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Mentre Bianca cade, per farsi coraggio, si ripete: “Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, il problema non è la caduta, è l’atterraggio”. Pensa che in queste situazioni sia normale incoraggiare sé stessi per non andare nel panico ma si rende immediatamente conto che lei, del coraggio, non ha proprio bisogno. Non ha paura, si sente a suo agio, cadere le sembra naturale. Le sembra di non aver fatto nient’altro che cadere per tutta la sua vita, ha l’impressione che tutte le parole dette, le parole non dette e i pensieri formulati siano stati propedeutici a quel momento. Bianca ha visto troppi film e immagina di poter riaffrontare da capo tutta la sua esistenza in pochi secondi. Il suo pragmatismo, arma che ha imparato ad affinare col tempo, però, le suggerisce che i film, per quanto realistici, hanno sempre un’ importante componente di finzione, perciò si limita a rianalizzare la sua giornata precedente quasi come se essa potesse fungere da metafora per rappresentare la sua breve avventura in questo mondo. Bianca si sveglia alle 7 meno 10 e per i 2 minuti successivi non si ricorda chi è e non si ricorda perché è costretta ad essere chi è. Per 2 minuti contati la sua mente è invasa da un rumore indistinto e Bianca non sente ciò che pensa.
Questa breve parentesi della giornata ha termine quando si lava la faccia e vede il suo riflesso allo specchio e finalmente percepisce, per l’ennesima volta, la tragicità della sua condizione. Nello specchio vede una ragazza di 18 anni, con lunghi capelli neri ondulati, indubbiamente di bell’aspetto e con un taglio degli occhi che li rende molto espressivi. Si guarda allo specchio con aria interrogativa. “Perché?” si chiede. Perché anche oggi, dopo tutto il dolore provato, senti ancora questo bisogno morboso di assumere un’identità? Visto che la domanda è sterile e infruttuosa Bianca si veste, fa colazione e si lava i denti. Mentre compie queste semplici azioni l’ anima assume la sua forma, sempre la solita per altro, il rumore indistinto si fa più leggero e, quando esce di casa, Bianca ha ricostruito la sua identità e sa di nuovo chi è. Bianca è triste. Bianca è molto intelligente, sensibile, emotiva ma razionale, è ironica nel senso Pirandelliano del termine quindi non si limita alle apparenze ma indaga la sua interiorità e quella delle persone che la circondano. Nonostante queste sue qualità o, forse, proprio a causa di queste, Bianca non sfugge all’irrefrenabile bisogno di definirsi. Bianca non può limitarsi a esistere, a galleggiare sulla superficie della realtà, ma deve attribuire a sé stessa e alle sue azioni un senso profondo. Deve per forza percepire che ogni suo pensiero o parola sia stato causato da una sua caratteristica unica cha la distingue in maniera inconfutabile da ogni persona esistita o esistente sulla faccia della Terra. Bianca si sente rappresentata e definita solo dalla sua tristezza poiché essa è l’unica cosa che lei vive in maniera tanto intensa da poterla definire veramente sua. Il sociologo Goffman pensa che la nostra vita quotidiana sia divisa in 2 momenti principali, ossia il momento del retroscena, in cui ci sentiamo liberi di essere noi stessi e in cui ci prepariamo a interpretare i nostri ruoli, e il momento della ribalta, nel quale, durante la recita dei ruoli, cerchiamo di controllare le impressioni che gli altri hanno di noi. Bianca non ha la più pallida idea di chi sia Goffman ma interpreta alla perfezione il suo ruolo. Una ragazza con uno spiccato senso dell’umorismo, solare, sempre disponibile con gli altri, profonda al punto giusto.
Nei suoi 18 anni di vita ha imparato che la tristezza va preservata, salvaguardata ma non alimentata. Sa che la tristezza è l’unica cosa tramite la quale riesce a mantenere il suo precario equilibrio ma sa anche che questa, se non contenuta, potrebbe essere la sua condanna. Per questo motivo Bianca non permette agli altri di accedere alla sua tristezza e di conseguenza neanche alla sua felicità. Se qualcuno potesse capire cosa davvero le interessa avrebbe il potere di ferirla, nutrendo la sua tristezza, e questo sarebbe inaccettabile, improponibile. Quando Bianca incontra i suoi amici sul bus scherza e ride con loro, ovviamente nei limiti del possibile a causa dell’intontimento del sonno da poco interrotto, e fa attenzione a preservare quella punta di malinconia alla fine di ogni frase, anche se quest’ultima, all’apparenza, potrebbe suonare scherzosa o sarcastica. Questa spolverata di angoscia su ogni parola da lei pronunciata è impercettibile dall’esterno ma fondamentale per Bianca poiché le permette di non scivolare nel baratro dell’apatia. Meglio vivere una vita triste e angosciante cercando di non cadere piuttosto che cadere. Tutto piuttosto di non cadere. A Bianca Freud non piace ma crede nello specifico nella teoria dell’incoerenza dell’inconscio da lui formulata. Si sente un burattino mosso da forze che spingono con convinzione in direzioni opposte. Crede che nel suo inconscio contraddizioni e paradossi convivano pacificamente e si sente impotente di fronte a ciò. Si sente impotente di fronte alla sua profonda incoerenza che la spinge a volersi preservare dalla caduta e allo stesso tempo a rincorrere quest’ultima. Non capisce perché continui a cercare di scappare dalla tristezza tramite la tristezza stessa. Questa è la seconda domanda sterile della giornata perciò Bianca si scuote, scende dall’autobus ed entra a scuola. La scuola è il luogo in cui il suo inconscio ha il sopravvento. Durante la giornata scolastica le sue contraddizioni la torturano perché è costretta ad avere a che fare con persone che hanno deciso di cadere e non lottare per evitarlo: i professori. Vede persone che, non avendo niente da trasmettere, hanno rinunciato alla loro identità. Il suo narcisismo la spinge a pensare che persone adulte come loro debbano per forza sentirsi definite dal loro lavoro e non da emozioni o stati d’animo come lei. I prof si limitano a fare il loro lavoro con noncuranza e Bianca li invidia ma allo stesso tempo li detesta. Vorrebbe essere come loro, una persona apatica che ha rinunciato ad essere triste negoziando la sua unicità con una tranquillità soporifera. Dall’altro lato ha una tremenda paura di perdere sé stessa, pensa che non sopravviverebbe.
