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Premessa alla rubrica
Gentili lettori,
in questo numero di giugno presentiamo con entusiasmo la nostra nuova rubrica: I signori dell’editoria.
Il titolo racchiude l’obiettivo di questa serie di pubblicazioni: raccontare quelle figure che, talvolta lontane dai riflettori, orientano alcuni dei discorsi più importanti che si sviluppano tra stampa, mondo imprenditoriale e politica. In altre parole, gli editori dei giornali.
Oggi più che mai appare evidente la profonda crisi che attraversa la stampa italiana. La chiusura di giornali storici, il dilagare delle fake news sui social, articoli costruiti per inseguire l’algoritmo e il consenso immediato, contenuti sempre più piegati alla propaganda o alla spettacolarizzazione: tutto ciò restituisce l’immagine di un sistema in difficoltà. Eppure, spesso, l’opinione pubblica fatica a coglierne le cause profonde.
La tentazione più immediata è attribuire questa crisi esclusivamente a un peggioramento dei contenuti — fenomeno reale — e alle nuove logiche del mercato digitale, quasi che il problema del giornalismo contemporaneo sia soltanto morale o qualitativo. La questione, però, è più complessa. Da oltre vent’anni la rivoluzione digitale ha trasformato radicalmente la struttura stessa dell’informazione: sono cambiati i tempi della notizia, i modelli economici, il rapporto con il pubblico e, soprattutto, gli equilibri di potere dentro il mondo editoriale. Nuovo mondo, nuove regole, nuovi padroni.
In questo scenario, gli editori — nuovi o rinnovati — sono stati i primi a confrontarsi con l’era dell’algoritmo e della comunicazione permanente. Alcuni hanno tentato di adattare il giornalismo alle nuove condizioni senza rinunciarne ai principi; altri, invece, hanno privilegiato logiche economiche, politiche o di influenza, contribuendo ad accentuare la crisi di credibilità della stampa. Non è un caso che il dibattito pubblico, oggi, si concentri sempre più sul rapporto tra proprietà dei giornali, linea editoriale e indipendenza dell’informazione.
Emerge allora un ulteriore nodo: quello della deontologia. È naturale che il contenuto muti insieme alla società e agli strumenti della comunicazione; meno scontato è comprendere perché, in molti casi, sembri essersi indebolita la responsabilità culturale e civile di chi l’informazione la produce e la dirige.
È qui che si colloca la nostra rubrica. I signori dell’editoria proverà a osservare il giornalismo contemporaneo partendo dai suoi centri decisionali: i consigli di amministrazione, i gruppi imprenditoriali, le strategie economiche e politiche che stanno dietro ai grandi quotidiani. Perché comprendere chi possiede un giornale significa spesso comprendere anche quali interessi attraversino l’informazione stessa.
Con la speranza di offrire ai lettori uno strumento di analisi e riflessione, vi auguriamo buona lettura.
La gazzetta di parma: un giornale senza.
Indimenticabile la scena in cui il ragioniere più celebre d’Italia, in piena maratona elettorale, si reca trafelato alla più vicina edicola, desideroso di reperire tutto il necessario a tenersi informato. Eccolo quindi, Ugo Fantozzi, sommerso da un cumulo di quotidiani, tra i quali si intravedono quegli evergreen che, sempre meno a dire la verità, ancora oggi fanno opinione: La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa e, come avrebbe detto Totò, chi più ne ha, più ne metta. << Vuole anche ‘’Il commercio sardo?>>, chiede infine lo stranito edicolante notando che, fra tutti, l’unico rimasto sullo scaffale era proprio quel periodico isolano. <<Me lo dii>>, gli risponde Ugo, agguantando anche l’ultimo giornale. Quindi paga, e poi spedito a casa, dalla signora Pina che, amorevolmente, gli serve la cena, mentre lui è più che assorto nella lettura, con l’immancabile televisore sempre acceso che, senza interruzione, proietta gli interventi dei principali leaders politici dell’epoca. Il risultato è inevitabile: il povero ragioniere, preso in quel turbinìo di sigle, numeri, dati, cifre e frasi ad effetto, finisce per iniziare a parlare con i volti sereni dei politici trasmessi dalla televisione, con i titoli dei rotocalchi e a sé stesso finché, in un crescendo più grottesco che rossiniano, l’accensione improvvisa della radio genera, nelle orecchie stralunate e sfinite di Fantozzi, l’eco stanca dei principali cavalli di battaglia della retorica mussoliniana: <<Camerata Fantozzi>>, si sente apostrofare, e lui, scattante, si alza ed esegue un perfetto saluto romano a tempo con la voce del fu Duce scandita dalla radio (ma questa, come abbiamo detto, è soltanto una illusione).
