
L'unico partito capace di infastidire Putin: ora è fuorilegge
Il ''partito democratico unificato russo'', più semplicemente Jabloko, che letteralmente significa mela, nacque nel 1993 come una delle tante sigle che sorsero nella neonata Federazione russa in quegli anni. Di ispirazione socio-liberale, almeno a detta dei suoi aderenti, in verità la formazione non è immediatamente identificabile, sopratutto se si vogliono a tutti costi inseguire le categorie della politica classica, ovvero le nostre. In questo caso, però, è utile citare Giuseppe Boffa (Laterza, 1995) che divide essenzialmente in tre filoni il variegato e vasto panorama politico russo venuto alla ribalta dopo la brusca fine della perestrojka di Gorbačëv, quello ‘’marxista-leninista’’, quello ‘’liberale-democratico’’ e, infine, il ‘’nazionalista-religioso’’. Jabloko si è sempre identificato nel secondo filone, da cui conseguì un forte occidentalismo, temperato soltanto da una radicale opposizione all’allargamento della NATO e, più in generale, ad ogni tipo di imperialismo. Quello russo compreso: la campagna elettorale di Jabloko in vista delle elezioni per il rinnovo delle Duma di Stato, previste per il 20 Settembre di quest’anno, ruotava tutta attorno alla promessa di un forte impegno verso una rapida fine delle ostilità in Ucraina. Proprio per questo, una serie di partiti perfettamente integrati nel regime di Putin, li ha accusati di estremismo: sfavorevoli alla guerra, si collocherebbero così al di fuori di un ideale arco costituzionale nel quale è ammesso solo chi, come ciò che resta del partito comunista russo, ammette la possibilità di continuare le ostilità ad oltranza, in nome di un non meglio precisato primato della ragion di stato sugli ideali.
Ovviamente, il ricorso tentato dagli esponenti di Jabloko, che in questo modo hanno tentato, in extremis, di rimettere piede in una Duma dalla quale mancano ormai da cinque anni, è stato rigettato (17 agosto). L’amara constatazione, comunque, è che si sia quasi più stupiti dal fatto che a Jabloko era inizialmente stato permesso di partecipare, più che dalla finale esclusione. La cosa però, in verità, non dovrebbe stupire più di tanto: lo storico leader del partito, Grigorij Javlisnkij, è conosciuto principalmente come ideatore del così detto ‘’piano dei 500 giorni’’, ovvero il programma di selvagge privatizzazioni col quale ci si proponeva di far compiere alla Federazione una sorta di grande balzo in avanti in direzione del capitalismo, verso occidente insomma. Il che, coi tempi che sono corsi in Russia dagli anni della prima presidenza El’cin ad oggi, non è francamente un ottimo biglietto da visita. I risultati elettorali di Jabloko, difatti, hanno seguito la parabola calante della giovane e precaria democrazia russa: se alle elezioni del 1993 si era aggiudicato più di quattro milioni di voti, ovvero quasi l’otto per cento del corpo elettorale, già alle successive elezioni il partito aveva perso un punto percentuale; da quel momento ci sarà una costante perdita di consensi, moderata ma inesorabile. Fino al disastro del 2007: il partito scivola all’uno e mezzo per cento. Per una sorta di ‘’diritto di tribuna’’, al partito fu comunque assegnato un deputato fino, appunto, al 2021.
Così, mentre la ‘’Russia Unita’’ di Putin diventava sempre più il perno del nuovo regime politico, imprescindibile centro di gravità per chiunque avesse speranza anche solo di continuare a fare politica, Jabloko, già debilitato, subiva una scissione: la sua componente più a ‘’destra’’, guidata da Aleksej Naval’nyj, dopo varie vicissitudini politiche, costituiva infine un nuovo partito. Jabloko si ritrovava quindi senza più elettori, e senza nemmeno i dirigenti e gli iscritti, che in massa erano passati con Naval’nyj.
La politica russa, e l’opinione pubblica per prima, avevano subito un radicale mutamento da quei primi anni 90’ che avevano visto la nascita e il consolidamento di Jabloko: il mondo intero era cambiato, nel frattempo, e la Federazione anche. I russi non erano più così filoccidentali, né più così convinti di poter trovare nel liberalismo, in qualunque modo sia inteso, una panacea per i loro annosi problemi. È essenzialmente per queste ragioni che Putin non ha mai davvero ritenuto necessario accanirsi più di tanto su Jabloko: li considerava superati, ormai incapaci di farsi interpreti dei tempi che mutavano. ‘’Lo scontro tra tendenze occidentalizzanti e russofile è una costante della storia russa’’, come ha scritto il solito Boffa, e in quel momento pareva che fossero le seconde quelle destinate a prevalere. Pareva, appunto, fino al protrarsi, a data da destinarsi, di quella ‘’operazione speciale’’ che avrebbe finito col trascinare la Federazione, e in primo luogo i russi, in una guerra fuori dal tempo. O almeno così appare, soprattutto ai giovani delle grandi città della Russia europea, che infatti, negli ultimi anni, stanno sempre più riscoprendo e rivalutando il passato recente, ‘’democratico’’, per quanto caotico e instabile potesse essere. Alla rivalutazione di quell’epoca è seguita, in breve, la rivalutazione dei suoi protagonisti, e Jabloko ha ricominciato, per lo meno dalle rivelazioni che si hanno e dai numerosi commenti di analisti russi e no, a risalire la china.
Lo si valutava, fino alla definitiva esclusione, capace di far convergere sul suo simbolo, la mela appunto, circa il quindici per cento dei voti. Evidentemente, sarebbe stato troppo per un partito che non si è mai integrato nel sistema di potere putiniano. Quindi, il ricorso, fatto non certo da ‘’Russia Unita’’, ma da ‘’Rodina’’, una neonata formazione di estrema destra che, evidentemente, si è prestata volentieri al gioco. Jabloko, dunque, non si presenterà alle elezioni del 2026, ma la sua esclusione, lungi dal rappresentare per il partito una sconfitta, è il primo segnale, dopo quasi un decennio di quiescenza, che esiste di nuovo un’opposizione popolare a Putin. E quest’ultima, a differenza del simbolo di un partito, non può venire cancellata con un decreto. Per un ritratto imparziale, però, occorre anche mettere a nudo tutte le criticità di un partito di intellettuali, fuoriusciti e studenti delle grandi città, capacissimo di criticare Putin ma assai meno efficace nel formulare proposte e, soprattutto, una visione della Russia, da contrapporre a quella di Russia Unita. Jabloko, attualmente, non pare all’altezza delle sfide che lo attendono. Comunque rappresenta la memoria di un passato prossimo, sotto molti punti di vista fallimentare, ma che comunque aveva saputo garantire un certo grado di libertà ai russi.
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