4
scritto da LOTTA attivista di Extinction Rebellion, cantante e musicista
fotografie di Giannino Arrigoni
Nel novembre del 2021 il ministro degli Esteri di Tuvalu, Simon Kofe, registrò un videomessaggio con l'acqua dell'oceano che gli arrivava alle ginocchia. Era immerso nel mare per parlare alla COP26. Molti lo lessero come un gesto simbolico. Per gli abitanti di Tuvalu, invece, era semplicemente la realtà.
Ho ripensato a quella immagine mentre mi trovavo a Santa Marta, in Colombia, durante la prima conferenza mondiale dedicata all'uscita dai combustibili fossili. Ero arrivata fin lì seguendo la rotta della Climate Justice Flotilla. Avevo il corpo pesante per il caldo dei Caraibi, la pelle che tirava sotto il sole e quella domanda che arriva sempre alla fine di ogni mobilitazione, avrò fatto abbastanza?
Fuori dalle sale del Summit il mare continuava ad accarezzare le spiagge della Magdalena. Dentro, cinquantasette Paesi cercavano di affrontare una domanda che fino a pochi anni fa sembrava impossibile persino da pronunciare:come si esce dai combustibili fossili?
Non si discuteva più se farlo, si cercava di capire come farlo.
Mi ha colpito proprio questo. Per la prima volta non ho sentito parlare di nuovi obiettivi, ma degli strumenti necessari per arrivarci. Per anni abbiamo assistito a conferenze internazionali che riconoscevano il problema climatico senza riuscire a scalfire le strutture economiche che lo alimentano. A Santa Marta, invece, si è parlato di lavoro, di debito, di dipendenze economiche, di cooperazione internazionale e di protezione sociale. Si è parlato delle persone che oggi vivono grazie all'industria fossile e di come accompagnarle in una transizione che non le lasci sole.
Ho capito ancora di più, partecipando a questo Summit, che la crisi climatica riguarda principalmente i nostri diritti. Il diritto di continuare ad abitare la propria terra quando il mare arriverà in cucina, il diritto all'acqua quando la siccità prosciugherà le risorse, il diritto alla salute quando l'inquinamento intaccherà i nostri polmoni, il diritto all'autodeterminazione dei popoli indigeni che vedono le proprie terre trasformate in aree di estrazione. Riguarda la possibilità stessa di immaginare di avere un futuro.
A Santa Marta quelle due dimensioni erano inseparabili. Tornata in Italia la separazione si sente nuovamente. Da una parte gli alberi, dall'altra le persone, ma la realtà non funziona così perché quando una comunità perde il proprio territorio a causa della crisi climatica, perde memoria, cultura, relazioni, identità, perde l’intero ecosistema in cui vive. Quando una foresta viene distrutta, non scompare soltanto biodiversità perché sono colpiti anche i diritti di chi da quella foresta dipende per vivere. E noi tutte e tutti, anche nelle città, abbiamo bisogno delle foreste per vivere. Abbiamo molto più bisogno di alberi che di supermercati e poli logistici, ma non ce ne rendiamo più conto, come se fossimo anestetizzati.
A Parma questa anestesia si vede bene. Negli ultimi anni ho incontrato storie molto diverse tra loro. C'è il Bosco Spaggiari, salvato dalla cementificazione grazie alla determinazione di una famiglia che ha scelto di difendere un pezzo di futuro invece di considerarlo un terreno da valorizzare economicamente. C'è la Picasso Food Forest, un piccolo ecosistema nato dal lavoro di cittadine e attivisti, una foresta commestibile urbana dove centinaia di specie vegetali convivono tra case, strade e palazzi. Un luogo che produce cibo, ombra, biodiversità e relazioni. Un luogo che dimostra come la natura possa tornare a occupare spazi che consideriamo ormai destinati soltanto al cemento. La sua storia è raccontata molto bene da Altreconomia nell'articolo L'arte del disordine alla Picasso Food Forest di Parma: la natura riprende il pennello.
E poi c'è il Bosco Ospizio, a Reggio Emilia. Lo so, non è Parma. Ma le lotte hanno radici che attraversano i confini amministrativi. Per questo ringrazio Fabio Balocco per il suo articolo su Il Fatto Quotidiano. A luglio centinaia di alberi rischiano di essere abbattuti per lasciare spazio a un nuovo supermercato.
Ogni volta che leggo questa frase devo fermarmi un attimo.
Eppure continuiamo a ragionare come se una foresta urbana fosse un elemento decorativo invece che una delle risposte più concrete alle ondate di calore, all'isolamento sociale e alla perdita di biodiversità che attraversano le nostre città. Mentre le città si surriscaldano, mentre il consumo di suolo continua ad avanzare, mentre sappiamo sempre meglio quanto gli alberi siano essenziali per la nostra salute fisica e mentale, continuiamo a comportarci come se il problema fosse la mancanza di scaffali e parcheggi.
Forse non riusciremo a salvare il Bosco Ospizio o forse sì, ma io mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare al punto in cui abbattere un bosco per costruire un supermercato possa apparire ancora una scelta ragionevole?
A Santa Marta ho visto anche un'altra cosa. Dopo anni di COP dominate da una leadership prevalentemente maschile, competitiva e spesso paralizzata dagli equilibri geopolitici, ho respirato un'energia diversa. Nell'intervista che ho realizzato al mio ritorno con Loretta Napoleoni per l'Antidiplomatico abbiamo parlato proprio di questo. Nelle sale del Summit c'erano ministre, scienziate, economiste, attiviste capaci di tenere insieme rigore tecnico e qualità delle relazioni.
Dopo anni di conferenze in cui si parlava soprattutto di tonnellate di CO₂ e target e cercando di contrastare il lobbismo fossile sempre più crescente, mi sono trovata ad ascoltare conversazioni che partivano dalle persone. A Santa Marta ci si chiedeva prima di tutto come attraversare questa trasformazione senza lasciare indietro nessuno.
Non so se Santa Marta sarà ricordata come l'inizio di qualcosa, ma so che lì qualcosa si è mosso. Mentre dentro il Summit si discuteva di cooperazione internazionale, fuori il mondo continuava a muoversi nella direzione opposta. Guerre, tensioni geopolitiche e nuove rotte energetiche mostrano quanto il fossile sia ancora intrecciato ai rapporti di potere globali. Sempre più spesso la stessa infrastruttura che alimenta la crisi climatica alimenta anche instabilità, disuguaglianze e conflitti.
La transizione di cui si parlava a Santa Marta non riguardava soltanto l'energia, ma chi avrebbe avuto gli strumenti per attraversarla e chi rischia di essere lasciato indietro.
Tra un anno il prossimo summit si terrà a Tuvalu. Ci andrò. Non so ancora come. Ho bisogno di vedere con i miei occhi cosa significa resistere in prima linea su delle isole che stanno affondando.
Forse è anche da qui che passano i diritti civili, dalla capacità di accorgerci di chi sta perdendo la propria casa prima degli altri e di lasciare che siano loro a indicarci la direzione. Chi vive già sulla propria pelle ciò che noi continuiamo a raccontare come uno scenario futuro, mentre il mare entra nelle case, le terre si restringono e il tempo per scegliere si accorcia.
Questa è la vera rotta da costruire. Non quella per arrivare a Tuvalu, ma quella che ci permette finalmente di guardare il mondo dalla prospettiva di chi affonda per primo.
© Punto e Virgola
Potrebbero interessarti:
