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Parma, 27 giugno 2026 – Il cortile interno della Biblioteca Civica di Parma diventa un palcoscenico di denuncia e riflessione, in un’atmosfera segnata dal caldo torrido. Alle 21.15, nell'ambito del Festival Insostenibile, ha debuttato in città "Penuria Padana", un monologo in musica di e con Stefano Liberti. L'evento non è stato una semplice rappresentazione teatrale, ma un vero e proprio "dispositivo narrativo" che ha saputo fondere il rigore del giornalismo d'inchiesta con la potenza evocativa del teatro civile e la suggestione della musica.
Sul palco, accanto a Stefano Liberti, le note del violoncello di Pasquale Filastò hanno tessuto un tappeto sonoro malinconico e vibrante, mentre la voce di Noemi Smorra ha amplificato le parole, rendendole carne e sangue. Le immagini del fotografo Michele Lapini, proiettate sullo sfondo durante lo spettacolo, hanno offerto uno sguardo crudo e autentico sui paesaggi e sui volti di una Pianura Padana in profonda trasformazione. Insieme, parole, suoni e fotografie hanno composto un affresco che ha costretto il pubblico a confrontarsi con una realtà scomoda: la crisi agricola di un territorio che, per decenni, è stato il cuore produttivo e alimentare d'Italia.
La scelta di Parma come sede per questo monologo non è casuale. La città, emblema della Food Valley, si confronta oggi con un’aridità inattesa. La Pianura Padana, da sempre sinonimo di fertilità e abbondanza, rivela crepe sempre più evidenti. I raccolti si ammalano, le piogge diventano più rare o più violente, i prezzi pattuiti con gli agricoltori restano spesso troppo bassi per garantire continuità e dignità al lavoro nei campi. Quella che veniva definita la Food Valley italiana si confronta così con una trasformazione profonda, in cui il cambiamento climatico non è più uno scenario futuro, ma una condizione concreta che modifica suolo, colture, redditi e comunità.

Il monologo di Liberti nasce da un'inchiesta approfondita, realizzata nell'ambito della Bertha Challenge Fellow 2025, che ha attraversato Lombardia ed Emilia-Romagna. Un viaggio tra aziende agricole in difficoltà, campi sempre meno produttivi, lavoratori invisibili e territori messi sotto pressione dalla crisi climatica e dalle logiche di mercato. Ma "Penuria Padana" non si limita a raccontare il collasso; nel lavoro di Liberti trovano spazio anche le esperienze di chi prova a reagire: agricoltori che difendono il suolo, sperimentano nuove colture, riducono l'impronta ecologica del cibo e cercano forme diverse di produzione. È il racconto di una pianura meno uniforme di quanto appaia, attraversata da fragilità ma anche da pratiche di resistenza e reinvenzione.
Il cuore pulsante del reportage di Liberti è costituito dalle storie di uomini e donne che, con ostinazione e coraggio, continuano a lottare per la propria terra e per un'agricoltura più giusta. Sono le voci di una civiltà contadina che, pur non avendo la forza delle lobby o la capacità di spostare voti, dimostra che un'altra agricoltura è possibile.
Giuseppe Trecate, coltivatore di riso in Lomellina, incarna la resistenza alle logiche dell'agricoltura intensiva. La sua cascina non è un'azienda agricola nel senso classico del termine, ma un "organismo vivente" dove il silenzio della campagna è interrotto solo dal grido degli aironi e dal gorgoglio dell'acqua. Giuseppe semina il riso "allagando i campi come si faceva una volta", un metodo più faticoso ma che riduce l'uso di prodotti chimici, utilizzando l'acqua come diserbante naturale. Non usa l'acqua del consorzio di bonifica, ma quella delle risorgive, pratica ormai rara che gli ha permesso di avere acqua anche durante la siccità del 2022. La sua "agricoltura conservativa" non gli porta maggiori guadagni economici – "Zero. Nemmeno un centesimo" – ma gli consente di lasciare al figlio una terra fertile. Un paradosso bruciante: lui, che detesta l'Unione Europea per la sua burocrazia, sopravvive grazie ai contributi della PAC, che gli garantiscono circa 300 euro per ettaro, mentre il suo riso, di alta qualità, vale poco sul mercato a causa della concorrenza asiatica e della compressione dei margini da parte delle riserie e della grande distribuzione.

