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Abbiamo tutti un numero di telefono che vorremmo cancellare dalla rubrica.
Taglio netto, colpo di mannaia e via, fuori dalla testa dal cuore dalla vita. Auf Wiedersehen. Fuori e a mai più. Fuori e a non rivedersi. Perché non mi hai scelto. Perché mi hai voluto, per un po’ di tempo, ma mai fino in fondo. Perché mi hai fatto e mi fai sentire umiliato.
E poi arriva lui: il pensiero più roboante di tutta la riflessione, il gesto eclatante con cui ci promettiamo di riprenderci la nostra dignità: cancellare il numero di telefono.
Ma non cancelliamo niente. Mai. Pensandoci meglio, però, sappiamo di potere giungere a un compromesso. Ripieghiamo su Instagram. Adesso tolgo il follow, ci diciamo. Di solito è facile, ci diciamo. Ma, ancora una volta, non togliamo niente. Perché estirpare questa persona dalla nostra vita, dal ruolo di spettatore di Instagram Stories che ricopre, ci pesa più di quanto ci saremmo immaginati. Perché estirparla da lì significherebbe tagliare il cordone. Dimenticarcene. Cancellare tutto. E quel tutto, è un tutto a cui siamo affezionati. Forse, sotto sotto, speriamo pure che quel tutto ritorni in auge, da un giorno all’altro, sbucando dalla nebbia o da chissà dove. Ma non lo sapremmo dire con certezza.
È una domanda troppo scomoda a cui rispondere, forse non serve farlo. Glissiamo, quindi. Nascondiamo la polvere sotto al tappeto. Per me, questo numero di telefono ha un volto, un nome e un cognome. Ma non la vedo da tempo. Non abita neanche più in Italia.
In compenso, abita ancora in me.
La sento, di tanto in tanto, che fa le sue cose: martella il petto - penso mi attacchi dei Cézanne tra le costole -, spolvera le corde vocali, passa il folletto tra i globuli bianchi. C’è ancora qualche scheletro suo, nel mio armadio, e nella mia libreria ho ancora l’edizione di “Cattedrale” con le sue sottolineature, i suoi appunti, la sua grafia elegante.
Mi disse che le piaceva come mi muovevo nel mondo, come mi prendevo il mio spazio, ma alla fine lo spazio se l’è preso tutto lei. Mi ha occupato il petto.
Qualche anno fa ero alla cena di compleanno di mia nonna, parlavo con una sua amica francese: Régine.
Raccontandoci del più e del meno, mi confidò una storia che trovai molto commovente: quando suo padre morì, lei e la madre si misero a rovistare tra i suoi memorabilia per capire cosa fosse meritevole di memoria e cosa, invece, meritasse la discarica. Con tutta la tranquillità possibile, come se la cosa non l’avesse toccata minimamente, mi disse che nel suo portafoglio trovarono una foto sgualcita della sua prima fidanzatina.
Me lo disse come fosse la cosa più normale del mondo, come se quasi ci fosse da aspettarselo. Quest’uomo si era fatto una famiglia; aveva amato un’altra donna, forse più donne, aveva cresciuto figli, pagato il mutuo, fatto carriera. Tutto con la foto del suo primo amore sempre in tasca. E non c’erano problemi per lei, per Régine, né per sua madre. Nessuna di loro due si sentì tradita. Perché avevano vissuto abbastanza da capirlo.
Ecco, lui il telefono non fece in tempo ad averlo, ma quella foto ingiallita è stata il numero che non è riuscito a cancellare, il follow che non gli è mai riuscito di levare. Mi è capitato varie volte di immaginarmi una conversazione con quest’uomo. Uno scambio fulmineo, qualche battuta che immagino più o meno così:
- Salve, lei ha la foto di una donna che non è sua moglie nel portafoglio.
- Confermo.
- Perchè?
- Perché la amo.
- E sua moglie?
- Amo anche lei. È un amore diverso.
- Non le sembra un po’ fuori luogo?
- Un uomo realista non muore amando solo una donna, ma tutte le donne che l’hanno riconosciuto.
- Riconosciuto?
- Sì, riconosciuto. Veramente.
- Non lo so, mi sembra una paraculata.
- Vivi 70 anni, invece di 20, e mi saprai dire.
Ecco, forse è questo: quando una persona ti vede veramente, quando ti insegna a conoscerti un po di più di quanto facessi prima di incontrarla, sei destinato ad amarla per sempre. Ed è raro che, nella tua vita, questo capiti con una sola persona. A me sì, a me è capitato soltanto una volta. Ma io sono giovane, cosa devo aspettarmi? Chissà. Rimane che, ad oggi, il suo sguardo sforacchiante sia stato l’unico in grado di relegarmi a letto a piangere per ore e ore, ed è successo a caso. Totalmente a caso. Come un gatto che, cadendo dal balcone, finisce dritto nel tuo cesto di ciliegie. Uscivo da una relazione di due anni e mezzo per cui non versai una lacrima. Iniziai a scrivermi con quest’altra ragazza, e di lì a poco uscimmo insieme. Me lo chiese lei.
