Nella cultura occidentale, le figure dei pirati hanno subito due tipi di stereotipizzazioni: da un lato vengono raffigurati come bruti criminali pronti a saccheggiare qualsiasi nave o isola alla ricerca di rum e oro; dall’altro sono dipinti come la massima personificazione della libertà, del libero vagare per il mare e di fare tutto ciò che desiderano. Sono due immagini opposte che però hanno caratterizzato i pirati fino ai giorni nostri. Uno dei primi omaggi all’amore per la libertà dei pirati fu una poesia del 1835, intitolata Canción del pirata, scritta dal poeta spagnolo José de Espronceda. Il lungo poema romantico descrive il pirata sul suo vascello, libero da qualsiasi confine geografico e da qualsiasi norma sociale o giuridica cui sottostare; Espronceda romanza la figura di, quello a cui tutti gli effetti è: un fuorilegge, come il modello non plus ultra per rappresentare l’essenza della libertà.
Questo simbolismo binario è rimasto tutt’oggi, nel XXI secolo, ma ciò che lo rappresenta al meglio non è una poesia, bensì un manga: One Piece, scritto e disegnato da Eiichirō Oda, pubblicato per la prima volta 1997 sulla rivista Shōnen Jump. Di cosa parla One Piece? E perché ha riscosso tutto questo successo tra i giovani negli ultimi anni? Il manga narra delle avventure di Monkey D. Rufy e la sua ciurma di pirati, i quali partono alla ricerca del leggendario tesoro lasciato dal re dei pirati, Gol D. Roger, soprannominato One Piece. Per raggiungere l’isola del tesoro bisogna affrontare un lungo percorso via mare pieno di isole mortali, mostri marini e basi della marina militare armate fino ai denti per fermare la “feccia pirata”, questo è ciò che divide Rufy dal raggiungere il One Piece e diventare il prossimo re dei pirati.
Normalmente, come la cultura occidentale ci ha “insegnato”, i pirati sono dei fuorilegge che approdano ai porti più vicini per saccheggiarli di tutti i loro averi; che è anche la versione più propagandata dalla marina militare nel manga. Però nel corso della storia, quello che fa Rufy nel momento in cui arriva su una nuova isola va’ contro ogni tipo di raffigurazione negativa: aiuta le persone. La lista di isole e di popoli che hanno ricevuto l’aiuto disinteressato della ciurma di Rufy è lunghissima, comincia dalla primissima isola in cui comincia l’avventura fino ad arrivare agli ultimi capitoli del manga in cui la situazione è la medesima. Nel corso della loro avventura, la ciurma dei pirati di Cappello di Paglia ha affrontato pirati malvagi, corsari e imperatori del mare che hanno conquistato isole e i loro regni, liberandole da quei poteri illegittimi; cose che i “normali” non farebbero. Ci sono stati anche rari momenti in cui Rufy ha sfidato direttamente il Governo Mondiale, il potere “legittimo” all’interno dell’opera, ma quegli eventi sono avvenuti per difendere il primo ideale di Rufy: proteggere le persone a cui tiene. L’azione di liberare le isole da figure indegne di governarle, che pensano soltanto ai propri interessi, che arrivino a sfruttare la forza lavoro e le risorse di quei regni, e la disobbedienza civile nei confronti di un potere legittimo che si comporta però in maniera illecita; non è un pirata che promuove il caos e l’anarchia, ma la libertà dagli sfruttamenti e la possibilità di seguire i propri sogni. Questi sono elementi che appartengono più a dei liberatori che dei razziatori, eppure è un gruppo di pirati a compiere le gesta più eroiche all’interno del manga.
Questi atti di liberazione arrivano a influenzare anche il mondo reale. Per chi avesse mai partecipato a una manifestazione o a uno sciopero negli ultimi anni, quante volte ha visto la bandiera con il jolly roger dei pirati di Cappello di Paglia? È un simbolo indistinguibile: teschio, due ossa incrociate e un cappello di paglia sul capo. Allora perché il jolly roger di un pirata fittizio viene sventolato durante le manifestazioni? Il mondo di One Piece, per quanto frutto dell’immaginazione di Oda, non manca di numerosi parallelismi con problematiche del mondo reale: inquinamento, corruzione delle classi dirigenti, abusi di potere, traffico di esseri umani, sfruttamento, povertà, guerre, pestilenze, disparità sociali ed economiche; tutte tematiche che ritroviamo anche distaccando gli occhi dalle pagine del manga. Quindi, se una persona esterna dall’isola, come un pirata, ha il potere di liberare un popolo da un potere illegittimo, perché il popolo non può farlo? Una cosa simile è successa nella vita reale, più precisamente in Indonesia nel 2025, quando le manifestazioni in Indonesia hanno scosso le sedi del potere, fino a rovesciarlo e a eleggerne uno nuovo; e uno dei simboli più diffusi in quei frangenti di tensione era proprio il jolly roger di Rufy, l’uomo che desidera con tutto il cuore diventare il re dei pirati.
Ma che vuol dire essere il re dei pirati? Proprio per il protagonista, possedere questo titolo vuol dire essere l’individuo più libero di tutti gli oceani, quasi incarnando il concetto stesso di libertà. Quindi essendo un pirata (ed essendo in un certo senso il sovrano dei mari), sarebbe libero di navigare ovunque gli pare e fare ciò che più desidera. Ma cosa se ne fa una persona, un re di tutta questa libertà? Che senso avrebbe per Rufy diventare re dei pirati? Per lui trovare il One Piece e ottenere quel titolo servirebbe solo per realizzare il suo sogno; un obiettivo talmente assurdo e, all’apparenza, irrealizzabile che quando Rufy lo svelò ai suoi compagni di viaggio, loro rimasero sorpresi. Un sogno talmente irraggiungibile che per farlo diventare realtà bisogna essere la persona più libera del mondo; talmente grande che purtroppo è rimasto celato alle orecchie dei lettori.
Un sogno che, nonostante non si conosca la sua natura, ha ispirato tutti i fan dell’opera portandoli a sognare a loro volta un mondo diverso, un mondo migliore. Si sogna e si desidera un mondo che, senza Rufy a poterli liberare, bisogna essere preso in mano da coloro che issano la bandiera del libero re dei pirati e che, insieme, hanno il vero potere per cambiare le cose con la propria voce contro tutte le ingiustizie. Questo è il sogno di chi guarda al re dei pirati, al re della libertà.
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