È salito a 903 il numero di vittime riportato dopo la devastante alluvione che ha colpito il Nepal il 26 agosto, lungo il sistema fluviale del Bhotekoshi-Trishuli, nel distretto di Rasuwa e successivamente nelle aree situate più a valle. Secondo l'ultimo aggiornamento della National Disaster Risk Reduction and Management Authority (NDRRMA), diffuso alle 9:00 del 31 agosto, 4.247 persone risultano ancora disperse o non rintracciate, mentre 10.451 persone sono state tratte in salvo.
Secondo gli ultimi dati diffusi dalla polizia nepalese, le vittime sono di otto distretti diversi: a Chitwan, a Nawalparasi (Bardaghat Susta East), a Nawalparasi (Bardaghat Susta West), a Gorkha, a Nuwakot, a Dhading, 37 a Tanahun e a Rasuwa. Tra i dispersi figurano anche membri delle forze di soccorso: 25 agenti della polizia, 45 militari dell'esercito e 13 membri della polizia armata, oltre a 15 dipendenti della dogana, quattro dell'immigrazione e 933 lavoratori impiegati nei progetti idroelettrici. Il bilancio resta comunque provvisorio, perché le operazioni di ricerca e recupero sono ancora in corso.
Ma che cosa è successo precisamente?
Innanzitutto bisogna dire che il Nepal è un Paese senza sbocco sul mare, stretto tra India e Cina, attraversato da alcune delle montagne più alte del pianeta. Proprio questa conformazione geografica aiuta a comprendere la particolare violenza dell'evento: le valli himalayane sono spesso molto strette e ripide e i fiumi possono trasformarsi rapidamente in correnti estremamente veloci e cariche di sedimenti.
La ricostruzione scientifica dell'evento è ancora in corso, ma le immagini satellitari, le osservazioni sul terreno e i dati sismologici hanno permesso di delineare una sequenza abbastanza precisa.
Tutto sarebbe iniziato ad alta quota, sul versante settentrionale del Langtang Lirung, una montagna di circa 7.200 metri situata nel Nepal settentrionale. La zona era già stata duramente colpita dal terremoto di Gorkha del 25 aprile 2015. Nella valle di Langtang, una complessa sequenza di valanghe e movimenti di massa innescati dal sisma distrusse il villaggio di Langtang, causando centinaia di vittime.
Questa volta il collasso si è verificato a circa 17.000 piedi, poco più di 5.000 metri di quota. È importante però precisare la natura del fenomeno: non è corretto descriverlo semplicemente come il distacco di un blocco di ghiaccio. Le evidenze disponibili indicano il collasso rapido di una porzione del versante roccioso associato a una massa glaciale, che ha prodotto una valanga di ghiaccio e roccia.
L'US Geological Survey (USGS) ha infatti classificato il segnale sismico registrato durante l'evento come un landslide, cioè un movimento franoso, e non come un terremoto. L'energia liberata dal movimento è stata tuttavia sufficiente a generare un segnale equivalente a un terremoto di magnitudo 5,2.
È una distinzione importante: il terremoto non è stato necessariamente la causa del disastro. Il segnale sismico è stato prodotto dallo stesso improvviso movimento della massa di roccia e ghiaccio. Le analisi delle onde sismiche a lungo periodo hanno permesso all'USGS di distinguere il fenomeno da un normale evento tettonico.
La massa di roccia e ghiaccio, durante la discesa, ha incorporato altra acqua, sedimenti e materiale presente lungo il percorso. In questo modo quello che inizialmente era un movimento di ghiaccio e roccia si è trasformato progressivamente in un flusso violentissimo di acqua, fango, massi e detriti.
Questa trasformazione è fondamentale per comprendere la portata del disastro: non si è trattato semplicemente di una valanga che ha raggiunto il fondovalle, ma dell'inizio di una vera e propria cascata di pericoli, nella quale un fenomeno geologico ne ha innescati altri.
