Nel panorama cinematografico contemporaneo, il paesaggio ha smesso di essere una scenografia passiva per trasformarsi in uno spazio liminale: una zona fisica che riflette le fratture interne dei protagonisti. Analizzando tre opere come Aftersun (2022) di Charlotte Wells, Paternal Leave (2025) di Alissa Jung e La Chimera (2023) di Alice Rohrwacher, emerge chiaramente come l'elemento naturale agisca da catalizzatore per l'incomunicabilità, il lutto e la ricerca dell'altrove. Sebbene diverse per stile e approccio, queste pellicole condividono una visione della natura che non è mai benevola, ma onesta nella sua imperturbabilità.
L’acqua come abisso e memoria: Aftersun
In Aftersun, l’esordio magistrale di Charlotte Wells, la natura è dominata dall'elemento acquatico. Ambientato in un resort turco durante un’estate che sembra non finire mai, il film vive nel contrasto tra la solarità delle giornate e i turbamenti interiori di Calum (Paul Mescal), un padre trentenne che tenta di nascondere la propria depressione alla figlia undicenne Sophie (Francesca Corio).
Qui, l’acqua è una soglia tra il visibile e il sommerso. Durante il giorno, è la piscina del resort, luogo di svago ripreso dalla telecamera MiniDV di Sophie; di notte, diventa il mare scuro dove Calum si immerge in una sorta di rito purificatorio. La natura turca, con il suo sole accecante e i suoi orizzonti infiniti, sottolinea la solitudine di un uomo che "non si aspetta di arrivare ai 40 anni". Il film ci lascia con una domanda che scava dentro: il padre è riuscito a superare quei momenti bui o si è lasciato andare?. La natura resta l'unico testimone muto di quell'ultima vacanza, trasformando il mare in un archivio liquido di ricordi che Sophie, ormai adulta e coetanea del padre di allora, cerca disperatamente di decifrare attraverso i pixel sgranati del passato.
La riviera d’inverno e il freddo dell'anima: Paternal Leave
Spostandoci sulla Riviera Romagnola di Paternal Leave, la regia di Alissa Jung sceglie una natura fredda e malinconica per raccontare l’incontro tra la quindicenne Leo (Juli Grabenhenrich) e il padre biologico Paolo (Luca Marinelli). Non c'è niente di più triste di una località balneare d'inverno, e Jung sfrutta questa desolazione per riflettere l'incapacità di Paolo di essere padre.
Paolo è un uomo debole, un fuggiasco che insegna surf per non dover affrontare la terraferma e le sue responsabilità. La natura costiera, con le sue mareggiate che distruggono i tetti dei bar e il vento che colpisce il volto di Leo, diventa la metafora del non detto che la ragazzina porta dentro. Il film gioca sui silenzi e sulle inquadrature ampie di spiagge deserte, dove il freddo del clima si fonde con il gelo emotivo di un padre che chiama la propria figlia uno sbaglio. Qui la natura non offre conforto; è uno spazio di verità cruda dove, tra una corsa nella pineta e un confronto durissimo in macchina, Leo capisce che certi legami non si aggiustano con un viaggio, ma restano ferite aperte come solchi sulla sabbia.
La terra come soglia mistica: La Chimera
Con La Chimera, Alice Rohrwacher ci sposta nell'entroterra della Tuscia degli anni Ottanta, dove la natura si fa ancestrale. Qui la terra non è paesaggio, ma uno strato di tempo da violare. Arthur (Josh O'Connor) è un giovane inglese con un dono fantastico: percepisce il vuoto sotto di sé, l'assenza lasciata dalle tombe etrusche. Sebbene il film possa risultare dilatato o spiazzante per l'uso dei diversi formati (dal 16mm al 35mm), esso ha il merito di mostrare la terra come una soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Mentre i tombaroli ringhiano come cani che inseguono l'osso mossi dall'avidità, Arthur scava per trovare la sua Chimera: il ricongiungimento con l'amata Beniamina. La natura etrusca è una natura che mangia il tempo e le persone. La terra che si richiude su Arthur nel finale non è una prigione, ma il completamento di un ciclo. La Rohrwacher ci suggerisce che la bellezza dell'arte e della natura è troppo grande per gli occhi umani e che il nostro tentativo di possederla è l'ultimo atto di una hybris destinata a fallire.
In queste tre pellicole, la natura ha un compito preciso: ridimensionare l'ego umano. Che sia il mare di Aftersun che sembra inghiottire Calum, la costa romagnola che accoglie le grida di Leo in Paternal Leave, o la terra della Tuscia che reclama Arthur ne La Chimera, l'ambiente naturale rimane l'unico testimone onesto della nostra fragilità.
Questi registi ci ricordano che il paesaggio non è un oggetto da possedere, ma un'entità sovrana che ci attraversa. La natura, silente e imperturbabile, continua a fiorire o a nascondere segreti millenari, ricordandoci che siamo solo materia organica transitoria. Proprio in questa vastità, però, il cinema trova la sua missione più alta: non quella di dare risposte, ma di mostrarci il filo rosso che ci lega a ciò che abbiamo perduto e a ciò che, nonostante tutto, continuiamo a cercare.
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