Punto&Virgola
  • home
  • mensili
  • categorie
  • autori e autrici
  • playlist
  • lavora con noi
Instagram
Stato brado
Stato brado

Stato brado

autore
Federico RavazzoniFederico Ravazzoni
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
Racconti e poesieRacconti e poesie
tempo di lettura

3

I. Passeggiavamo insieme, io, mio padre e il vento di montagna, quando vedemmo una piccola volpe al lato della strada. Guaiva forte, come avesse il vetro nella voce, e nascondeva gli occhi schiacciando il muso contro il terreno brullo. Aveva una lunga coda fulva, e ricordo che quando mio padre la prese in braccio si acquietò subito. Il veterinario ci disse che era stata investita; le steccò le zampine e ci consigliò di tenerla al riparo. Sulla via del ritorno, pensai solo al fatto che, da quel giorno, avrei avuto una volpe tutta per me. Mi sarei dovuto inventare dei giochi da fare, ma non sapevo da dove cominciare. A cosa potrà mai giocare una bestia nata sotto l’ala della più sconfinata e selvaggia libertà? Durante quel periodo, papà sembrava avere occhi solo per lei, e il rapporto tra i due si fece più viscerale di quanto mi sarei mai aspettato. La chiamò Cruijff in onore di Johan Cruijff, lo storico trequartista della nazionale olandese, per via del suo manto arancione e perché le piaceva passarci tra le gambe. Guarda guarda, diceva papà, guarda quanti tunnel che fa. Durante quel periodo, papà sembrava avere occhi solo per lei, e il rapporto tra i due si fece più viscerale di quanto mi sarei mai aspettato. La chiamò Cruijff in onore di Johan Cruijff, lo storico trequartista della nazionale olandese, per via del suo manto arancione e perché le piaceva passarci tra le gambe. Guarda guarda, diceva papà, guarda quanti tunnel che fa. Cruijff, dal canto suo, tornò a vivere secondo natura: allo stato brado. Nonostante questo, non ci dimenticò mai. Ogni sabato pomeriggio, puntuale come se consultasse un calendario, tornava a salutare. Non tanto me e mamma, ma mio padre. Lui, ogni weekend, era in giardino ad apportare migliorie o costruire cose, e Cruijff gli correva incontro verso metà pomeriggio, sempre alla stessa ora, accelerando il passo mano a mano che si avvicinava con la coda fulva ben alta.

II. Un sabato d’estate, Cruijff arrivò in compagnia di una nidiata di cuccioli. Tre volpini minuscoli - grandi quanti un pugno o poco più - la seguivano goffamente, trotterellando, cercando di mantenere lo stesso passo. Quando mio padre li vide arrivare, si emozionò al punto che il martello che stringeva in pugno gli cadde sul piede. Si abbandonò sulle ginocchia e Cruijff gli si gettò tra le braccia, mentre i piccoli gli gironzolavano intorno, annusandolo con curiosità. Lo guardavo singhiozzare dalla finestra di camera mia, con quella volpe tra le braccia, e non sapevo se chiamare mamma per farle vedere o starmene zitto. Piansi il cuore di fuori, quella volta, perché io un suo abbraccio non l’avevo mai ricevuto. Perché gli ricordavo lei. Avevo i suoi occhi, dicevano. La stessa bocca, lo stesso modo di muovere le mani. Quando mi guardava, vedeva il suo fallimento più grande: il suo trascinato, consumato e consumante matrimonio. E così, ho imparato presto a farmi piccolo, a lasciare il centro della stanza a chi aveva genitori che si amavano. La mia infanzia non è mai stata un’infanzia. Un bambino non lo sono mai stato. Mia madre non parlava, non avere nulla da dire le dava pace. Diceva “ti voglio bene” mettendoti il pigiama sul calorifero, versandoti l’acqua prima che ti sedessi a tavola, non chiedendoti nulla se ti strozzavi nel pianto. Perché pensava di non avere nulla di utile da dire. Mio padre, nel tempo, divenne il giudice che le diede l’ergastolo, e insieme il demonio che la sedusse. Quando papà tardava a tornare, lei rimaneva ad aspettarlo in cucina, con una Marlboro penzoloni tra le labbra carnose e la tv accesa su Canale 5. Se le capitava di piangere, alzava il volume e affondava la testa nei cuscini del divano. Io vedevo il suo dolore, per certi versi lo condividevo. Così, per farla sorridere, ogni mattina le dicevo che le avrei portato fortuna. Lei sorrideva, mi abbracciava forte e mi infilava la merenda nello zaino.