Lo sbarramento naturale
A questo punto si è verificato il secondo passaggio fondamentale della catena di eventi.
La massa di ghiaccio, roccia e detriti ha raggiunto il Lhende Khola, un corso d'acqua tributario del Bhotekoshi, e ne ha temporaneamente ostruito il corso. Si è così formato uno sbarramento naturale, una sorta di diga costituita non da cemento o strutture costruite dall'uomo, ma dal materiale prodotto dal collasso.
Le prime osservazioni satellitari analizzate dal Dipartimento di Idrologia e Meteorologia del Nepal hanno mostrato proprio la presenza di una massa di ghiaccio e detriti che aveva bloccato il corso del fiume e prodotto un lago temporaneo. Rijan Bhakta Kayastha, professore e ricercatore sul clima alla Kathmandu University, aveva già indicato nelle prime ore successive al disastro l'ipotesi secondo cui una valanga di ghiaccio avesse ostruito il Lhende, provocando l'accumulo dell'acqua e la successiva fuoriuscita.
Dietro questo sbarramento l'acqua ha continuato ad accumularsi. Il rapporto di analisi rapida dell'International Research and Disaster Reduction network indica che il blocco potrebbe essere rimasto in posizione per circa 18-19 ore, prima di cedere nella mattinata del 26 agosto.
Quando uno sbarramento naturale di questo tipo viene superato dall'acqua o comincia a essere eroso, il processo può diventare rapidamente instabile. L'acqua inizia a scavare un passaggio all'interno o sopra i detriti; il passaggio si allarga, aumenta la quantità d'acqua che riesce a fuoriuscire e l'erosione accelera ulteriormente. È un processo di retroazione che può portare alla rottura improvvisa della diga naturale.
È ciò che, secondo la ricostruzione preliminare, è accaduto nel bacino del Lhende Khola. Quando lo sbarramento ha ceduto, una grande quantità di acqua, ghiaccio, rocce e sedimenti è stata liberata verso valle, trasformandosi in una violenta onda di piena e in una colata di detriti.
È importante sottolineare che non è crollata una diga costruita dall'uomo. La diga era naturale, costituita dai detriti prodotti dal collasso della montagna.
La sequenza esatta è comunque ancora oggetto di studio: gli scienziati stanno cercando di stabilire quale sia stato il peso relativo dell'acqua accumulata dietro lo sbarramento e della massa di ghiaccio e detriti direttamente immessa nel sistema fluviale.
Una cascata di fenomeni
La particolarità di questo evento è che non si è trattato semplicemente di una normale piena fluviale.
L'acqua, durante il suo percorso, ha trascinato enormi quantità di fango, rocce, ghiaccio, alberi e altri detriti. Il risultato è stato un flusso molto più denso e distruttivo di una normale corrente d'acqua.
In termini fisici, la componente di pressione dinamica associata a un flusso cresce approssimativamente con il quadrato della velocità e con la densità del materiale in movimento. Nel caso di una colata detritica reale, tuttavia, la forza distruttiva dipende anche dalla concentrazione dei sedimenti, dalla presenza di massi e dalla complessa interazione tra acqua e materiale solido.
Nel caso del Nepal, inoltre, la conformazione della valle ha contribuito a concentrare l'energia dell'onda. Il flusso ha percorso il sistema del Bhotekoshi e successivamente del Trishuli, continuando a raccogliere acqua e sedimenti lungo il percorso. L'USGS stima che la colata detritica e la piena abbiano percorso quasi 100 chilometri lungo il sistema fluviale, interessando progressivamente il Lhende Khola e il Trishuli e producendo effetti a grande distanza dal punto di origine.
I dati idrologici restituiscono bene la rapidità dell'evento. Secondo l'ICIMOD, sul Trishuli, presso la stazione di Galchhi, il livello dell'acqua è aumentato di circa nove metri in appena trenta minuti; nella stazione di Malekhu l'incremento è stato di circa sette metri nello stesso intervallo di tempo.