In provincia di Ravenna, a Boncellino, Maria Gordini è il volto della resilienza di fronte alla furia degli elementi naturali. Settant'anni, ha vissuto la catastrofe delle alluvioni del maggio 2023 in diretta, vedendo il suo frutteto, un tempo vanto della regione, distrutto dal fango. Nonostante abbia perso quasi tutto e abbia dovuto affrontare altre due alluvioni nei mesi successivi, Maria è ancora lì, a togliere il fango a mano, aspettando una bonifica che lo stato dovrebbe garantire. La sua storia è un monito: sotto i colpi del cambiamento climatico, chi ha meno strumenti paga di più.
Sull'Appennino romagnolo, Gianni Fagnoli è uno degli "eroi di montagna" che, con la sua "agricoltura eroica", difende la biodiversità e un sapere agricolo antico. Tre ettari appena, vissuti come un giardino sacro, con centinaia di alberi di varietà antiche. Dopo l'alluvione del 2023, che ha spazzato via il suo piccolo eden, Gianni non si è arreso: ha ricostruito tutto a mano, ripiantando e vedendo gli alberi tornare a fiorire. Anche lui, come Giuseppe, riceve dalla PAC un contributo irrisorio – meno di 1.300 euro all'anno – dimostrando come il sistema premi le grandi superfici a discapito di chi, con fatica, presidia il territorio e produce qualità.
L'analisi di Liberti si estende oltre le singole storie, rivelando le profonde criticità strutturali che minano la sostenibilità dell'agricoltura padana e italiana. La Pianura Padana, definita un "hotspot" climatico e produttivo, è il luogo dove gli effetti dei cambiamenti climatici e i danni del capitalismo finanziario e del sistema agroindustriale si manifestano con maggiore forza.
Un meccanismo di sovvenzioni malato, che con i suoi 386,6 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 (il 29% del bilancio europeo) distribuisce i fondi in modo estremamente iniquo: il 20% dei beneficiari riceve l'80% dei contributi. Questo favorisce la concentrazione fondiaria e penalizza i piccoli produttori e l'agricoltura di qualità. La proposta di riduzione del 20% dei fondi per il 2028-2034 e la gestione nazionale rischiano di creare "27 agricolture diverse in competizione tra loro".
Il sistema dei "ristorni" è un "extra-profitto strutturale" che la GDO trattiene dai fornitori. Si tratta di sconti in fattura che vanno dal 10% al 14%, imposti per garantire la presenza sugli scaffali. Questo comprime i margini degli agricoltori fino all'osso, rendendo l'agricoltura "un'anomalia contabile, un fornitore sottopagato e sempre sotto pressione". I consumatori, ignari, pagano il prezzo pieno, mentre la ricchezza si concentra "verso l'alto".
La valle del Po, un tempo ricca di paludi e boschi golenali, è diventata un "deserto meccanico" con "campi sterili come lamiere". La siccità si alterna a piogge torrenziali, distruggendo i raccolti. La coltivazione della pera in Emilia-Romagna è crollata del 70% in dieci anni, e gli ettari coltivati a pere e pesche si sono dimezzati tra il 2013 e il 2024. La perdita di paesaggio è enorme: 8,5 milioni di ettari scomparsi dal 1960, di cui 1,3 milioni cementificati.
Il "decreto energia" del 2021 ha stimolato una corsa all'acquisizione di terreni agricoli per la produzione di energia fotovoltaica. Aziende offrono dal 40% al 60% in più del valore agricolo per convertire campi e vigneti in parchi energetici. Questo, unito alla bassa redditività dell'agricoltura, rischia di "svuotare la terra dai contadini" e trasformare la Pianura Padana in "una distesa di pannelli", mettendo a rischio la sovranità alimentare.
Eppure, in questo quadro di fragilità e crisi, "Penuria Padana" non si conclude con un messaggio di rassegnazione. Il monologo si apre alla speranza, presentando il progetto Simbiosi a Giussago, in provincia di Pavia. A diciotto chilometri in linea d'aria dal Duomo di Milano, in una delle pianure più cementificate d'Europa, Simbiosi rappresenta una "nuova idea di convivenza tra agricoltura e natura".
Nato dall'intuizione di Giuseppe Natta e sviluppato da Piero Manzoni, Simbiosi ha ricreato in una tenuta agricola di cinquecento ettari l'habitat della pianura com'era mille anni fa. Attraverso un approccio scientifico e tecnologico, che ha coinvolto università italiane e olandesi, il progetto ha restituito all'ecosistema ciò che l'agricoltura intensiva gli aveva tolto. Rinunciando a circa il 10% della superficie coltivabile per destinarla a margini ambientali (siepi, boschetti, zone umide), Simbiosi ha dimostrato che "rinunciando a coltivare, la resa aumenta". Terreni più vivi, produzioni più sane, maggiore biodiversità e un minor uso di insetticidi e fertilizzanti chimici sono i risultati tangibili. "Questa fascia naturale è la nostra difesa più efficace", afferma Manzoni, "protegge il campo da insetti dannosi e contaminazioni esterne, crea un microclima più stabile e restituisce vita al terreno. Ma soprattutto, cambia il modo di pensare l'agricoltura: non è più una lotta contro la natura, ma un'alleanza."
Simbiosi non è un'esperienza isolata: già 95 aziende agricole della zona si sono unite al progetto, dimostrando che il modello è replicabile e che "si produce meglio spendendo meno e senza danneggiare l'ambiente". L'innovation center creato nella proprietà ospita startup e gruppi che lavorano per un'agricoltura sostenibile, creando una "smart land" che riconfigura le relazioni tra suolo, acqua, energia e produzione, imitando il funzionamento della natura.
Il Festival Insostenibile, con il suo tema "comunità" e il simbolo del cactus in fiore – pianta capace di resistere in terreni aridi e simbolo di pazienza e resistenza – ha offerto la cornice perfetta per la narrazione di Liberti. Le storie di Giuseppe, Maria e Gianni, così come l'esempio di Simbiosi, ci ricordano che un'altra agricoltura è possibile. Ma perché queste pratiche non restino "episodi isolati", è fondamentale un "quadro politico adeguato".
L'agronomo Duccio Caccioni rileva che "la crisi non è congiunturale, ma sistemica". È necessario un "cambio di direzione", altrimenti la perdita sarà doppia: "una ricchezza culturale e ambientale da un lato, e la nostra sovranità alimentare dall'altro". La domanda, a questo punto, rimane aperta: la PAC del futuro saprà leggere questa crisi e cambiare rotta, o continuerà a sostenere un modello che rischia di fagocitare sé stesso?

Foto di Nicola Cavallotti
© Punto e Virgola
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