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I concetti di giusto e sbagliato sono estremamente fluidi. In un mondo governato da logiche capitalistiche, in cui l’unica cosa che conta è massimizzare il profitto e ottenere il risultato migliore nel minor tempo possibile, ogni azione o pensiero possono essere classificate soltanto sulla base di 2 categorie: utile o inutile. Di conseguenza, ormai è una pratica obsoleta esprimere giudizi etici sugli avvenimenti di tutti i giorni poiché l’unica cosa che conta, e sulla quale viene posta l’attenzione, è il fatto che quello specifico evento possa essere strumentalizzato al fine di raggiungere uno scopo. Immagino che qualche lettore o lettrice possa essere scettico nei confronti di un concetto così cinico eppure la realtà dei fatti ci aiuta a dimostrare la tesi precedentemente esposta. Se pensiamo al macro tema della guerra ci verrà subito in mente il genocidio palestinese, la guerra in Iran e poi cominceremo a faticare a nominare altri conflitti sparsi per il mondo. Il nostro pensiero, infatti, influenzato dai social, dalla televisione, dai giornali, segue la logica dell’utile e considera giusto parlare di quelle guerre che possono essere facilmente strumentalizzate al fine di attaccare uno schieramento politico o fare i nostri interessi economici, e sbagliato parlare di quelle che invece risultano più difficili da usare. Esatto, usare è il termine giusto, infatti tutte le guerre dimenticate sono tali perché sono inutilizzate, o peggio ancora, inutilizzabili. Ci pare inutilizzabile la guerra civile in Sudan nonostante i 150.000 morti, i 14 milioni di sfollati e i 25 milioni di persone sofferenti a causa della malnutrizione. La sua inutilità probabilmente risiede nel fatto che il Sudan non sia considerato un partner commerciale affidabile da Stati Uniti o Unione Europea o nella convinzione sbagliata che lo Stato africano sia considerato troppo lontano da noi per essere un nostro problema. Non percepiamo nemmeno la responsabilità di aver finanziato indirettamente le milizie sudanesi tramite accordi proprio con il Sudan per far diminuire i flussi migratori tra il 2016 e il 2018.
Ci pare inutilizzabile la guerra in Myanmar, o Birmania che dir si voglia, nonostante, in seguito al colpo di Stato del Tatmadaw del 2021, siano stati registrati 1 milione di morti e 3.5 milioni di sfollati interni. Europa e Stati Uniti applicano la cosiddetta tothless diplomacy, la diplomazia senza denti, caratterizzata da sanzioni e condanne formali del tutto inefficaci considerando anche i continui finanziamenti russi e cinesi al governo centrale, il quale li utilizza per bombardare i gruppi etnici armati e i civili. Anche l’ONU resta impotente di fronte ai veti continui posti da Russia e Cina, le quali hanno tutta l’intenzione di mantenere rapporti con il governo centrale al fine di ottenere privilegi economici e strategici.
La guerra in Yemen non sfiora neanche i nostri più reconditi pensieri. La consideriamo una guerra finita, archiviata a causa della parabola discendente che ha assunto a partire dal 2021. Ci dimentichiamo che una guerra civile tra Houthi e governo yemenita internazionalmente riconosciuto è ancora in corso. I 400.000 morti, i 5.2 milioni di sfollati, i 22 milioni di yemeniti che necessitano di assistenza umanitaria, oltre ad aver visto calpestati i loro diritti basilari, hanno persino perso quello di venire ricordati. Alcuni yemeniti, a causa, della situazione economica al collasso del paese, dovuta anche alla guerra in Ucraina, la quale ha bloccato le importazioni di grano in Yemen, sono arrivati a vendere organi per un prezzo tra i 5000 e 10000 euro. La coalizione filogovernativa e l’Arabia Saudita, alleata della coalizione, non hanno subito nessun tipo di sanzione per aver ucciso innocenti e bombardato siti civili, durante gli scontri con gli Houthi, pur avendo violato chiaramente il diritto internazionale. Nonostante sia stata definita dall’Onu come una delle più grandi catastrofi umanitarie di tutti i tempi, sono stati pochissimi i corridori umanitari aperti verso lo Stato della Penisola Arabica.
