«Non abbiamo sbagliato niente, Lina, dobbiamo solo chiarirci un po' di cose. Tu non ti chiami più Cerullo. Tu sei la signora Carracci e devi fare quello che ti dico io.[...]Quindi azzardati un'altra volta sola a dirmi le cose che m'hai detto stasera e questa bella faccia te la rovino in un modo che non potrai più uscire di casa. Ci siamo capiti? Rispondi».
Il patriarcato è una categoria troppo unitaria per descrivere ciò che L’amica geniale mette in scena. Non perché il dominio maschile sia assente dal romanzo — al contrario, è ovunque — ma perché le sue forme sono così differenti tra loro da risultare, a tratti, quasi incompatibili. La violenza di Stefano Carracci non assomiglia a quella di Nino Sarratore; il modo in cui Enzo Scanno esercita il potere non ha quasi nulla in comune con quello di Stefano. Eppure tutti e tre operano all’interno della stessa struttura sociale, nello stesso rione, nel corso della stessa storia. Questa differenza non è superficiale: è il problema teorico centrale del romanzo. Se il patriarcato fosse una struttura omogenea che produce effetti uniformi, queste figure dovrebbero assomigliarsi molto di più di quanto non facciano. Il fatto che invece producano forme di dominio così distinte — per meccanismo, linguaggio, effetto sulle donne con cui entrano in relazione — suggerisce che la violenza non è un attributo stabile dei soggetti maschili, ma una funzione variabile del loro posizionamento nel campo delle relazioni. Prendere sul serio questa variabilità richiede di abbandonare una lettura morale o psicologica dei personaggi — chi è più violento, chi è più cattivo — e di adottare invece una lettura fenomenologica del potere: non chi esercita il dominio, ma come il dominio si organizza in forme differenti attraverso figure diverse. Stefano, Enzo e Nino non sono tipi umani, ma configurazioni di tre logiche distinte del dominio, che il romanzo mette in tensione senza mai risolverle in una gerarchia morale.
Stefano Carracci rappresenta la forma più riconoscibile della violenza, quella coercitiva e diretta, istituzionalmente legittimata dal matrimonio e dall’ordine del rione. Ma questa riconoscibilità può trarre in inganno: la sua violenza non è espressione di una brutalità individuale, bensì dispositivo di riproduzione dell’ordine sociale. Egli non introduce una rottura nel sistema, ma ne realizza la coerenza interna. La sua violenza può essere letta, in senso foucaultiano, non come un evento isolato ma come effetto di una rete di norme e aspettative che rendono il dominio non solo possibile, ma intelligibile — ovvio, naturale, privo di alternative visibili. Stefano non si percepisce come violento in modo anomalo: la sua brutalità è, per lui, la risposta proporzionata e dovuta a ciò che la situazione richiede. Ed è proprio questa mancanza di percezione dell’anomalia a renderla più solida di una violenza consapevole di sé: non ha bisogno di giustificarsi perché è già inscritta nella struttura simbolica del contesto. E tuttavia sarebbe riduttivo concludere che la sua violenza sia solo naturale e silenziosa. C’è anche una dimensione performativa, visibile nel modo in cui il dominio viene a volte esibito pubblicamente come affermazione della propria capacità di disporre del corpo e della volontà della moglie davanti alla comunità. Trasparenza e ostentazione non si escludono: si rafforzano a vicenda, producendo un regime in cui il dominio è insieme ovvio e spettacolare. Se Stefano incarna la violenza come esplicitazione dell’ordine, Enzo Scanno occupa un regime antropologico completamente diverso. La sua mascolinità non si costruisce attraverso il controllo spettacolare, ma attraverso la capacità di garantire continuità, tenuta e funzionamento del quotidiano. Il potere non si esercita imponendosi, ma diventando indispensabile. In termini teorici, questa figura può essere letta attraverso Raewyn Connell come una forma di mascolinità non egemonica: una posizione che non si oppone al sistema dominante ma ne occupa una collocazione periferica e funzionale, costituendo una delle alternative interne che il sistema stesso rende disponibili. Enzo non aspira al riconoscimento attraverso la violenza; la sua autorità si costituisce nella competenza, nella presenza costante, nell’affidabilità.
