(fotografia di Vanity Fair)
La sera del 20 luglio 2026, la suggestiva cornice di Piazza IV Novembre, a Sant'Ilario d'Enza, ha ospitato il secondo appuntamento dell'edizione annuale del MicFest. Un festival che, nei suoi ventitré anni di storia, ha raggiunto numeri significativi: 48 eventi distribuiti in 8 province e 4 regioni. La serata, a ingresso gratuito e sostenuta dal main sponsor Iren, insieme a Conad, Euro Pool e Flash Battery, ha visto anche la preziosa collaborazione di Emergency. L'associazione, presente fin dall'inizio dell'evento per raccogliere offerte libere, ha destinato l'intero ricavato alla costruzione di centri pediatrici in Sudan e Afghanistan.
Se la serata fosse un racconto, ad accompagnarne il pubblico sarebbe stata la voce di Edoardo Prati. Affiancato dalle note della Toscanini Academy, con Dario Carrera alla viola e Margherita Curti al violoncello, Prati ha portato sul palco un tema antico quanto l'uomo e, al tempo stesso, drammaticamente attuale: la guerra.
«Molto emozionato e grato di vedervi qui», ha esordito, prima di introdurre il cuore del suo monologo. «Questa sera vi racconterò una storia. Un piccolo preambolo: di guerra e di pace è pericolosissimo parlare. Oggi se uno fa un discorso sulla pace viene preso per pazzo, tacciato di idealismo e moralismo; state a vedere che Omero, migliaia di anni fa, ha capito che per parlare di guerra e di pace senza essere criticati bisogna mettere le parole in bocca alle rane e ai topi».
Il riferimento è alla Batracomiomachia (letteralmente "Battaglia dei topi e delle rane"), opera a lungo attribuita a Omero ma oggi ritenuta un componimento di età successiva, appartenente alla tradizione della parodia epica. Prati ne ha proposto alcuni passi nella traduzione ottocentesca di Giacomo Leopardi. Si tratta di uno dei rarissimi testi giunti integralmente di quel filone ironico e giocoso della letteratura greca.
L'opera racconta di come Gonfiagote, re delle rane, convinca Rubabriciole, figlio del re dei topi Rodipane, a compiere un giro sul lago trasportandolo sul proprio dorso. L'improvvisa comparsa di un serpente d'acqua costringe però la rana a immergersi per salvarsi, provocando l'annegamento dell'ignaro topo. Da quell'episodio nasce una guerra furibonda che, a differenza del decennale conflitto troiano, si consuma nell'arco di una sola giornata. Quando i topi sembrano ormai prevalere, l'intervento di Zeus e l'arrivo dei granchi ribaltano le sorti dello scontro, salvando le rane dall'annientamento.
Per Prati, tuttavia, la Batracomiomachia non è soltanto una raffinata parodia della guerra. È soprattutto, come ha sottolineato durante il monologo, «una metafora e una riflessione profonda sulla condizione dell'uomo». Un'opera che, proprio attraverso gli strumenti della satira, smaschera l'assurdità della violenza e ne denuncia l'inconsistenza.
Il momento culminante dello spettacolo è arrivato con il finale del poema, definito da Prati «il silenzio più forte della letteratura». Un silenzio che annuncia la morte e che, proprio per questo, resta «carico di domande». Da qui la provocazione rivolta al pubblico: «Quanti altri silenzi dovremo sentire prima di poter cantare di nuovo delle storie come questa?».
Un tema che abbiamo approfondito ai microfoni di Punto e Virgola Indipendente, durante un'intervista esclusiva realizzata al termine dello spettacolo. Alla domanda sul significato del silenzio per la nostra generazione, Prati ha offerto una riflessione lucida e amara.
Hai parlato del silenzio più grande della storia della letteratura, ma noi volevamo chiederti: qual è l'importanza del silenzio per la nostra generazione?
«Il silenzio, alla fine di quest'opera (Batracomiomachia), è un silenzio mortifero: un silenzio che segna la fine di una guerra, carico delle molte voci che si sono strozzate. Oggi, paradossalmente, di silenzio non ne abbiamo; ma quel silenzio lì, quello della fine della guerra, c'è ancora in molte città. Noi, come generazione, siamo coscienti di quanto sta accadendo in Palestina. Manca però un silenzio sano, che ci permetta di analizzare le cose: c'è una sovrabbondanza di voci.»
Forse c'è anche una mancanza di tempo per coltivare il silenzio, il tempo di ascoltarsi?
«Il silenzio, paradossalmente, non è produttivo. Certo, ti permette di concentrarti e di fare le cose meglio, ma, in fondo, nelle nostre città di silenzio non ce n'è. Ti abitui, quindi, a ragionare immerso in un movimento continuo che fa rumore e basta.»
L'ipocrisia è la tassa che il vizio paga alla virtù. Quanto influisce l'ipocrisia nella narrazione della guerra?
«Nella Batracomiomachia vediamo i due capi di Stato che fanno dei discorsi per convincere il loro popolo ad andare in guerra per una giusta causa. Tutti, al mondo, sono convinti che sia giusta la causa per cui vanno in guerra; altrimenti non ci andrebbero. Certamente quella è un'ipocrisia dialettica e verbale.
Oggi, però, il problema relativo alla guerra non è tanto l'ipocrisia, quanto il modo in cui abbiamo iniziato a vederla. Negli anni Cinquanta nessuno pensava che si sarebbe ritornati a questa roba qua; invece oggi abbiamo di nuovo legittimato l'idea che gli uomini muoiano in guerra, che sia giusto così e che possa succedere.
Prendete il modo in cui parliamo delle armi e delle strategie belliche. Guardate la strategia di Gonfiagote, quando dice: "Noi ci mettiamo di sopra e li spingiamo sotto". Noi la raccontiamo esattamente come lui, come se fosse l'ultima invenzione tecnica; raccontiamo i droni come raccontiamo le lavatrici. Ci illudiamo che la guerra sia una cosa da professionisti, mentre la guerra è una cosa da gente. E la gente ci muore.»
Questa è una cosa che ha detto anche Alessandro Barbero al podcast BSMT: ci stiamo riabituando all'idea che i Paesi e i popoli debbano andare in guerra. Forse c'è un disallineamento tra la narrazione e il volere della gente?
«Non credo, in realtà. Sono molto negativo su questo. Credo che il popolo sia assolutamente facile da convincere. Come i topi e le rane, quando pensano di essere dalla parte del giusto, diventa giusta anche la guerra.
Non credo in un popolo schermato; credo, piuttosto, in un popolo sempre più abituato alla violenza. Vedete la violenza verbale sui social? Non voglio creare un nesso forzato, ma di certo stiamo legittimando un linguaggio violento in ogni sfera: privata, pubblica e politica.»
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