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testo Il giorno prima, il cielo del pomeriggio era diventato nerissimo e una bufera furiosa di vento e pioggia s'era scatenata su tutta la pianura, rapinando ogni coviglio e piegando con forza i grandi alberi; Ines raccoglieva le erbacce e i rametti con un pesante rastrello.
Alto e forte era il sole dell'estate sui campi falciati, ma la bufera ne aveva alleviato il caldo nell'aria e il lavoro era tornato sopportabile. Nel giardino della sua casa, Ines ascoltava ogni tipo d'animale uscire rumoroso dalla propria tana terrosa, dopo aver pianto alla bufera per un giorno intero; il ragazzo aveva sempre pensato che la consonanza dei suoni nel suo giardino fosse migliore d'ogni componimento umano. Che meraviglia poter ascoltare ed osservare la grande bellezza della natura, sapendo che essa è spontanea, ardente o ghiacciata, oscura o abbagliante, e si mostra a noi sublime senza alcun tornaconto: a questo tipo d'arte dovrebbe ambire l'uomo. E Ines è fortunato perché ogni giorno assiste al miracolo, rendendosene conto.
Sotto di lui marciava una nera e lunga fila di formiche sulla terra ancora bagnata, ed egli cercava di non darle noia col suo lavoro, ma lo incuriosiva molto. Dall'alto le osservava procedere ordinate mentre il corpo automato si muoveva in ogni direzione, portando i denti dell'arnese lontano e poi richiamandoli; creava cumuli di foglie, frasche e sassi, li caricava sulla carriola per poi trascinarli lontano, fuori dalla recinzione, nei campi a ovest, sperando che i contadini, che dopo la mietitura sono irriconoscibili e diventano dei grandi diavoli d'argilla, non se ne accorgessero. Dopo qualche ora il giardino era coperto di dune.
Finito il lavoro, Ines gettò il rastrello a terra e si mise ad osservare da vicino quella lunga riga nera. Le formiche sono bellissime, guardandole bene: innanzitutto, sembrano essere totalmente coperte da un'armatura leggera. Sulla grande testa hanno gli ocelli, lunghe antenne formate da segmenti regolari e due forti mandibole; hanno tre paia di zampe molto corte e il loro corpo sembra essere un filo di perle nere legate assieme. Ma la cosa che aveva colpito Ines mentre le guardava non era tanto la loro figura quanto l'incredibile sinergia con cui lavoravano: incessantemente affaccendate nell'andirivieni dalla quercia al centro del prato, intente a raccogliere provviste da trasportare nella loro dimora, forse logora e inzuppata d'acqua, non riusciva a sottrarsi al pensiero di come ciascuna lavorasse per tutte le altre, di come si muovessero concordi verso un medesimo fine. Il vento della bufera aveva spostato i piccoli steli scappati alla mietitura dai campi al suo giardino e le formiche li portavano con le mandibole nel formicaio, spesso passandoseli e creando una sorta di catena di montaggio.
Si potrebbe dire che, per fini diversi, avevano ripulito insieme il prato, lui e le formiche. Sì, l'avevano ripulito insieme! Anche lui ora era un operaio! «Voglio dirlo subito ad Agostino», pensò, e, rialzandosi, tirò fuori il telefono dalla tasca. Nella chat con l'amico, che s'era interrotta bruscamente il giorno prima, quando la bufera s'era scatenata ed Ines era corso fuori a fissare le inferriate, il ragazzo digitò: “Ciao Ago, come stai? Io oggi sono una formica!”.
Passarono circa venti minuti prima che lo schermo s'accendesse con una notifica di Agostino: “Ciao bro. Lo sai che le formiche sono sorde?”. A Ines il buon umore si spense all'istante. Gli tornò alla mente la conversazione del giorno prima: Agostino gli aveva detto che l'università non avrebbe rinnovato il corso di lingua italiana per sordi, cosicché lui non avrebbe potuto iscriversi al primo anno di studi insieme a loro. Rispose in fretta: “Scusami bro, non lo sapevo. Come stai oggi?”. Subito l'amico lo incalzò con un altro messaggio, deviando la domanda:
“Eh già, solamente che, a differenza mia, le formiche vivono in una specie in cui tutte sono egualmente sorde; io invece sono sordo da solo. Eppure a volte mi sento l'unico capace di ascoltare”.
“Sei un buon amico tu. Hai pensato di andare a Roma? Lì fanno il corso. I tuoi genitori cosa dicono?”
“Che l'università non è obbligatoria e che i soldi per Roma non li abbiamo, troppo lontano.”
“Capisco… mi dispiace Ago. Magari si sistema la situazione in poco tempo.”
“Non credo. Ho smesso d'avere fiducia nelle istituzioni, Ines. Ormai in Italia nessuno riesce a scindere il denaro dalla morale. Avrei avuto il mio corso se le istituzioni, negli ultimi trent'anni, non avessero mescolato tutto agli interessi economici. All'università, poi! Non possono proprio essere slegati: il denaro e la morale, in ogni ufficio, sono tenuti insieme dal sentimento più ancipite nell'ampia gamma di cui l'uomo dispone: il desiderio insaziabile.”
Ines capì che Agostino nel messaggio manifestava quell'umore che muove l'uomo a esprimere le proprie idee e a creare un mondo nuovo; e, come le formiche si passavano gli steli l'una con l'altra, così egli si mise a dargli una mano. Scrisse: “Bello! Un po' di filosofia, finalmente. È da tanto che non filosofeggiamo; e poi chi l'ha detto che non si può fare su Whatsapp?! Ti adoro quando sei così, quando pensi, quando inventi nuove strade. Ora spiegati meglio però: in che senso Desiderio Insaziabile?”.
