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Miei cari amici,
ricevere una vostra lettera mi ha lasciato piuttosto confuso. Non capisco come abbiate fatto a rintracciarmi dopo tanti anni e non capisco come vi sia venuta l’idea di cercarmi. Nonostante la mia sorpresa, sono molto felice di aver saputo che siete ancora tutti insieme dopo tanto tempo. Dal momento che non ci sentiamo da tanto, proverò a rispondere a tutte le domande e le osservazioni nel modo più sincero possibile.
Appena arrivato ero riuscito ad affittare un appartamento spoglio e pieno di crepe vicino alla stazione di Piramide. Ero capitato in quella zona per caso e non mi dispiaceva affatto.
Per i primi tempi la notte dormivo malissimo, ma fingevo che non mi interessasse. Ogni mattina mi svegliavo con il rumore del traffico e mi vestivo con gli occhi ancora chiusi. Bevevo il mio caffè solubile, poi mi lavavo i denti per convincermi a non tornare a letto.
Prendevo la metro B fino alla stazione Circo Massimo per camminare lentamente fino al Giardino degli Aranci. Ogni tanto mi guardavo intorno solo per scorgere i gabbiani che frugavano nella spazzatura. Quando arrivavo, mi sedevo su una panchina e mi divertivo a guardare i turisti mentre ammiravano Trastevere e il Gianicolo in lontananza. Loro erano pieni di cose da fare e posti da vedere, al contrario di me. Una volta vidi una ragazza con dei bellissimi ricci color miele correre e gridare agli amici di fare più in fretta. Forse aveva la pretesa di vedere la città eterna in un solo giorno, ma la fretta è una grande nemica di Roma. Lo è sempre stata.
Ogni tanto mi capitava di perdermi nel panorama. Ovunque voltassi lo sguardo vedevo un mare di tegole rosse e mi sentivo piccolo, ma finalmente libero. Nessuno intorno a me sapeva il perché della mia fuga, organizzata riempiendo una valigia. Una piccola idea da bar diventata realtà.
Ne avevo bisogno. Volevo sentirmi libero e non sarei riuscito restando fermo a casa. Non potevo rimanere lì ancora. Mi sentivo perseguitato da quei ricordi, non potevo andare da nessuna parte senza che riaffiorassero dolorosamente. Ho sempre pensato che quando ci serve un capro espiatorio ce la prendiamo sempre coi luoghi che hanno conosciuto qualcosa di noi che ora è perduto. Forse è stato così anche per me. Vi ricordate quando T. ha iniziato a detestare quel paesino in collina?
Mi avete rimproverato il non avervi detto nulla prima di partire ma non me ne dispiaccio, non perché non vi voglia bene, ma perché dovevo scappare per forza. Non mentite ed ammettete che ve ne stavate accorgendo tutti che ero teso ed ansioso. Non mi è mai piaciuta l’idea di diventare un vecchio arrabbiato. Deludere voi potrebbe essere stato il modo per risparmiarmi questo destino. Lasciarvi mi spezzò il cuore, ma è stato solo un prezzo da pagare.
Ora che ci penso, dopo tutti questi anni in questa città, alle volte mi sento ancora uno sconosciuto e vi rimpiango molto. Adesso che la vostra lettera mi ha raggiunto, sento molta nostalgia dei tempi in cui eravamo insieme, ma devo continuare la mia ricerca convincendomi che tutto questo sia stato necessario. Ormai ho girato ogni angolo di questa città e ho imparato a distinguere ogni dettaglio. Ho visto l’amore mescolarsi al degrado e dare a entrambi una vena poetica. Ogni giorno vado ancora al Giardino degli Aranci, ma, quando vedo le tegole rosse, sogno le vigne di casa nostra e le sagome delle mie colline. Le cerco come se le potessi scorgere semplicemente aguzzando la vista.
Mi ricordo una conversazione con M. – che sembrava sempre una filosofa – in cui mi disse che la vera libertà è inesistente. Stava fumando mentre diceva convintissimo che tutti siamo schiavi delle conseguenze delle nostre azioni. Era andato avanti per dei minuti interminabili. Ricordo anche che terminò affermando che in un mondo senza regole, la legge sarebbe la nostra sensibilità e che, di conseguenza, la vera libertà non può esistere perché siamo sempre frenati da qualcosa. Io mi rendo conto ora di aver barattato quella che provavo con voi da giovane per cercarne un’altra che trovo a giorni alterni.
Mi avete chiesto se ritornerò ora che sapete che sono qui e vivo. Forse un giorno lo farò solo per rivedere tutti voi e riassaporare i vecchi tempi, però per ora vorrei rimanere ancora. Ho bisogno di spazio. Questa città non mi ha mai fatto ricordare nulla. Semplicemente non le importa o finge abbastanza bene da non farmene venire voglia. Forse vuole ancora aiutarmi a dimenticare.
Resterò qui anche per un altro motivo: Roma non sa, tutti voi sì.
© Punto e Virgola