E se già ai tempi in cui la buonanima (si fa per dire) del compianto Villaggio ideava la straordinaria saga di Fantozzi, orientarsi nel ginepraio della stampa italiana era difficile, oggi non si può dire che la situazione sia migliorata. <<Conoscere per deliberare>>, oltre che un noto slogan dei radicali degli anni d’oro, quelli in cui Pannella ci rendeva tutti più liberi senza che, forse, ce lo meritassimo davvero, è anche una citazione d’autore. Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica, usava ripeterla spesso vedendo in questa semplice quanto icastica formula l’ABC della democrazia. Senza una adeguata conoscenza della materia, di qualunque materia, deliberare è assai difficile: non mi pare possa sorgere un dibattito su questo punto. Più spinosa appare però la questione se la si guarda dal punto di vista dei professionisti dell’informazione, ovvero coloro che, in una democrazia matura, appunto, dovrebbero fornire ai cittadini gli strumenti atti a deliberare. È evidente, in un Paese nel quale, negli ultimi trent’anni, qualunque discorso politico si è aperto e si è chiuso con considerazioni sul conflitto d’interessi più grande, perlomeno, d’Europa (Berlusconi e il suo clan), che il controllo privato sui media non possa e non debba restare un ozioso argomento di discussione tra accademici.
Ok, siamo liberi di deliberare, ma con quali conoscenze? Oggigiorno, poi, con i lettori dei quotidiani, specie in formato cartaceo, ridotti via via sempre più vicino all’estinzione, pare proprio che basti dare una veloce scorsa ai principali titoli per divenire, quantomeno, un aspirante collaboratore di Limes. Che dire quindi di quei bravi, perlopiù vecchi, parmigiani che, abitudinari come sono, trovano il tempo e la voglia di infilarsi nella giacca del cappotto una copia della Gazzetta che poi, generosamente, prestano a familiari e amici? In un certo senso, sono il baluardo della democrazia. Peccato che, a dire il vero, il conoscere e il deliberare, i due poli, quindi, di questa breve e simpatica digressione, siano un po' come l’uovo e la gallina. Mi spiego: leggo per conoscere e, una volta saputo, posso deliberare. Ma, allo stesso tempo, alla base dell’acquisto di un quotidiano o, ancora, di questo o di quel quotidiano, vi è una scelta. Bene, su cosa si basa questa scelta iniziale, questa prima delibera? Mettendo da parte Aristotele e i nessi di causa-effetto, possiamo concludere che se non conosco colui a cui mi affido per conoscere, la mia sarà sempre e solo una conoscenza a metà. Ok, mi si sta dicendo questo, ma perché? Perché le rotative di via Mantova (sede della Gazzetta di Parma) si prendono ancora la briga di funzionare al tempo delle poco più di diecimila copie vendute, dei giornali online e dell’intelligenza artificiale? Beh, evidentemente vengono ancora oliate a dovere, e ciò avviene innanzi tutto coi denari della proprietà. Una proprietà che è, e da decenni ormai, in costante perdita (con alcune eccezioni che però sono, per l’appunto, eccezioni). E non potrebbe che essere così, vista l’apparentemente irreversibile crisi del settore. Ora, che la nostra Gazzetta sia edita da amanti della democrazia, gente che si sveglia e va a letto recitando, al posto della proverbiale ‘’preghierina’’, il sopraccitato motto einaudiano, ebbene di questo io non ho alcun dubbio. Eppure, resta interessante vedere quali benefattori finanzino quello che pare essere <<il giornale più antico d’Italia>>, non foss’altro che per indirizzare loro un sonoro quanto sincero <<grazie>>.