In una valle stretta e densamente insediata lungo il corso dei fiumi, un aumento di questo tipo lascia un margine di tempo estremamente ridotto per comprendere ciò che sta accadendo, avvertire la popolazione e raggiungere luoghi sicuri.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti dal punto di vista della protezione civile: una piena provocata da una precipitazione può, almeno in linea di principio, essere anticipata attraverso il monitoraggio meteorologico. Un collasso glaciale o una frana d'alta quota possono invece verificarsi senza che a valle sia presente una precipitazione eccezionale.
Non è il primo evento nella zona
La tragedia del 26 agosto assume un significato ancora maggiore se si considera che il sistema del Lhende aveva già prodotto una grave piena improvvisa nel luglio 2025.
Il Dipartimento di Idrologia e Meteorologia del Nepal aveva ricostruito allora l'evento come una glacial lake outburst flood (GLOF), cioè una piena provocata dalla rottura improvvisa di un lago glaciale. Le immagini satellitari avevano mostrato la presenza di un lago glaciale che si era svuotato improvvisamente.
La differenza è importante: un GLOF non è la stessa cosa dell'evento del 2026. Nel primo caso l'acqua proviene dalla rottura di un lago glaciale; nel secondo la sequenza sembra essere stata innescata dal collasso di una massa di ghiaccio e roccia e dal successivo sbarramento del fiume. In entrambi i casi, tuttavia, emerge la vulnerabilità dello stesso sistema fluviale a fenomeni improvvisi di origine glaciale e geomorfologica.
Un disastro legato al cambiamento climatico?
È la domanda che tutti ci siamo posti e alla quale è necessario rispondere con cautela.
Non abbiamo oggi elementi sufficienti per affermare che il riscaldamento globale abbia causato direttamente questo specifico collasso. Per arrivare a una conclusione del genere sarebbe necessario conoscere molto meglio lo stato termico e meccanico del versante prima del cedimento e realizzare un'analisi di attribuzione specifica dell'evento.
Questo non significa però che il cambiamento climatico sia irrilevante.
Le montagne dell'Hindu Kush-Himalaya stanno attraversando una trasformazione profonda. Una recente revisione pubblicata nel 2026 su Earth-Science Reviews, che sintetizza quasi 300 studi, rileva per la regione un riscaldamento medio di circa 0,2–0,3 °C per decennio tra il 1980 e il 2020, quasi il doppio della media globale. Lo stesso lavoro documenta una forte perdita di massa glaciale, una riduzione di circa il 30% della copertura nevosa nell'Himalaya centrale e orientale tra il 1990 e il 2020 e un'intensificazione del disgelo del permafrost, che in alcuni siti raggiunge valori fino a circa 23 centimetri all'anno.
Una revisione pubblicata nel 2025 su Nature Reviews Earth & Environment ha inoltre mostrato che le aree montane possono sperimentare un riscaldamento maggiore rispetto alle aree a quote più basse. Per il periodo 1980-2020, l'analisi globale rileva un'anomalia media di riscaldamento delle montagne rispetto alle pianure e una significativa riduzione della neve. Gli autori sottolineano tuttavia che questi processi variano considerevolmente da una regione montuosa all'altra.
Ma il problema non riguarda soltanto la quantità di ghiaccio presente. Il riscaldamento modifica anche l'interazione tra ghiaccio, acqua, neve, roccia e permafrost. Quando il terreno permanentemente gelato si riscalda e perde parte della propria stabilità, i versanti possono diventare più vulnerabili a frane e altri movimenti gravitativi. Il ritiro dei ghiacciai, inoltre, può lasciare depressioni che vengono progressivamente occupate dall'acqua, favorendo la formazione e l'espansione di laghi glaciali. Questo aumenta il potenziale rischio di GLOF.