Questo non significa che il potere sia assente, ma che opera attraverso un altro registro, quello della cura e della stabilità materiale, che è meno visibile e meno nominabile della coercizione e per certi versi più difficile da contestare. Chi cura produce dipendenza; chi è curato contrae un obbligo morale difficile da rifiutare senza senso di colpa. La relazione con Lila non è priva di asimmetria: è semplicemente un’asimmetria di segno diverso, che opera attraverso il debito affettivo piuttosto che attraverso la forza. Enzo non è quindi un’alternativa morale al patriarcato, ma una sua riorganizzazione interna, in cui la violenza non scompare ma perde centralità come linguaggio privilegiato del potere. Con Nino Sarratore la struttura del problema cambia radicalmente. Non siamo più di fronte né alla coercizione né alla stabilità, ma a una forma di mobilità relazionale che sfugge a ogni fissazione. Nino non esercita il potere imponendosi o garantendo continuità, ma attraverso la capacità di attraversare i contesti senza mai stabilizzarsi in una posizione coerente, restando sempre presente come possibilità e mai come realtà compiuta. Questa mobilità produce un effetto preciso: la disarticolazione del legame come forma stabile. Ciò che viene destabilizzato non è soltanto la relazione individuale, ma la struttura stessa attraverso cui le relazioni si organizzano. Il suo potere non risiede in lui come soggetto, ma nella circolazione stessa delle relazioni che attraversa, nella capacità di renderle intermittenti e di tenerle aperte senza mai chiuderle. Qui la teoria girardiana del desiderio mimetico diventa utile, purché non venga applicata meccanicamente. Il desiderio di Elena per Nino si costruisce infatti nella relazione con Lila: non è un terzo esterno a orientarlo, ma è l’amica stessa a funzionare da modello implicito. È nella triangolazione tra Elena, Lila e Nino che il desiderio si intensifica e si legittima. In questo senso la violenza di Nino non si esercita soltanto sulle singole donne, ma attraverso il legame tra le donne, infiltrandosi nell’amicizia e lavorandola dall’interno. Essa non coincide con l’imposizione, ma con la produzione sistematica di instabilità: la promessa non mantenuta, la presenza intermittente, la possibilità continuamente rinviata. Non è una violenza episodica, ma una struttura temporale del legame, una forma di tempo che organizza la relazione come perenne incompiutezza.
Ciò che emerge dall’intreccio di queste tre figure non è una tipologia di comportamenti maschili, ma una grammatica antropologica del potere. Stefano rappresenta la coercizione come naturalizzazione dell’ordine; Enzo la stabilità come organizzazione funzionale e non egemonica della vita quotidiana; Nino la mobilità come dissoluzione delle coordinate relazionali. Tre logiche distinte, tre modi in cui il dominio si distribuisce senza mai coincidere con una sola forma. Ma una grammatica non è solo un elenco di forme: implica anche le loro combinazioni. Il romanzo non presenta queste figure come sequenze nette e separate, ma come presenze che si accumulano e si sovrappongono nell’esperienza di Elena. La memoria di Stefano abita la relazione con Nino; il modo in cui Enzo tratta Lila ridefinisce retroattivamente il senso di ciò che lei ha vissuto; il desiderio per Nino è inseparabile dal desiderio di essere Lila o di avere ciò che Lila ha avuto. È questa sovrapposizione temporale delle forme — più che la loro distinzione astratta — a costituire il contributo più originale del romanzo come strumento di pensiero. Il potere, in questa prospettiva, non è una sostanza che alcuni soggetti possiedono e altri subiscono, ma una differenza che si produce e si riproduce nelle relazioni, attraverso forme che possono imporre, stabilizzare o destabilizzare a seconda della configurazione in cui operano. Il patriarcato non è un’essenza unica, ma una distribuzione di possibilità di dominio che il romanzo di Ferrante decompone dall’interno, mostrando come la violenza possa essere ovunque senza essere mai la stessa cosa.
scritto da: Greta Tomaiuolo
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