Come è ovvio che sia, L’unione parmense degli industriali – la proprietà - è <<l’associazione di categoria che rappresenta e tutela le imprese industriali della provincia di Parma>>, meno ovvio il fatto che, a differenza di altri quotidiani locali, la locale Gazzetta non faccia, dunque, parte di grandi conglomerati editoriali dal profilo nazionale e/o internazionale, come ormai è diventata la norma per la stragrande maggioranza delle testate locali a medio/basso bacino di lettori. Quello che in prima battuta potrebbe sembrare un dato positivo, ovvero una effettiva tendenza a tenere un bassissimo profilo su (quasi) tutto ciò che esula dalla narrazione di ‘’vita, morte e miracoli’’ dei nostri concittadini, si ribalta in un forte bias presente in tutto ciò che riguarda la cronaca locale, ovvero la quasi totalità dei contenuti presenti sul giornale. Del resto, in una realtà piccola e provinciale quale la nostra, naturale incubatrice di ‘’inciuci’’ e collusioni di comodo, più o meno consapevoli, nessuna testata locale, specie se dotata, per fama e tradizione, di un carattere quasi ‘’ufficiale’’, può permettersi attacchi frontali all’amministrazione politica. Per il mondo economico locale, e a maggior ragione – data la natura della proprietà del quotidiano... -, vale il medesimo discorso.
Ma per riportare il discorso entro una prospettiva più pragmatica, vediamo nello specifico cosa ciò ha finito per comportare: essenzialmente, tre degenerazioni. 1) La prima, che si riverbera sulle successive azionando un più ridicolo che tragico ‘’effetto valanga’’, è quella di seguire passo per passo una narrazione edulcorata e caricaturale di una città ferma ai ‘’mitici’’ anni 80’, quella nella quale si andava, la domenica, dopo la santa messa, in pasticceria a rifornirsi di leccornìe distribuendo saluti compiaciuti agli altri membri di quella che era, a tutti gli effetti, una tribù allargata. Non ci sono sfondi politici o secondi fini, in ciò: è semplicemente la linea più semplice e meno dispendiosa, di tempo, denaro ed energie, da seguire, per la proprietà e per una redazione che, così messa all’angolo, ridotta ad occuparsi dei fatti di umarell e siure locali, rappresenta solo una pallida ombra di ciò che dovrebbe essere. 2) E se la vita di questi nostri placidi hobbit, nella contea parmense, scorre lenta e tranquilla, se si possono crogiolare in questa realtà fatta di inaugurazioni di nuove aree verdi e avvio di nuovi cantieri stradali, non può che essere merito della proverbiale lungimiranza dell’attuale, e perenne si potrebbe dire, classe dirigente locale, politica ed economica: alla celebrazione della città segue e fa da pendant la celebrazione di chi l’ha plasmata. In questa straordinaria atmosfera di festosa nostalgia, da ‘’Amarcord’’, l’unica macchia è rappresentata dalle famigerate ‘’baby gang’’. Loschi figuri senza nome né volto che scorrazzano, non certo per qualche mancanza delle locali forze dell’ordine - questo, la Gazzetta, lo esclude a priori – quanto per l’abilità e l’inenarrabile violenza di questi piccoli Attila contemporanei. 3) E, quindi, per concludere, tutto ciò che deriva dai punti 1) e 2): Nel costante flusso di panegirici della città, in stile Leonardo Bruni con la sua celebre lode di Firenze, abbinati agli immancabili trionfi delle attività economiche locali, tra una chiusura di qualche bottega ‘’storica’’ (fra poco anche i tombini con più di cinquant’anni avranno una sovrintendenza ad hoc) e la premiazione di qualche vecchio volontario di qualche nuova associazione a metà fra l’assistenza e la pro loco, non trova spazio tutto il resto.