Io accettai senza aspettarmi chissà cosa, fuorché del sesso. Eppure, mi innamorai. Subito. Senza bisogno di grandi cose.
Per quello che eravamo io e lei. Facevamo cose semplici: un aperitivo, una cena, dormire insieme, andare al cinema. Nulla di eclatante. Eravamo noi due, ad essere eclatanti. Era la nostra intesa, ad essere eclatante.
In “Shantaram”, il romanzo a cui sono più affezionato in assoluto, il personaggio di Karla dice che se la vita non ti fa ridere, non hai capito la battuta. Concordo.
Ci frequentammo per neanche 60 giorni. Forse l’ho idealizzata. Forse il fatto di esserci visti così poco è fondamentale, nell’equazione. Chissà.
Un giorno di maggio il sole splendeva alto e io me ne stavo beato in cucina a lavare il basilico, quando mi ha chiamato per dirmi che la sua psicologa le aveva consigliato di lasciarmi. Non perché fossi tossico io, ma perché era tossico il modo in cui lei si stava attaccando a me. La psicologa mi ha detto che non ti farei bene, mi ripeteva. Scusa con tutto il rispetto per la tua psicologa ma lei che cazzo ne sa, fammelo decidere a me, le dicevo io. Scusa scusa scusa, mi ha detto. E mi ha buttato giù piangendo. Mi ha lasciato così: con il sugo che, bollendo, mi schizzava sulla maglietta e l’amido degli spaghetti che strabordava dalla pentola.
Per giorni interi, non riuscì a pensare ad altro che ai suoi momenti con me, ai miei momenti con lei, ai Nostri momenti insieme: i confronti sulla sessualità vissuta liberamente, i discorsi mattinieri sulla superbia intellettuale di Baricco, lei che al ristorante mi chiese di prendere il prosciutto dal tagliere e lanciarglielo nel piatto. Per farsi una risata. Perché il belletto nel culo, diceva sorseggiando vino rosso, la faceva sentire a disagio.
Amavo il fatto che ogni giorno si alzasse con il sole e che, ogni notte, votasse e recensisse le sue giornate. E ancora, ricordavo il modo in cui al cinema si era tolta le scarpe e rannicchiata sulla poltrona, il fatto che quelle scarpe fossero degli osceni stivaletti da trekking con i lacci rossi, ricordo il fare l’amore con un filo di musica ad abitare lo spazio, il mandala tatuato tra i seni che trovavo di cattivo gusto ma che non riuscivo a smettere di baciare, il fatto che avesse letto in pochi giorni il manoscritto del mio libro sottolineandolo e annotandosi domande da farmi a lato del testo.
Ero pazzo di lei perché era fascinosa, autentica, viscerale, vibrante. Ero pazzo di lei perché era uno specchio solare: il Re del cielo la inondava e lei ne deviava i raggi verso un unico punto, che in quel caso ero io. Ero pazzo di lei perché amava le persone che aveva attorno, anche quando non le conosceva, giusto perché erano persone, e perché amava altrettanto starsene per i fatti suoi.
Sapeva anche lei di essere in ottima compagnia. Conosceva bene la sua mente. Era un essere umano complesso che viveva con una semplicità disarmante. Lo ammetto senza problemi: mi scordo che c’è, ma c’è. Non la posso dimenticare. Mi ha dato troppo. E come me l’ha dato, poi me l’ha tolto. Mi ha sollevato e inabissato allo stesso modo, con la sua particolarissima grazia e le sue orride scarpe da trekking.
Oggi la penso poco; mi capita di tanto in tanto. Non la rivedrò mai più, ho idea. Come ho già anticipato, ora sta in Germania. Convive con l’ex di cui mi raccontava quando bevevamo vino.
Mi va bene così, mi va bene che io sia qui e lei sia lì: odio la Germania. Non andrò a cercarla, e lei non verrà a cercare me. Ho giusto provato a riscriverle ogni tanto, da quando si è trasferita.
Ha risposto una sola volta: quando le ho mandato un messaggio di condoglianze per la morte di una persona a lei cara. “Che belle parole Federico. Grazie tantissimo” mi ha risposto. Io, di tutta risposta, sono stato in grado di scriverle solo: “Prenditi cura di te (Garnier)”. Letteralmente. Ho pensato l’avrebbe fatta ridere. E conoscendola, probabilmente è stato così. Non mi ha più risposto. Io sono andato avanti con la mia vita e continuerò a farlo, consapevole del fatto che l’amore che ho provato, provo e continuo a provare per lei non toglierà nulla all’amore che proverò nei confronti di altre donne. Perché, come direbbe il padre di Régine, è semplicemente un amore diverso. Probabilmente, rimarrà una bellissima fotografia sgualcita tra la tessera della palestra e quella dell’Esselunga.
Lo sento chiaramente: non è la donna della mia vita. Non la è mai stata.
No, non la sei mai stata.
Rimarrai il mio chissà se, il mio se solo avessimo. Auf Wiedersehen.
Prenditi cura di te (Garnier).
© Punto e Virgola