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Insostenibile apre con una serata sull’abitare: dai quartieri popolari al cinema del Pilastro.
«Io la sera non esco, ho paura» «Successo qualcosa»? «Sai c’è della tensione» «Non ci sono motivi secondo me per avere paura, eppure essa ci tiene chiusi in casa davanti alla televisione, noi invece vogliamo portare con Insostenibile le persone fuori, unirle davanti al cinema.»
Questo dialogo, realmente accaduto, e riportato da Milo Adami, ha aperto la prima giornata di Insostenibile, festival che ha scelto di inaugurare il proprio percorso con una domanda semplice ma altrettanto potente: che cosa significa abitare oggi?
La serata di giovedì 25 giugno, tenutasi nel cortile esterno di Officina Arti Audiovisive / Biblioteca Malerba, in via Mafalda di Savoia 17 a Parma, era dedicata infatti allo sviluppo urbano, all’edilizia popolare e alle comunità che vivono nei quartieri ogni giorno, al di là di quella che è la loro immagine pubblica, spesso strumentalizzata. Il senso dell’iniziativa è stato chiarito fin dall’inizio: non restare chiusi in casa, nella paura e nella solitudine, ma portare le persone fuori, con l’intento di condividere uno spazio comune davanti al cinema e di partecipare ad un dibattito pubblico.
A partire da queste premesse si è aperto il dialogo sui quartieri popolari di Parma, moderato da Nicola Cavallotti, che ha richiamato un punto centrale della riflessione sociologica: un quartiere vive davvero quando non è ridotto all’unica funzione di quartiere-dormitorio, ma quando produce relazioni, interdipendenza, socialità. E proprio su questo terreno si è sviluppato il confronto tra gli ospiti della serata e successivamente nelle immagini del docufilm, con uno sguardo rivolto alla crisi abitativa, ai processi di stigmatizzazione sociale e al rapporto tra città e periferia all’interno del dibattito pubblico.
Per Rete Diritti in Casa è intervenuta Giorgia Cecchetto, una giovane volontaria che ha raccontato il lavoro dello Sportello messo in piedi dall'associazione, dedicato anche alla crisi abitativa e attivo ogni martedì. Ha descritto due delle situazioni più frequenti che incontra. Da una parte, lo Sportello accoglie persone senza residenza e senza fissa dimora, spesso intrappolate in una condizione di povertà assoluta e costrette a confrontarsi con un sistema di accoglienza ormai saturo per l’eccessiva domanda abitativa. Ci ha profondamente colpito la testimonianza di Giorgia, che ha raccontato come alcune delle persone che si rivolgono allo Sportello trascorrano l'inverno sotto i ponti della nostra città (per dirne uno Ponte Caprazucca), tanto luccicante quanto capace di nascondere profonde disuguaglianze, e come, talvolta, non riescano nemmeno a superare il più rigido inverno. Dall'altra parte, lo Sportello segue persone che si trovano a fronteggiare un'ingiunzione di sfratto pur disponendo, in alcuni casi, di uno stipendio stabile e dignitoso.
Il nodo della questione, ha sottolineato Giorgia, è la distanza sempre più marcata tra salari fermi da decenni – ricordiamo che l'Italia è l'unico Paese europeo in cui, negli ultimi trent'anni, i salari reali non sono aumentati, ma sono addirittura diminuiti – e affitti in costante crescita: trovare un bilocale a meno di mille euro al mese è ormai praticamente impossibile. In questo scenario, il nuovo Piano Casa, approvato in questi giorni dal Parlamento italiano, e la crescente centralità dei soggetti privati nella gestione del bisogno abitativo rischiano di aggravare ulteriormente le difficoltà, in assenza di un’iniziativa pubblica capace di affrontare in modo strutturale la questione della casa.
Accanto a lei, Erika Trombi e Anna Maria Abbattista hanno raccontato l’esperienza della Casa del Popolo Thomas Sankara, nata nel quartiere San Leonardo, area spesso dipinta da Giornali e Tv come periferica, problematica o come simbolo di degrado; ma, che per chi la vive quotidianamente, rappresenta l’ultimo baluardo di quella Parma popolare e operaia che ormai non esiste quasi più. Erika ha ripercorso la storia del quartiere, nato e sviluppatosi intorno alla ferrovia e alle industrie, da Bormioli ad altre realtà produttive che hanno segnato il territorio. Con il progressivo spostamento delle fabbriche, quel tessuto produttivo si è indebolito, mentre il quartiere è stato spesso trasformato, grazie ad una narrazione semplificata e stigmatizzante, in una sorta di “non luogo” abitato da “non persone”. La Casa del Popolo, al contrario, nasce proprio per smontare questa immagine, vivendo e facendo vivere il quartiere dall’interno e restituendogli relazioni, presenza e protagonismo.