Ora, in un tempo in cui le cartoline, quelle vere, appaiono come datato reperto di un passato del quale, sinceramente, abbiamo poco da rimpiangere, si è voluto rendere cartolina un quotidiano che, se non proprio riuscire a informare i suoi lettori, potrebbe quantomeno provare a farlo. La baraccopoli nata in prossimità del ponte Europa è potuta nascere e crescere all’ombra dell’indifferenza fino a che un noto politico locale non ha scelto di prendersela con quelli che erano ridotti a viverci. Valga come esempio, anche perché quel ‘’tutto il resto’’ cui si accennava sopra altro non è che la realtà di una comunità in costante evoluzione, coi suoi profondi problemi, le sue contraddizioni e le sue nuove energie. L’unico modo per uscire da una situazione di stagnante auto-celebrazione sempre meno corroborata dai fatti (Tanzi è morto e no, il Parma non vincerà, almeno prossimamente, l’Europa League) sarebbe la vendita a un gruppo editoriale disposto a valorizzare la Gazzetta rinnovandone organico e organizzazione. In questo caso, l’unica controindicazione è costituita dal rischio di ritrovarsi con un quotidiano di parte, che porta avanti polemiche e inchieste a fondo politico o perlomeno, eufemisticamente, con secondi fini. Personalmente, preferirei un giornale diretto, persino, da Capezzone a quello attuale, più simile alla bacheca parrocchiale su cui si scrivono gli orari delle attività proposte ai fedeli. In fondo, sarebbe soltanto una piccola freccia in più nella faretra della famiglia Angelucci.
Certo, l’ideale sarebbe un editore ‘’puro’’, qualcuno come Urbano Cairo, per citarne uno dei pochi in Italia, interessato al settore per il semplice fatto di esserne interessato. Apparentemente, una tautologia, in realtà è il senso del discorso. L’editore, come il mercante d’arte, dovrebbe operare nel settore orientandolo secondo logiche inerenti al sistema stesso (vendere più copie, riempire la redazione di firme prestigiose...) e non esterne ad esso (fare favori, assecondare centri di influenza...). Forse, tutto ciò che viene prima di queste assertive affermazioni è un pretesto per arrivarci, proprio come l’attuale Gazzetta non è altro che un pretesto per ricordare a tutti, e in particolare a noi giovani, che non ci si libera facilmente del passato.
Antonio Angelucci: il Padre-Padrone di Libero.
Uomo d’affari, politico e editore
Oggi parliamo di Libero (più che un giornale, un ossimoro) e del suo editore, il Senatore Antonio Angelucci.
“Don Tonino” è nato nel 1944 a Sante Marie, borgo dell’appennino abruzzese, ed è parlamentare ora grazie alla Lega. Ma è un uomo dalle amicizie trasversali, politicamente parlando: spazia da Alleanza Nazionale (il fratello di Gianfranco Fini, Massimo, è stato per oltre 20 anni ai vertici di Tosinvest Sanità, società del gruppo Angelucci) agli ex Ds (I Democratici di Sinistra confluiti nel Partito Democratico), a cominciare da Massimo D’Alema. Una relazione, quest’ultima, che risale a quel tempo nel quale la Tosinvest, società editoriale di Angelucci, si trovò a dover rilevare debiti e palazzi dell’allora Pds, salvando così Botteghe oscure dal crack finanziario.
Libero e i finanziamenti pubblici
Ma parliamo ora del giornale fondato nel 2000 da Vittorio Feltri. A fine 2001 Libero è rilevato dal gruppo Tosinvest e, grazie all'aiuto della banca romana Capitalia di proprietà di Cesare Geronzi, gli Angelucci investono 30 milioni di euro nel quotidiano, trasformandolo da giornale regionale a giornale nazionale. Nel 2003 Libero chiede ai proprietari del bollettino “Opinioni Nuove” di prendere in affitto la testata. Il quotidiano diventa così il supplemento dell'organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano, e grazie a questo trucchetto può beneficiare di 5.371.000 euro come finanziamento pubblico agli organi di partito, secondo quanto previsto dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62.