Una recente strategia scientifica regionale sulla criosfera dell'Hindu Kush-Himalaya, pubblicata sul Journal of Mountain Science, sottolinea proprio la necessità di considerare insieme ritiro dei ghiacciai, riduzione della neve, degrado del permafrost e cambiamento della stagionalità dei deflussi: fenomeni diversi che possono interagire e produrre rischi a cascata per popolazioni, infrastrutture, energia e risorse idriche.
È quindi più corretto dire che il cambiamento climatico sta modificando le condizioni fisiche dell'alta montagna himalayana e, con esse, il quadro dei rischi, piuttosto che affermare che abbia provocato direttamente la tragedia del Bhotekoshi.
Il fatto che un evento avvenga in un clima che si riscalda non dimostra automaticamente che sia stato "causato" dal cambiamento climatico. Ma allo stesso tempo non permette di ignorare le trasformazioni documentate nell'ambiente nel quale l'evento si è verificato.
Fonti utilizzate
Fonti scientifiche e accademiche
- U.S. Geological Survey (USGS) — analisi del segnale sismico e classificazione dell'evento come landslide, con ricostruzione della dinamica del collasso e della successiva piena.
- Kathmandu University – Rijan Bhakta Kayastha, attraverso la ricostruzione pubblicata dal Kathmandu Post — prima interpretazione scientifica dell'ostruzione del Lhende Khola e della formazione dello sbarramento naturale.
- ICIMOD – International Centre for Integrated Mountain Development — dati idrologici sull'innalzamento del Trishuli e analisi del rischio nella regione himalayana.
- Center for Land Surface Hazards (CLaSH) — University of Michigan e università partner — ricerca sui cascading hazards e sulle interazioni tra diversi pericoli naturali.
- Indiana University Bloomington — Brian Yanites e ricerca del Center for Land Surface Hazards sui pericoli naturali a cascata.
- University of Nevada, Reno — attività del Center for Land Surface Hazards e ricerca sui processi concatenati tra terremoti, frane, alluvioni e altri pericoli.
- Pepin, N. et al., “Elevation-dependent climate change in mountain environments”, Nature Reviews Earth & Environment, 6, 772–788 (2025).
- Cryospheric changes and resultant hazards: Insights from the Hindukush-Himalaya system, Earth-Science Reviews, 276, 105449 (2026).
- Regional cryosphere strategy for the Hindu Kush Himalaya, Journal of Mountain Science (2026).
- A strategic framework for Glacial Lake Outburst Flood Risk Reduction in the Himalayas under climate change, Discover Geoscience (2025).
- Glacial lakes and GLOFs in a warming Himalaya-Karakoram region: current understanding, challenges, and the way forward, npj Natural Hazards (2026).
- Periglacial environment in Nepal Himalaya: Present contexts and future prospects, Tribhuvan University, Nepal Journal of Environmental Science.
Fonti istituzionali e di cronaca utilizzate per la ricostruzione dell'evento
- National Disaster Risk Reduction and Management Authority (NDRRMA) — dati ufficiali su vittime, dispersi e persone soccorse.
- Nepal Police — aggiornamento del 30 agosto 2026 sul numero e sulla distribuzione dei corpi recuperati.
- Nepal Department of Hydrology and Meteorology — ricostruzione preliminare dello sbarramento e del lago temporaneo.
- New York Times — ricostruzione giornalistica dell'evento e analisi delle immagini della zona colpita.
- Associated Press / CBS News — aggiornamenti sul bilancio delle vittime e sulle operazioni di soccorso.
- Reuters — ricostruzione della sequenza ghiaccio-roccia → Lhende Khola → piena e conseguenze lungo il confine Nepal-Tibet.
- Kathmandu Post — ricostruzione delle prime analisi scientifiche nepalesi e del precedente evento del luglio 2025.
- Fondazione Glaciologica Italiana / Comitato Glaciologico Italiano — interpretazione tecnica dell'evento e dati sulla dinamica del collasso.
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