Passò all'incirca un'ora prima che Agostino mandasse questa riflessione:
“Provo a spiegarmi. Il desiderio è, di per sé, un sentimento multiforme, che non si manifesta soltanto nell'accumulo della ricchezza ma anche nel desiderio di visibilità, di controllo, di potere, di eccesso. Basti prendere la Bibbia e aprire Genesi, dove si legge, nei primissimi capitoli, come il desiderio insaziabile sia la forza più intima e poliedrica dell'uomo - e anche la causa della sua rovina - che vuole l'unico frutto proibito in un pianeta intero a sua disposizione. Questo concetto è molto diverso da quello della “necessità”, che invece è compatta e uniforme e risponde al solo criterio della sopravvivenza. Il desiderio è come un quadro fatto da più quadri: Eva e Adamo non mangiano il frutto solo per fame o per semplice trasgressione, ma per molte ragioni insieme. Tra queste, forse la principale è il voler diventare come Dio, creatori di mondi sotto il proprio controllo; è quanto gli suggerisce il serpente, ingannandoli. Così diventano le persone che, invece di concentrarsi sul bene comune, si scindono in più ruoli, governate da quel desiderio che non si esaurisce ma si alimenta da sé. Basti osservare gli innumerevoli ruoli riservati a pochi docenti che, ormai, hanno le mani in pasta in mille torte diverse: sono amministratori di teatri e, insieme, presidenti di società; direttori di laboratori e coordinatori di attività Erasmus, consiglieri politici, supervisori, presidenti di unità.”
Ines sorrise. Sapeva che Agostino studiava filosofia ma non avevano mai approfondito un tema così complesso su whatsapp. Sullo schermo lampeggiava ancora il cursore. Le formiche continuavano a passarsi gli steli mentre il tempo cadeva come le ultime gocce dagli alberi. “Forse,” scrisse, “il problema nasce quando il desiderio moltiplica l'uomo.”
“È proprio questo,” rispose Agostino. “Quando il desiderio cresce, e così il conseguente moltiplicarsi delle persone e delle funzioni, non risponde più al servizio della comunità, al senso morale, ma soltanto all'impossibilità di rinunciare a qualsiasi posizione di potere. Per questa ragione pare che il mio corso non si possa fare, perché molte persone hanno messo davanti il proprio desiderio al bene collettivo.” “Credi sia così per ogni professore o ci sono eccezioni?”, aggiunse Ines.
“Non credo che sia questa la domanda corretta”, rispose Agostino.
“Non ho mai conosciuto un uomo giusto che sapesse parlare bene di ogni cosa.”
“Infatti tu sei un uomo giusto -”
“Per questo bisogna imparare ad ascoltarsi. Spiegami come la vedi tu.”
“Secondo me la domanda dovrebbe essere un'altra: i professori, tutti quanti, non dovrebbero essere formati per educare al senso del limite, a rifuggire i beni materiali, ad elevarsi come la S. Cecilia nel dipinto di Raffaello, lasciandosi sotto i piedi il desiderio di potere per ricercare il bene della comunità, per diffondere la cultura?”
“Forse occorre ricordarlo ancora una volta a tutto il mondo: Chi vuole essere in ogni luogo finisce per non ritrovarsi da nessuna parte! Mi sembra che lo abbiano dimenticato -”
“E forse il problema non riguarda soltanto l'università.”
“No. Riguarda tutte le istituzioni. Prendi i nostri governi in esame. Vogliono essere giusti e, nello stesso tempo, fare extra profitti; vogliono non fare la guerra e vendere comunque le armi; vogliono la democrazia, ma con pochi che comandano. Le università, del resto, non vivono fuori dalla società: finiscono inevitabilmente per rifletterne le virtù e i vizi.”
“E la politica, forse, più di tutte.”
Il sole volgeva all'occaso e Ines spense il telefono. La conversazione gli aveva ricordato qualcosa che, tempo prima, aveva letto forse in Seneca, o forse in Epicuro? In fondo non è rilevante. Quello che hanno scritto appartiene a tutti. Nel frattempo le formiche erano scomparse, insieme a tutti gli steli nel prato.
All'ultimo orizzonte seguì la notte, ma invece di andare a dormire, Ines uscì dal cancello e si mise a percorrere la strada ghiaiata.
Il Niño, respiro ardente, grande figlio dell'oceano pacifico, riempiva ora tutta la pianura dell'Emilia Romagna; la bufera del giorno prima ne aveva preannunciato l'arrivo. Iniziò a soffiare il suo corpo sulle strade e tra le fronde degli alberi. Ines, mentre camminava, alzò la testa e gli spiegò i capelli, aprì le braccia e provò ad abbracciarlo.
Arrivato in fondo alla via il ragazzo si sedette sul bordo che cingeva la strada, di fronte ad un lunghissimo canale ancora gonfio dell'acqua della bufera.
La notte era buia, nemmeno un lampione ad illuminare la campagna; forse è per questo che l'uomo alza gli occhi in cerca di una luce. Ma Ines non aveva la testa rivolta ad osservare le stelle. Teneva gli occhi fissi di fronte a lui: lungo l'argine del torrente, centinaia di lucciole s'illuminavano ad intermittenza creando uno spettacolo sublime. La scia luminosa che formavano sembrava condurre – come una strada fatta di polvere stellare – oltre l'orizzonte, alla fine del mondo, sulla porta di Dio; non v'era ragione, ora, di preferire la vista del cielo a quella della terra. Non v'era ragione di tornare a casa. Tirò fuori il telefono dalla tasca, riaprì la chat con Agostino e scrisse: “Il mondo è ancora tutto da inventare”.
© Punto e Virgola
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