E questo è il primo punto interessante: Libero, dal 2003 al 2023, ha ricevuto all’incirca 111 milioni di euro di finanziamenti pubblici all’editoria. Uno dei motivi risiede nel fatto che la testata è “affittata” alla Fondazione San Raffaele, riconducibile sempre agli Angelucci e per di più ente non profit priva di bilanci contabili. Solo nelle annate 2011 e 2012 Libero non ha ottenuto i fondi del governo, in quanto quei finanziamenti da 20 milioni di euro sono stati posti sotto sequestro giudiziario. Infatti, Nel 2017 Antonio Angelucci è stato condannato in primo grado a un anno e 4 mesi per tentata truffa e falso sui finanziamenti pubblici a Libero e al Riformista, altro quotidiano all’epoca di sua proprietà. Ma non finisce qui la storia: Secondo gli ultimi dati Audipress, aggiornati a fine 2024, nel 2013 Libero vendeva mediamente più di 84 mila copie al giorno. A fine 2024 sono diventate circa 18 mila copie. In calo di ben il 78.4%. Eppure, i contributi statali al giornale, che stando alla legge dovrebbero basarsi sulle copie cartacee distribuite e vendute, erano pari a 5,4 milioni nel 2013 e sono esattamente di 5.4 milioni nel 2023.
Il parlamentare fantasma
Evidentemente Angelucci ha molti santi in Paradiso, o quantomeno in parlamento, anche se in quest’ultima sede si reca molto poco. Secondo i dati aggiornati di Montecitorio, Angelucci da ottobre 2022 è stato presente solo a 13 votazioni contro le 15.189 (99,91%) assenze. Nelle cinque commissioni parlamentari che ha cambiato, tre deputati della maggioranza confermano di non averlo mai visto. Ma tanto poco importa, in quanto Angelucci risulta essere assente “giustificato”, dalla Lega di Salvini, in una media dell’89,7% delle assenze da inizio legislatura. E questo gli permette di non prendere parte ai lavori parlamentari senza perdere i soldi della diaria, cioè il gettone che spetta a deputati e senatori per ogni giorno di presenza. Un gruzzoletto che vale circa 1.200 euro al mese. Ma è uno scranno sempre vuoto che torna molto utile in caso di indagini giudiziarie: le sue conversazioni telefoniche e telematiche, comprese quelle indirette, grazie all’immunità del seggio non sono utilizzabili dai PM, se non previa autorizzazione del Parlamento (che tanto la nega sempre).
Un amico in Regione
Da questi dati potrebbe sembrare che a Don Tonino la politica non interessi, ma non è sempre così. Ora, infatti, può anche contare su un amico: Francesco Rocca, attuale presidente della Regione Lazio, ex presidente della fondazione San Raffaele, di proprietà degli Angelucci, ed ex membro del sindacato Confapi sanità privata insieme al figlio di Angelucci. Da quando è governatore, Rocca ha riaperto e riaccreditato la clinica San Raffaele di Rocca di Papa (RM), quella chiusa dall’ex assessore D’Amato dopo un cluster di Covid che aveva causato la morte di 40 persone. Poi Rocca ha anche elargito 19 milioni di euro in un solo anno alle cliniche di Angelucci, cifra alla quale si sommano anche i 115 milioni all’anno del budget ordinario per il solo 2023. Luca Bertazzoni, per la trasmissione Report di Rai 3, ha chiesto lumi allo stesso Rocca sulla questione:
LUCA BERTAZZONI:
Però c’è un punto, governatore, immagino che sappia dove voglio andare a parare. Lei è stato Presidente del Cda della Fondazione San Raffaele, è stato Presidente di Confapi il sindacato della sanità privata insieme al figlio di Angelucci, per questo le chiedevo dell’opportunità di mantenere la delega alla Sanità visto che lei distribuisce risorse che vanno agli Angelucci.
FRANCESCO ROCCA - PRESIDENTE REGIONE LAZIO
Comunque questa è una valutazione che io ho fatto, io lavoravo insomma, non è che, era, dovevo sopravvivere. Ho lavorato per gli Angelucci, ho lavorato per la sanità religiosa.