Purtroppo anche il conflitto in Etiopia svoltosi tra il 2020 e il 2022, che ha visto coinvolti il TPLG (Tigray’s People Liberation Front) e il governo centrale, è stato classificato come inutile al fine di ottenere un qualsiasi privilegio e di conseguenza il fatto che oggi alcune violenze stiano riemergendo e che la pace, se così si può chiamare, sia chiaramente instabile non ci tange minimamente. Così come la guerra anche i 600.000 morti, i 2 milioni di sfollati, le 150.000 donne vittime di violenze sessuali sono inutili ai nostri occhi. La guerra in Congo che si protrae ormai da vent’anni più che eterna, come viene definita solitamente, è eternamente ignorata. Non ci rendiamo conto che spesso finanziamo indirettamente i gruppi armati, come l’M23, che presidiano le miniere e che impongono tasse per mandare i minerali come Coltan e Cobalto, fondamentali per la costruzione di prodotti tecnologici, in Uganda e Rwanda, le quali poi procedono a immettere queste merci nel mercato internazionale al quale noi partecipiamo. Il termine “genocidio” ormai non smuove più le nostre coscienze e il fatto che le milizie armate massacrino civili con il chiaro intento di cambiare la composizione demografica di alcune zone non ci tange. In questo caso nemmeno l’esercito congolese prova a ribellarsi alle milizie, anzi, collabora con esse. Secondo alcuni rapporti delle Nazioni Unite alcuni ufficiali delle forze armate della Repubblica del Congo avrebbero fornito armi, informazioni e supporto logistico ad alcuni gruppi armati del traffico minerario illegale. L’ONU ha condannato le stragi nel Paese africano, il consiglio di Sicurezza ha condannato il supporto economico all’M23 da parte del Rwanda ma non è stato consentito nessun intervento militare proprio perché quest’ultimo è un partner economico e militare troppo importante per Europa e Stati Uniti. L’Italia, da par suo, molto scossa a causa dell’uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio, ha promosso l’azione di organizzazioni non governative attive nelle zone di crisi dello Stato ma non ha assunto un ruolo diplomatico o militare rilevante nella risoluzione del conflitto.
Se la mentalità post-coloniale può indurci inconsciamente a pensare che nelle zone appena citate i disordini siano considerabili “normali” allora pensiamo all’Haiti dove, dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse del 2021, si è creato un enorme vuoto di potere e le istituzioni, già fragili di per sè, sono rimaste paralizzate. Questa situazione ha favorito i gruppi criminali che, avvalendosi di una struttura organizzativa sempre più efficace, hanno preso il controllo di quartieri, strade strategiche, porti e infrastrutture anche a causa dell’incapacità del governo di mantenere il controllo su ampie zone del Paese. La crisi umanitaria, tanto per cambiare, è gravissima. La vulnerabilità di donne e bambini è testimoniata dall’aumento degli stupri e delle violenze di gruppo e dal reclutamento dei minori da parte delle gang. Dal 2021 Haiti non ha avuto elezioni stabili né una leadership pienamente legittimata. Nel 2024 è stata avviata una missione internazionale guidata dal Kenya con il supporto ONU e USA per aiutare la polizia haitiana, tuttavia gli uomini dispiegati e le risorse mobilitate sono stati meno del previsto e si sono rivelati insufficienti, di conseguenza le gang hanno continuato ad avanzare. Nel 2026 si sta discutendo di una forza internazionale più ampia la quale, però, senza riforme politiche, ricostruzione istituzionale, sviluppo economico e controllo del traffico d’armi ha la stessa probabilità di risolvere il disordine di quella che una torcia ha di illuminare un buco nero. Pensare che, in futuro, il pensiero comune sarà maggiormente rivolto a questi conflitti marginalizzati perché ci renderemo conto che sia ingiusto parlare solo delle guerre che ci tornano utili, forse, è solo un’utopia. Tuttavia, a mio parere, potremmo renderci conto del fatto che in realtà le guerre dimenticate non sono altro che lo specchio di una società che non funziona, vittima di mass media che, tramite il cosiddetto agenda setting, danno priorità a quegli argomenti più funzionali alle istituzioni e quindi, tramite uno sguardo più attento, potremmo scorgere l’utilità anche nei casi citati precedentemente. L’unico modo per convincere la massa a rivolgere l’attenzione verso milioni di morti, feriti, sfollati e bisognosi di cure, forse, è convincerla che, questi ultimi, possano diventare un suo strumento. Se strumentalizzare, ormai, è l’unico modo tramite il quale sappiamo approcciarci agli eventi allora cerchiamo almeno di compiere questa pratica meschina senza ulteriori discriminazioni.
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