- Buona giornata, amore mio, buona giornata.

La sera, mio padre andava a ubriacarsi in vecchi bar senza insegna in giro per la città. Quando alzava il gomito, diceva cose senza senso, le più casuali e offensive che gli venissero in mente, ai passanti. Per prenderle. Per farsi punire. Per mettersi in ridicolo, consolarsi all’idea di mettersi da qualche parte. Vagava di bar in bar, come una foglia trascinata dal vento, assicurandosi che sulla strada ci fosse un distributore di sigarette. Se non lo trovava, beveva più del solito e si mangiava le unghie fino a scoprire la carne viva. Il corpo lo ricordo imponente, ma senza gioventù. Mi sembra di averlo qua davanti mentre, di nascosto, si scola il limoncino a tarda notte. È un miserabile. Ma è pur sempre il mio papà. Mi piace ricordarlo nei miei primi 10 anni di vita, quando si faceva la barba ogni mattina e a San Valentino regalava fiori profumati alla mamma. Stava bene. Rideva spesso, era presente; curava il giardino, si indaffarava sul suo banco da lavoro, voleva giocare a calcio con me, mi lanciava in aria e mi prendeva al volo. In inverno, sedeva spesso sotto al portico a mangiare mandarini. Gli piaceva annusarne le pelli, lo calmavano. Io e mamma ce lo ricordiamo così, seduto con le sue pelli di mandarino, quando vado a pranzo da lei. Entrambi concordiamo: l’ha rovinato il lavoro. L’ha drenato. Gli ha tolto la vita. Ha fatto il manovale per 30 anni, giù al porto, e ogni mattina mi salutava fingendo di infilarmi il sole in tasca. Dopo tanti anni, ripenso a quel gesto ogni volta che saluto mio figlio. In casa ho pochi, pochissimi bei ricordi. L’amore lo vedevo alla tv, distante da me, come i personaggi dei film d’azione che mi facevano saltare sul divano. Oggi, vedere un bambino spensierato mi dilania come allora. Mi sono sempre dato colpe, forse troppe, forse anche oggi. Spesso, mi chiudevo in camera e mi prendevo a schiaffi davanti allo specchio finché il dolore non mi imponeva di fermarmi. Con la faccia gonfia, mi sdraiavo sotto al letto e speravo di rimanere lì per sempre.

III. L’ultima volta che ho visto mio padre avevo 16 anni. Era autunno inoltrato e la pioggia si imponeva tra il cielo violaceo e la strada asfaltata. Papà e mamma litigarono per un tempo che mi parve infinito e che, forse, dura ancora oggi. Il rumore dei piatti che esplodevano contro il muro della cucina mi fece rannicchiare. Ricordo che mamma gli disse qualcosa, forse riguardo al suo alcolismo, e lui cominciò a sbraitare e lanciare oggetti. Qualche ora dopo, aprì la finestra per prendere aria e lo vidi in giardino, dormiente, punzecchiato dalla pioggia fina. Scesi per invitarlo a venire in camera mia. Era una notte umida, e le nubi scendevano a comprimere il mondo. Mi avvicinai a lui e lo svegliai. Dischiuse gli occhi affogati tra i rivoli d’acqua che, dal viso, gli colavano sui vestiti fradici. Tremava come un bambino, ma in lui non percepii alcun fastidio. Mi chinai e lo guardai negli occhi, mentre la pioggia tamburellava sull’ombrello.

- Papà. - mormorai.

Lui schioccò le labbra allappate:

- Sono mortificato, Tommi.

- Vieni a dormire in camera mia, papà.

- E tu? Dove dormirai, Tommi?