LUCA BERTAZZONI
Però ha un rapporto diretto con gli Angelucci, questo è evidente essendo stato nella Fondazione del San Raffaele.
FRANCESCO ROCCA - PRESIDENTE REGIONE LAZIO
Rapporto diretto dipende da cosa intende.
LUCA BERTAZZONI
Conoscenza quantomeno.
FRANCESCO ROCCA - PRESIDENTE REGIONE LAZIO
Vabbè certo, li ho conosciuti.
LUCA BERTAZZONI
Quindi lei ritiene di dover mantenere la delega alla Sanità?
FRANCESCO ROCCA - PRESIDENTE REGIONE LAZIO
Assolutamente sì, io non vedo nessun conflitto di interessi.“
Ma assolutamente, Figuriamoci.
Un nemico in Regione
Va anche detto che il Dottor Angelucci non si era trovato per nulla a suo agio con la Giunta Regionale precedente, come dimostra il caso di Alessio D’Amato, ex assessore della giunta di centrosinistra di Nicola Zingaretti. Angelucci, infatti, è stato indagato dalla procura di Roma per istigazione alla corruzione ai danni del D’Amato. Le indagini sono iniziate in seguito alla denuncia di D’Amato nel gennaio 2018, ma solo cinque anni dopo è arrivata la fissazione dell’udienza preliminare. Al di là dell’intricata storia di questa indagine, agli atti troviamo diversi documenti inediti che raccontano di come Angelucci avrebbe utilizzato i suoi giornali per “proteggere” gli investimenti nella sanità. Il primo è un verbale a firma D’Amato con il quale integra la prima denuncia depositata in procura: si racconta, in pratica, che alcuni giorni dopo aver presentato l’esposto contro Angelucci, sia stato avvicinato da Francesco Storace, già presidente della regione Lazio e ministro della Salute con il governo Berlusconi. Nel 2020 Storace è diventato vicedirettore del Tempo, il quotidiano romano edito da Angelucci. D’Amato nell’integrazione della denuncia scrive: «(Storace, ndr) mi ha detto che bisognava risolvere l’annosa vicenda che vedeva contrapposta la Regione Lazio al gruppo San Raffaele di proprietà della famiglia Angelucci; che lui poteva fungere da elemento di mediazione per giungere ad una soluzione bonaria della vicenda e che per svolgere tale ruolo Giampaolo Angelucci (il figlio di Antonio, ndr) gli offrì un contratto economico […] di rilevante entità che per lui era importante in quel momento in quanto privo di cariche ed incarichi politici». L’ex assessore fece notare a Storace che «da molte settimane il quotidiano “Il Tempo” stava conducendo una campagna stampa diffamatoria […] ...Egli ha replicato a queste mie parole riferendomi che gli Angelucci potevano immediatamente far modificare l’atteggiamento del predetto organo di stampa e in un attimo far scrivere bene di me». Nelle informative della guardia di finanza il metodo Angelucci trova ulteriore conferma: «Giampaolo Angelucci affermava, sempre secondo quanto riferisce D’Amato, che il suo gruppo era fortemente penalizzato da questa amministrazione regionale che ero io [D’Amato]il responsabile di tale inaccettabile ostracismo e che me l’avrebbe fatta pagare». In che modo? «La minaccia si concretizzava a partire dal successivo 10 gennaio 2018: per 4 giorni, il quotidiano “Il Tempo” avviava una campagna di stampa sul degrado della sanità della Regione Lazio, criticando e screditando il D’Amato», scrivono i finanzieri.
Questo è il tipico atteggiamento di chi usa i propri giornali come bastone, per scudisciare gli avversari, o come carota per elogiare i politici che gli elargiscono lauti finanziamenti. Ditemi voi se questo è un modo di fare informazione serio e degno di una democrazia liberale.
- premessa a cura di Alessandro Mainolfi
- La gazzetta di parma: un giornale senza. a cura di Riccardo Di Vittorio
- Antonio Angelucci: il Padre-Padrone di Libero. a cura di Riccardo Maradini
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