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In natura, i comportamenti omosessuali e le dinamiche di co-parenting sono stati documentati in oltre 1.500 specie animali. Si tratta di una cura genitoriale condivisa che garantisce la sopravvivenza della prole attraverso la cooperazione e l’accudimento, specialmente in ambienti complessi. Come evidenziato da molteplici ricerche etologiche condotte dalla National Wildlife Federation e da diversi centri accademici universitari, l’omosessualità nel mondo animale non è un’anomalia, ma una strategia adattativa ed evolutiva: dai cigni neri ai fenicotteri, dagli avvoltoi fino a ben 59 specie di primati, le coppie dello stesso sesso si rivelano cruciali per la tutela dei più piccoli. Ed è proprio da una di queste unioni, quella tra Roy e Silo, due pinguini maschi dello zoo di Central Park, che è nata la storia di Tango.
Alla fine degli anni 90 i guardiani dello zoo di New York notarono un comportamento di coppia tra due pinguini maschi: eseguivano rituali di accoppiamento tipici e avevano persino costruito un nido insieme. Poiché i due maschi non potevano fisiologicamente deporre un uovo, i custodi provarono ad affidargliene uno rifiutato da un’altra coppia. Roy e Silo lo covarono con successo, dando alla luce la piccola Tango. Questa vicenda divenne soggetto di un celebre albo illustrato per bambini E con Tango siamo in tre di Justin Richardson e Peter Parnell, disegnato da Henry Cole, che racconta con delicatezza il tema dell’accudimento condiviso da coppie omosessuali nel regno animale. Già dalle sue prime pubblicazioni in America nel 2005, il libro è finito spesso al centro di accese controversie e censure nelle biblioteche scolastiche americane perché ritenuto “antireligioso”, “anti-familiare” e “dannoso per bambini e ragazzi”. Anche quando arrivò in Italia, nel 2010, la storia suscitò non poche polemiche e contestazioni da parte di alcune associazioni familiari e reazionarie.
Se l’etologia cancella l’idea di un’ “anomalia biologica”, la risposta definitiva sulla crescita dei bambini da genitori dello stesso sesso arriva dalla scienza umana, che ha da tempo superato i pregiudizi ideologici. Decenni di studi condotti dalle principali istituzioni psicologiche e pediatriche mondiali, come l’American Psychological Association, confermano un dato oggettivo: il benessere emotivo, relazionale e cognitivo dei minori non dipende dal genere o dall’orientamento sessuale dei genitori. A fare la differenza sono la stabilità della rete affettiva, la qualità del clima familiare e la sicurezza economica.
L’evidenza scientifica, dunque, dimostra che la capacità di crescere un figlio è legata alla qualità della cura concreta e quotidiana. Eppure, davanti a questa chiarezza, l’ordinamento giuridico italiano si muove ancora con una profonda inerzia normativa. Nel nostro Paese le famiglie omogenitoriali sono una realtà diffusa e consolidata, ma genitori e figli sono costretti a muoversi all'interno di un labirinto burocratico, privi di una legge organica del Parlamento. Il paradosso principale risiede nella negazione della bigenitorialità automatica: per lo Stato, il genitore non biologico è un perfetto estraneo. Questo significa che se un bambino si ammala, egli non ha il diritto legale di firmare un consenso medico in ospedale; se la coppia si separa, il minore perde ogni tutela affettiva e materiale; se il genitore biologico muore, l’affidamento del figlio entra in un delicato iter giudiziario, dove il partner superstite non ha tutele immediate e il minore rischia di essergli sottratto.
Per colmare questo vuoto, le strade per le coppie omosessuali che desiderano avere figli rimangono due, entrambe tortuose. La prima è l’estero, poiché in Italia l’accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) è vietato alle coppie omosessuali e la Gestazione per Altri (GPA) è reato, molti progetti familiari nascono oltreconfine. Una volta tornati in Italia, però, il riconoscimento del bambino nell’atto di nascita si trasforma in una lotteria geografica che cambia da città in città, legata alle circolari ministeriali, alle decisioni dei singoli sindaci e alle battaglie nei tribunali.
La seconda strada è quella dell’adozione, ma alle coppie dello stesso sesso è precluso l'iter ordinario. L'unica via d'accesso è la cosiddetta stepchild adoption (l’adozione del figlio del partner in casi particolari): un procedimento giudiziario lungo, costoso e non automatico, che sottopone la famiglia a delle valutazioni approfondite da parte dei servizi sociali.
Un primo, storico passo avanti per districare le famiglie omogenitoriali da questo labirinto legislativo è arrivato dalla Corte costituzionale con la sentenza n.68 del 22 maggio 2025 emessa a seguito di un caso seguito dall’associazione Rete Lenford-Avvocatura per i diritti LGBTI. I giudici della Consulta hanno dichiarato incostituzionale il divieto di riconoscimento per la cosiddetta “madre intenzionale”, ovvero colei che ha prestato consenso alla pratica di fecondazione assieme alla madre biologica, stabilendo che i bambini nati in Italia da due donne, tramite PMA all’estero, hanno diritto di essere riconosciuti fin dalla nascita da entrambe le madri. La Consulta, dunque, ha stabilito che non è la sola biologia a fondare la genitorialità, bensì l’assunzione consapevole di un progetto di cura.
Questa è indubbiamente una vittoria fondamentale per i diritti civili dei minori che però ancora esclude larga parte delle famiglie arcobaleno esistenti, soprattutto quelle composte da due papà. Sul fronte della genitorialità paterna, infatti, il dibattito si fa radicalmente più complesso e stratificato, poiché si scontra con il divieto assoluto della Gestazione per Altri (GPA). Una barriera che si è trasformata in un vero e proprio sbarramento penale con la legge di fine 2024, che ha elevato la GPA a «reato universale». Questa norma criminalizza i genitori che vi ricorrono anche all’estero, esasperando lo scontro ideologico e lasciando i bambini in un limbo giuridico ancora più stringente.
Se sul piano legislativo il cammino è tortuoso, un’ulteriore sfida si gioca sul terreno culturale e quotidiano, dove il vuoto normativo si traduce spesso in stereotipi, pregiudizi, sguardi diffidenti. È qui che emerge il ruolo cruciale di una corresponsabilità educativa tra scuola e famiglie. Da un lato, le scuole dovrebbero assumersi il compito di applicare le linee guida internazionali dell'OMS e dell'UNESCO sull’educazione all’affettività e alla sessualità, non per imporre visioni ideologiche, ma per educare al rispetto e prevenire il bullismo, trasformando le aule in spazi d’inclusione. Dall’altro, questa rivoluzione culturale non può prescindere da una maggiore consapevolezza da parte degli adulti, in particolare delle famiglie eterosessuali. Riconoscere l’esistenza e la dignità delle famiglie omogenitoriali significa superare la logica della “tolleranza” e abbracciare quella della realtà: i bambini frequentano le stesse scuole, gli stessi parchi, crescono insieme. Solo riducendo il divario tra l'astrazione del pregiudizio e la concretezza della quotidianità, tanto sul piano legislativo quanto tra i banchi di scuola e nelle conversazioni tra genitori, si potrà formare una comunità di cittadini capaci di comprendere che la tutela di un minore nasce sempre dall’assunzione consapevole di un progetto di cura. Perché l'amore, e la responsabilità che ne deriva, non hanno un genere prestabilito.
Sitografia:
https://www.famigliearcobaleno.org/lineeguida/
https://www.apa.org/about/policy/resolution-sexual-orientation-parents-children.pdf
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2025/68
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