Anna Maria ha invece raccontato il progetto della scuola d’italiano ospitato dalla Casa del Popolo, esperienza avviata nella primavera del 2023 grazie a un lavoro di promozione sui social, con volantini distribuiti fuori dalle scuole e dagli uffici postali. Da allora il laboratorio è cresciuto fino ad accogliere oggi una settantina di studenti, anche se con una frequenza non sempre continua per ragioni lavorative o di difficoltà negli spostamenti intraurbani. Ne è nato un gruppo stabile, in particolare di donne, per le quali la scuola rappresenta molto più di un corso linguistico: è una possibilità di emancipazione, un modo per uscire di casa, creare relazioni, incontrare altri mondi e altre culture. Dal racconto di Anna Maria emerge un ambiente vivo, fatto di scambi, differenze e accoglienza, all’interno del quale l’insegnamento della lingua si intreccia con bisogni più concreti, dalla mediazione burocratica all’inserimento dei minori nella scuola dell’obbligo, fino alle questioni legali e amministrative. Un melt-in-pot sociale “coloratissimo”, come è stata definito, che va ben oltre la semplice didattica.
Dopo il dialogo, la serata è proseguita con la proiezione di Il Pilastro, documentario di Roberto Beani, presentato davanti agli occhi del regista.
Roberto Beani si è laureato in Cinema all'Università di Pisa. Ha iniziato il suo percorso professionale come operatore e direttore della fotografia, collaborando insieme a collettivi come ZimmerFrei e con registi quali Matteo Parisini e Mauro Bartoli, oltre che con artisti contemporanei come Aldo Giannotti, The Cool Couple e Danilo Correale. Ha firmato la fotografia di oltre venti film, lavorando spesso in piccoli gruppi, quando non completamente da solo.
Con Il Pilastro, il suo esordio alla regia nel lungometraggio documentario, racconta l'omonimo quartiere popolare di Bologna attraverso le voci di chi lo abita, mettendo al centro il rapporto tra progetto urbano e vita quotidiana. Costruito negli anni Sessanta nella periferia della città, il Pilastro è spesso associato, nell'immaginario collettivo, a episodi di cronaca nera. Il documentario sceglie invece di osservarlo da un'altra prospettiva: quella degli abitanti che ogni giorno lo vivono, lo difendono e lo trasformano.
Un dato, più di altri, restituisce la portata del tema affrontato: mentre in Italia l'edilizia residenziale pubblica rappresenta circa il 3% del patrimonio abitativo, nel quartiere Pilastro questa percentuale raggiunge il 37%. Un divario che rende evidente quanto la questione della casa possa assumere caratteristiche profondamente diverse a seconda dei territori e delle scelte di politica abitativa.
Dal confronto con il regista è emersa anche la dimensione più personale del lavoro cinematografico. Beani ha raccontato un percorso nato presto, alimentato dalla passione per il cinema e poi passato attraverso studi, esperienze da operatore e una progressiva attenzione al documentario come forma libera, meno rigida rispetto alla struttura del cinema narrativo. Ha sottolineato come, proprio nella realizzazione del documentario, la scrittura resti decisiva soprattutto nel montaggio, nelle assonanze tra le immagini e nelle parole che tengono insieme il racconto. Nel suo esordio alla regia, il lavoro con il collettivo bolognese ZimmerFrei è stato l’occasione per trasformare un laboratorio in un film.
La proiezione ha lasciato spazio anche a una riflessione più ampia: educare le nuove generazioni all’idea di sconfitta e alle sue conseguenze, senza rinunciare però alla possibilità di immaginare e migliorare i luoghi in cui si vive. È forse questo il punto di contatto più forte tra il film e la serata di Insostenibile: l’idea che il quartiere non sia mai solo uno spazio fisico, ma un campo di relazioni, conflitti, memorie e possibilità. E che abitare, prima ancora che una condizione materiale, sia un atto collettivo.
fotografie della serata a cura di Nicola Cavallotti
© Punto e Virgola
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