Ora è in ascensore, sta risalendo a casa, ed è nuovamente costretta a guardarsi allo specchio. In quello stanzino c’è praticamente solo quello e non può girarsi dall’altra parte perché teme che la sua immagine riflessa, sfruttando il fatto che lei non la vede, la guardi con aria giudicante. Finisce comunque per guardarsi con disprezzo. Comincia inconsapevolmente a ripetere dentro di sé: finora tutto bene, finora tutto bene, siamo già a metà giornata. Lotta in maniera irrazionale contro la sua accidia sforzandosi di sperare che domani sarà una giornata migliore anche se sa che, probabilmente, non sarà così. Bianca prova pena nei confronti di sé stessa perché non si sente giustificata a provare quel tipo di emozioni. Riesce ad essere invidiosa anche di chi è più sfortunato di lei perché pensa che se fosse nella loro situazione avrebbe almeno un motivo concreto per sentirsi così. Quando varca la porta di casa fa un bel sospiro e chiude gli occhi, quasi come se avesse il copione da recitare tatuato sotto le palpebre, e si prepara a interpretare il suo ruolo più importante, ossia quello della figlia. È figlia unica e i suoi genitori sono i genitori perfetti. Se ci fosse una definizione di “genitore perfetto” sul dizionario ci sarebbe una loro foto. Il fatto è che loro sono perfetti per il dizionario e Bianca e le definizioni accademiche non vanno spesso d’accordo. Bianca è inondata dal loro amore e finge di goderne. Lei in realtà ne è nauseata. Interpreta il loro amore incondizionato come una straordinaria forma di egoismo. Crede che loro la amino a prescindere dalle sue qualità e dai suoi difetti ma solo perché è LORO figlia. Anzi lei è proprio LORO in sé e per sé perché, secondo lei, la amano solo perché vedono in lei una LORO creatura e quindi una proiezione di loro stessi. È una forma di egoismo subdola, sottile, perché nessuno oserebbe definire l’amore cieco di un genitore per un figlio egoista. Nemmeno lei osa e perciò inscena uno spettacolo teatrale che a volte è una commedia, in modo che loro possano mettere in mostra le loro doti da genitori simpatici e solari, e a volte è una tragedia, in modo tale che possano mostrare le loro doti di genitori profondi e comprensivi. In realtà lei non è veramente divertita dalle loro parole e non è veramente confortata dai loro consigli ma cerca comunque di soffocare questo senso di nausea enfatizzando i loro lati migliori. Alle 5.15 del pomeriggio Bianca si appresta ad iniziare a studiare. È troppo tardi ma lei è sveglia, ha una buona memoria e non farà fatica. La preoccupazione riguardante le conseguenze dello studio eccessivamente ritardato non può competere con lo schiacciante senso di colpa che la ragazza prova ogni volta che è costretta a spegnere parzialmente il cervello per pensare a qualcosa che non sia un modo per risolvere il problema esistenziale che la attanaglia. Sente che ogni momento non dedicato al trovare un strumento oltre alla tristezza per sentirsi sé stessa sia un momento buttato, un allontanarsi da una possibile felicità. Oggi il senso di colpa è troppo forte e non riesce a concentrarsi su altro che non sia la sua angoscia. Rinuncia a studiare, si siede sul letto, fissa il muro. Con il tempo ha imparato ad apprezzare i momenti di crisi. Ha cominciato ad interpretarli come possibili elementi di rottura del circolo vizioso nel quale è intrappolata. Una scossa che distrugga le fondamenta del suo Io, che spiani un’altra via. Oggi la crisi è diversa. Sente di aver usato tutte le cartucce, di aver finito le opzioni. Sente di nuovo due impulsi totalmente diversi, agli antipodi. Prova un forte amore per la speranza, l’unica cosa che può salvarla dalla sua realtà. Prova anche un forte senso di odio nei confronti della speranza. È proprio essa la causa dei suoi mali, delle sue sofferenze. La speranza le fa credere di poter essere una persona diversa da quella che è adesso, di poter diventare la vera versione di sé stessa e non una di quelle versioni che basa la sua esistenza sulla malinconia. Il problema è il passaggio tra le due versioni, il salto nel vuoto che implica il crescere e il realizzarsi. Lo agogna ma non si sente in grado di compierlo.
