza e complicità che ti dà il pensiero che anche quello di fronte a te sta per perdere qualcuno. Persino Nuzio aveva capito che da lì non sarebbe uscito. So che mi voleva bene, quindi andavo da lui ogni giorno e gli raccontavo qualsiasi cosa, solo per non stare zitto nell’imbarazzo. Lui mi rispondeva a gesti con la bocca costretta dentro la maschera di un respiratore. «In ogni caso io sto bene, adesso esco e faccio entrare la nonna.» Quando sentiva queste parole raccoglieva tutte le forze e mi spingeva via come meglio poteva. Io lo accontentavo: mi stava dicendo «Vai via, voglio vedere Marina!» Spiavo mia nonna e mio nonno da dietro l’angolo e vi giuro che ho visto più e più volte gli occhi di Nuzio accendersi di felicità, come si accendono gli occhi dei bambini il giorno di Natale. Non ho mai visto l’espressione di Marina durante i loro ultimi momenti, ma a giudicare da ciò che si è spento dopo tutto, so che anche lei si illuminava come Nuzio.
© Punto e Virgola

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