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Esiste un legame profondo, a tratti indissolubile, tra il sopruso perpetrato ai danni di un territorio e la violenza esercitata sulla comunità che lo abita. È questo il fulcro concettuale attorno a cui è ruotata la serata del 9 luglio all’Arena Estiva del Cinema D’Azeglio, nell'ambito del Festival Insostenibile di Parma. Con il titolo emblematico Distruzione culturale, il sesto incontro della rassegna ha voluto ampliare i confini tradizionali dell’eco-sostenibilità, contaminandoli con i linguaggi delle lotte sociali e dei diritti umani. Al centro della scena, la proiezione in lingua originale con sottotitoli in italiano del documentario The town that drove away (2025) di Natalia Pietsch e Grzegorz Piekarski, vincitore del premio Asja per miglior documentario al Festival CinemAmbiente 2026 di Torino. L’opera racconta la fine di Hasankeyf, millenaria città sul fiume Tigri, sacrificata sull’altare di una politica di sviluppo cieca e calata dall’alto per la costruzione della mastodontica diga di Ilisu.
Introdotto da Milo, portavoce del festival, come un invito a riscoprirsi «comunità attenta e incuriosita che vuole comprendere e sfuggire alle crisi», l’incontro ha visto la preziosa collaborazione di Matteo Carbognani di Ciac Onlus e del professore Hisam Allawi, docente di lingua e letteratura araba, mediatore, scrittore e poeta. Proprio a loro due è stata affidata l’apertura della serata, con la lettura condivisa di una poesia di Hisam Allawi: pochi versi, densi e accorati, sul dolore dell’abbandono della propria madrepatria, che hanno subito proiettato il pubblico nella giusta dimensione emotiva dell’ascolto.
Sul piano stilistico, il film sceglie programmaticamente di fuggire dalla retorica degli slogan o dal frastuono dei cortei; rifiuta le interviste canoniche o la voce fuoricampo. Al contrario, adotta un registro osservativo, piano e rigoroso, fatto di inquadrature dalla simmetria impeccabile e da cromie calde e pastello che evocano, per contrasto estetico, il cinema di Wes Anderson. È proprio attraverso questa raffinata pulizia pittorica che emerge il dramma: fin dalle prime inquadrature, i lavori per la costruzione della diga sono avviati, le montagne vengono sventrate dalle esplosioni e il destino degli abitanti è segnato. Le famiglie di pastori della cittadina si trovano costrette a svendere il proprio bestiame, poiché nella città nuova non c'è spazio per la terra e per la tradizione.
Attraverso le vicende quotidiane del barbiere Burak, che resiste ostinatamente tenendo aperta la sua bottega mentre intorno tutto crolla, spolverando i mobili tra le macerie, e del pastore Rengin con la sua famiglia, lo spettatore assiste a uno sradicamento forzato. La lacerazione con la propria terra e le proprie tradizioni genera nella comunità un senso di totale impotenza e di tristezza. Un dolore che diventa ancora più evidente di fronte alle severissime regole e alle sanzioni imposte dal governo, svelando i risvolti più cinici del piano di ricollocamento dei cittadini: le attività del vecchio centro sono forzatamente chiuse; chi torna nei luoghi d’origine una volta trasferitosi alla città nuova, rischia la multa. Inoltre, i residenti non sposati perdono, per legge, il diritto a ricevere dallo Stato turco una nuova abitazione, frammentando così i nuclei familiari e spingendo molti giovani all’esodo forzato.
Nonostante il ricatto politico, che richiede sottomissione e obbedienza per poter sopravvivere nel nuovo sistema, l’ultima difesa degli abitanti rimane l’orgoglio familiare e l’unione comunitaria. I protagonisti cercano disperatamente di salvare la propria dignità e la propria memoria storica, rifiutando di farsi assimilare del tutto dal sistema statale. Le case della città nuova sono moderne, asettiche, uguali tra loro, disposte una in fila all’altra in modo quasi spettrale: senza storia, senza identità. Un anno dopo lo sfratto, con l’inaugurazione del bacino idrico, la famiglia di Rengin guarda da lontano il proprio quartiere e si accorge subito di una mancanza fondamentale: le radici del patrimonio storico e culturale della città, come il Minareto o il Castello, non ci sono più.
Ora, migliaia di anni di storia e stratificazioni di diverse civiltà giacciono sommerse dalle acque. La memoria collettiva e l’identità di quel patrimonio è stata inondata da un progetto titanico di 22 dighe nell’Anatolia sud-orientale che ha costretto oltre 350 mila persone all’esilio interno. Solo nel caso della diga di Ilisu, costruita tra il 2006 e il 2007 e completata nel 2018, circa 200 villaggi sono stati sommersi, costringendo oltre 80.000 persone ad abbandonare forzatamente la propria terra. Proprio lo sradicamento di questa moltitudine svela l’amara metafora nascosta nel titolo: non è la città ad essersene andata spontaneamente, ma è stata sfrattata e sradicata. Ciò che resta allo spettatore, alla fine della proiezione, è il senso di dignità residua di un popolo che ha visto affondare la propria storia millenaria sotto i colpi del progresso industriale.
Nel dibattito successivo alla proiezione, le voci di Hisam Allawi, rappresentante della comunità curdo-siriana, e di Matteo Carbognani hanno ricondotto il film alla drammatica urgenza della geopolitica contemporanea. «Spostare una comunità non significa semplicemente darle una casa più moderna», ha spiegato Hisam, «ma privarla deliberatamente della propria identità e appartenenza». La pulizia della polvere del barbiere diventa così il simbolo di una cura che si fa resistenza. Quella curda, come ha ricordato Matteo Carbognani, è la storia del popolo più grande al mondo senza Stato, una condizione di diaspora che Ciac Onlus intercetta quotidianamente sul territorio di Parma attraverso l’accoglienza informale dei richiedenti asilo fin dall’inizio degli anni ’90.
In un panorama globale in cui la cancellazione culturale stringe in una morsa paesi come l’Ucraina o la striscia di Gaza (evocata nel film da un drammatico radiogiornale nel negozio di Burak), l’Iran e il Kurdistan, il festival lancia una provocazione all’Occidente: imparare l’unione comunitaria e la resilienza da chi, pur privato della propria terra, custodisce la propria lingua, la propria dignità e la propria identità. Una suggestione suggellata in chiusura dalla lettura, in curdo e in italiano, di una poesia dello stesso Allawi, densa di speranza, a dimostrazione che la cultura, l’unione di una comunità e la memoria, a differenza delle pietre, non possono essere sommerse.
© Punto e Virgola
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