Si rende conto che dovrà vivere per sempre in un mondo in cui sarà costretta a recitare per tutelare una tristezza che la preserva ma che allo stesso tempo la divora. La prospettiva di una carriera da attrice non protagonista o da comparsa nella vita degli altri la terrorizza, le fa sperimentare un panico nuovo, destabilizzante. Non lo sopporta, ha bisogno di trasformare questa crisi in un momento propedeutico alla creazione di un nuovo possibile elemento di rottura. Anche se sa che la rottura non avverrà, Bianca necessita che questo attacco di panico abbia almeno l’apparenza di qualcosa di utile. Comincia a sudare, aumentano le palpitazioni, sente i nervi lacerarsi sotto pelle. Sta per abbandonarsi all’isteria quando il suo sguardo cade sulla finestra aperta. Ha trovato il punto di rottura. Si calma, si mette a piangere, si vergogna ma in cuor suo è più serena, sa che potrebbe, in una manciata di secondi, mettere fine alla sua agonia. Sono le 20.30, i suoi genitori sono usciti quasi più di un’ora fa e non torneranno prima di mezzanotte, d’altronde è sabato sera. Bianca non esce. Le piacerebbe interpretare il ruolo della ragazza senza amici perché in quel caso il suo stato d’animo sarebbe più giustificato, la sua tristezza sarebbe collegata ad un motivo preciso e quindi, forse, risolvibile. Non lo può fare, proverebbe solo ulteriore vergogna per un atto così ipocrita. Potrebbe uscire ma non lo fa. Dovrebbe mangiare ma vaga per casa cercando di scacciare dalla sua mente l’opzione tragicomica che è affiorata in lei durante la crisi. Trova una punta di ironia nel suo pensiero di uccidersi. Una vita a cercare di essere unica per poi trovare un modo così banale, comune per andarsene. L’appetito ormai le è passato perciò si sdraia sul divano per rifugiarsi in una delle sue poche certezze. Decide di riguardare per l’ennesima volta il suo film preferito: Fight Club. La maggior parte delle persone amano questo film per i messaggi di grande spessore di cui si fa portavoce come la critica al consumismo, al capitalismo e al sistema in generale. Lei lo apprezza così tanto per tutt’altro motivo. Trova commovente il rapporta tra Jack e Tyler. Jack inventa un suo alter-ego immaginario per criticarsi dall’esterno e cambiare la sua vita. Crea, quindi, 2 versione di sé: quella giudicata e quella giudicante. Si sente esattamente come Jack. La sua estrema tendenza all’autocritica la porta a creare quasi un’altra versione di lei che si estranei dal suo corpo e la critichi come uno spettatore. Ciò che ama maggiormente, però, è il finale. Jack perde quasi il controllo di sé stesso, non riesce ad intuire le conseguenze delle sue azioni perché Tyler lo ha anticipato. La parte giudicante ha prevalso su quella più importante, quella giudicata. Il giudizio ha prevalso sull’essenza più vera della sua persona. Jack alla fine riprende il controllo e Tyler viene metaforicamente eliminato. Bianca per la prima volta, in un momento di estrema lucidità, si rende conto di non essere Jack ma Tyler. Si rende conto di non poter salvarsi eliminando una parte di lei perché lei, ormai, è compromessa, ridotta ad un giudizio crudele e perpetuo. Sa che il suo destino è quello di scomparire, proprio, come Tyler.
Spegne la televisione e rimane al buio. Vaga a memoria verso la finestra di camera sua quasi attratta da una forza che la spinge verso il suo destino inesorabile. Mente apre la finestra è tranquilla, per una volta non ha rimorsi o rimpianti.
Non lascia lettere o messaggi di altro tipo. Non farebbe altro che mentire e comunque, da amante del cinema, pensa che ci sia un limite ai cliché. Una leggera brezza le sposta i capelli dal viso in modo che possa vedere la luna, le stelle, la città, le luci di un mondo a cui tra poco non apparterrà più. Osserva come tutto sia indifferente rispetto a lei, immagina che la mattina dopo il suo suicidio tutto sarà identico e questo le provoca un misto di terrore e serenità. Accenna un sorriso, divertita dal fatto che anche in un momento del genere riesca a contraddirsi. Si lascia andare e si ricorda di un film visto poco tempo fa che iniziava con una celebre frase: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani e mentre cade, per farsi coraggio, si ripete: finora tutto bene, finora tutto bene, il problema non è la caduta, è l’atterraggio”. La trova accurata, quasi originale. Mentre la gravità la fa avvicinare ineluttabilmente al cemento, perciò, per farsi coraggio, Bianca si ripete: “Finora tutto bene, finora tutto bene, il problema non è la caduta, è l’atterraggio”.
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