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Siamo il contrario di ciò che pensiamo di essere. Non siamo diversi dall’idea che abbiamo di noi stessi, siamo proprio l’opposto. Non capite quello che sto dicendo? Perfetto. D’altronde, anche se mi diceste di essere persuasi dalle mie parole, mentireste. Se siete dubbiosi o addirittura divertiti da un’affermazione del genere allora siamo sulla buona strada. Un concetto del genere può essere veramente compreso solo da qualcuno che è convinto di non poterlo capire. Quando ho finito di leggere Delitto e Castigo, a differenza del solito, non sono rimasto ipnotizzato, avvolto dal senso di nostalgia dovuto all’abbandono di una storia che mi ero quasi dimenticato non fosse reale. Non avevo mai avuto, infatti, quel senso di distacco dalla realtà e immersione nella storia che di solito mi suscitano le grandi opere. Sto mentendo. Ce l’ho avuta finché non mi sono reso conto che Raskol’ nikov fosse effettivamente una cattiva persona. La sua megalomania, il suo modo di porsi e il fatto di aver ucciso un innocente non potevano che suggerirmi questo. È inverosimile che Raskol’nikov sia una cattiva persona? No, è inverosimile, o meglio, impossibile che sia una cattiva persona nonostante la così bassa considerazione di sé stesso. Fin dall’inizio del romanzo la descrizione tetra di ogni ambiente, l’enfatizzazione dei dettagli angoscianti sottolineano il fatto che l’uomo proietti la vergogna e il ribrezzo che prova nei confronti di sé stesso nel mondo esterno. Altro sintomo di forte egocentrismo tra l’altro.
Dopo aver terminato la quinta stagione di Bojack Horseman il nervosismo ha preso il sopravvento e sono andato a cercare il finale della serie con annessa spiegazione. Bojack si macerava, soffriva a causa della percezione che lui stesso aveva delle sue azioni e, nonostante questo, era viziato, arrogante e autointeressato. Non potevo sopportare che l’ottima scrittura della serie mi potesse portare a credere che una persona o un cavallo parlante hollywoodiano potessero effettivamente essere ciò che credevano di essere. La spiegazione del finale non mi ha soddisfatto; Bojack, in fondo, è restato un bastardo convinto di essere un bastardo. Nonostante la grande stima che ho della serie ho dovuta bollarla come “storia di fantasia”.
Se citare Bojack Horseman e Dostoevskij conseguentemente in un articolo vi sembra inappropriato concentratevi sul prossimo esempio. Quando ho letto la Coscienza di Zeno a scuola ho chiesto alla prof se Zeno avesse smesso di essere un inetto grazie alla sua nuova “professione” legata alla speculazione riguardante la guerra o perché avesse capito di essere effettivamente tale. La prof non mi diede la soddisfazione di confermare la mia tesi ma del resto, secondo le mie stesse parole, se fossi eccessivamente convinto di essere nel giusto, probabilmente, mi starei sbagliando.
È per questo che conserverò un po’ di dubbio e timore nel fare l’ultimo esempio, questa volta più generico, a favore della mia teoria, il quale andrà a spiegarla definitivamente. Se qualcuno di voi nel leggere questo articolo, a causa della mancata comprensione di quest’ultimo si sentisse sciocco o stupido, vorrei ricordargli che la caratteristica comune di tutti gli stupidi è la mancata comprensione della propria stupidità, infatti più lo sciocco è tale più si sentirà intelligente e brillante. Al contrario se qualcun altro, un po’ più sicuro di sé, si sentisse particolarmente arguto per il fatto di intendere un discorso così assurdamente articolato, mi spiace deluderlo, ma sarebbe il primo a porre un limite alla sua arguzia e, scusate la generalizzazione, alla sua intelligenza. Intelligente, infatti, non è altro che la coniugazione al participio presente di intelleggere, che, in italiano corrente, significa capire. Ebbene una persona che capisce la realtà che la circonda capirebbe, prima o poi, di non poter capire tutto e che l’oggettività, concetto di cui si abusa, non è altro che l’unione di numerose, a volte numerosissime, soggettività. Di conseguenza una persona del genere faticherebbe a considerare un suo parere su una propria qualità irreversibilmente giusto considerando la presenza di pressoché infiniti punti di vista. Una persona veramente intelligente metterebbe in discussione la sua intelligenza e il concetto di intelligenza stessa al punto da pensare di essere ottuso. È chiaro che, se questa teoria può sembrare parzialmente condivisibile quando si parla di caratteristiche che ci attribuiamo, essa vacilla pericolosamente quando si cominciano a mettere in conto anche gli stati d’animo che pensiamo di percepire. Qualche lettore che avesse avuto la sfortuna di incappare in questo delirio potrebbe addirittura accusare il sottoscritto di mancanza di rispetto nei confronti di coloro che sono tristi e che soffrono. Permettete che mi difenda. Dichiarare di essere felici, realizzati, sereni può essere pericoloso. Coloro che si percepiscono come felici, nel senso più totalizzante del termine, almeno in giovane età, rinunciano al perseguimento della vera felicità che si ottiene tramite il travaglio e, purtroppo, il dolore. La tristezza, a mio parere, è uno strumento propedeutico e necessario al fine di raggiungere la felicità intensa. Vi chiedete cosa sia la felicità intensa? Non è altro che un’attitudine, una “forma mentis” dovuta ad un nucleo di solide certezze che ci permettono di affrontare con la maggior serenità possibile i problemi a cui la vita ci sottopone. Queste solide certezze però possono essere apprese solo tramite la consapevolezza, la quale, a suo volta, deriva dal dubbio, o meglio, dalla soluzione di quest’ultimo. Per questo la tristezza legata ai dubbi e all’insicurezza è così essenziale per realizzare pienamente sé stessi. Coloro che dicono di essere tristi non si rendono conto che il loro stato d’animo fa parte di un progetto più grande, a cui invece non parteciperanno coloro che sono “felici”. Ovviamente non dico che non si possa essere sereni durante il viaggio verso la felicità pura, semplicemente farei attenzione a sentirsi completamente e, quindi, eccessivamente appagati. La felicità dunque non può essere descritta da coloro che pensano di essere felici perché non la vivono, infatti gli unici che possono avere un’idea di cosa possa essere la felicità sono le persone tristi, malinconiche. Loro in realtà immaginano quest’ultima e proprio per questo sono tristi, per conservare il dubbio e perché percepiscono una netta differenza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Mi rendo conto che dire che solo le persone tristi possono pensare alla felicità possa sembrare paradossale, ebbene è così, se la felicità potesse essere dipinta in un quadro l’autore di quest’ultimo sarebbe un pittore cieco. Tutto questo ragionamento ci porta ad un’ultima preoccupante deduzione ossia il fatto che la coscienza, di per sé, non esiste. Se intendiamo la coscienza come la capacità di essere consapevoli di noi stessi allora è evidente che noi non la possediamo, anzi siamo posseduti dall’antitesi della coscienza, dalla convinzione di essere qualcosa che non siamo, la quale, però, ci porterà ad essere chi veramente siamo.

Coloro che penseranno di essere tristi rincorreranno la felicità, coloro che si crederanno stupidi, cattivi, egoisti saranno incentivati ad essere brillanti, buoni e generosi, coloro che non saranno convinti dalle mie parole ma ne saranno turbati avranno un motivo per rimuginarci sopra e, forse, tra questi, qualcuno concorderà con me, perciò spero che l’articolo non vi sia piaciuto.
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