- Ci stiamo entrambi.

- Tua madre non vuole.

- Ma certo che vuole, papà.

- Ti dico di no, Tommi.

- Papà, ti prego.

Lo convinsi. Una volta dentro, andò in bagno. Lo sentii piangere e vomitare. Quando tornò da me, gocciolava ancora. Mi accarezzò e si mise per terra.

- Papà, cosa fai? - chiesi.

- Dormo.

- Vieni a letto con me, c’è abbastanza spazio.

- Sono bagnato.

- Fa lo stesso, papà. Vieni a letto.

- Non ho voglia Tommi, lasciami qui.

Non insistetti. Fuori, l’autunno rimbombava nella pioggia. Iniziò a tuonare, e i boati mi tennero sveglio. Pensavo e pensavo. Sentivo lo stomaco contorcersi in mille nodi, ma non capii il perché. Inciampai su un pensiero d’amore. Mi chiesi cos’è. Lo chiesi al buio che avevo attorno. Rispose con un altro tuono.

- Papà.

- Non riesci a dormire, Tommi?

- Posso farti una domanda?

- Dimmi.

Non mi sembrò per nulla assonnato.

- Che cos’è, l’amore?

- Tommi.

- Papà.

- Una nebbia, Tommi. Una nebbia che scompare all’apparire della realtà.

Mi alzai di scatto e mi misi a sedere. Lo guardai, ma lui non si mosse. Se ne stava sdraiato per terra e guardava fisso davanti a sé. La mattina, mi svegliai con il sole che lambiva i suoi occhi sbarrati. Lo accarezzai per salutarlo e la sua fronte gelida mi mise i brividi. Da quel giorno, dormii sul divano finché non me ne andai di casa. Dopo qualche anno che vivevo da solo, mamma vendette casa a una coppia di ragazzi che ci abitano ancora oggi. Il mese scorso, prima di trasferirmi, ho deciso di andare a vederla un’ultima volta con mio figlio. Ho pensato che Elia dovesse vedere dove è cresciuto suo papà. Mentre lui correva in lungo e in largo appena fuori dal cancello, sporgendosi tra le sbarre per vedere la casa da tutte le prospettive possibili, notai un lampo arancione vicino al bosco. Un movimento rapido, come un fendente, tra le fronde. Elia urlò dalla paura e una volpe si fermò a fissarci. Non poteva essere Cruijff, pensai, eppure aveva gli stessi occhi, la stessa coda fulva, le stesse movenze curiose. Le sorrisi per salutarla.

- Papà, posso accarezzarla?

- No, Elia. Meglio di no.

- Perché, papà?

- Perché uno spirito selvaggio va lasciato libero di essere quello che è.

- E chi te l’ha detto?

- Si sa e basta.

© Punto e Virgola ©

Potrebbero interessarti:

Sul moloSul molo
Sul molo
08/04/2026
Stato brado Stato brado
Stato brado
08/04/2026
La bestia La bestia
La bestia
08/04/2026
Il diario del contesto Il diario del contesto
Il diario del contesto
08/04/2026
Lettera del 21 Marzo: quando Dante perse contro ChatGPT Lettera del 21 Marzo: quando Dante perse contro ChatGPT
Lettera del 21 Marzo: quando Dante perse contro ChatGPT
08/04/2026
Inno - dall’ulivo e dall’angelo dell’agonia - Inno - dall’ulivo e dall’angelo dell’agonia -
Inno - dall’ulivo e dall’angelo dell’agonia -
08/04/2026
Caro professoreCaro professore
Caro professore
08/04/2026
Terzi Molari Terzi Molari
Terzi Molari
08/04/2026
Golden hour Golden hour
Golden hour
08/04/2026
Al ritmo pneumatico Al ritmo pneumatico
Al ritmo pneumatico
08/04/2026

Dello stesso autore:

Stato brado Stato brado
Stato brado
08/04/2026
Punto&Virgola

home

mensili

articoli

arte

cultura

politica e cronaca

racconti e poesie

rubriche

società

locale

lavora con noi

Parma | Reggio Emilia

InstagramXTiktok