L’altro ‘68.

Nell’eterogeneo pulviscolo di sigle più o meno creative sorte a sinistra del PCI tra il 1968 e il 1977, il Partito Comunista (Marxista-Leninista) Italiano rappresentò senz’altro un unicum. E non solo per il fatto di presentare, nel nome stesso del partito, una precisazione tra parentesi (a presagire l’incoercibile litigiosità dei membri, disponibili alle più cavillose polemiche) ma anche e soprattutto per una vena ‘’cristiana’’ che l’attraversa, quasi si percepissero, i suoi membri, come apostoli di una nuova fede. Se si aggiunge che il fondatore e principale leader della formazione, Aldo Brandirali, terminerà la sua lunga parabola politica tra le fila di Forza Italia, passando per Comunione-Liberazione di Formigoni, si capisce già come il grottesco fosse di casa dalle parti di ‘’Servire il Popolo’’. Perché, di fatto, con quel nome si presentò alle elezioni politiche. A partire dalla sua fondazione, avvenuta nel 1972 (ma ovviamente il nucleo dei fondatori derivava a sua volta da una precedente formazione), il movimento di Brandirali corse per le politiche di quell’anno riscuotendo un ben magro consenso, stimato in circa ottantamila voti. Resterà quella l’unica vera e propria partecipazione del movimento alle elezioni, anche per la semplice ragione che già nel 1975, in seguito a feroci polemiche interne, lo stesso Brandirali ne venne espulso.
Una breve, grottesca, parabola, insomma, quella di ‘’Servire il popolo’’, ma anche un buon campione per sondare ciò che, al di là delle facili mistificazioni, si ridusse a essere il ‘68. Chi pensa, legittimamente, che ottantamila intervistati siano pochi per farsi un’idea di ciò che chi prese parte al movimento studentesco pensava deve però considerare come quegli ottantamila voti di ‘’Servire il popolo’’ fossero concentrati esclusivamente nei gruppi eterogenei di studenti e giovani che militavano nel partito. Tra questi: Marco Bellocchio, Fulvio Abbate, Antonio Pennacchi, Antonio Polito, Barbara Pollastrini e Michele Santoro. E dunque, per quanto breve e grottesca, una parabola comunque degna di venire ripercorsa.
La premessa, necessaria, è una: in ‘’Servire il popolo’’ il culto della personalità del fondatore e lìder maximo Brandirali faceva impallidire quello tributato a Stalin. I militanti erano soliti aggirarsi alle manifestazioni studentesche, in quegli anni onnipresenti, inneggiando contemporaneamente a ‘’Stalin! Mao! Bran-di-rali!’’. Allo stesso tempo, come abbiamo visto, una presenza, seppur sottotraccia, di influenze che lo storico Aldo Giannuli ha definito ‘’clericali’’ e che, forse, basterebbe indicare come vagamente religiose. Si giunse dunque al curioso paradosso del rito, così ricorrente nella vita quotidiana di questa minuscola realtà. Veri e propri ‘’matrimoni comunisti’’, infatti, vennero celebrati dagli aderenti a ‘’Servire il popolo’’ e, con una grafomania che si potrebbe definire sovietica, ne vennero addirittura tenuti dei verbali. L’officiante, che generalmente era il più anziano membro locale della formazione, non in chiesa ma in una casa privata, così si rivolgeva ai novelli sposini: ‘’Compagno X, vuoi tu servire il popolo al fianco della compagna Y?’’. Il tutto avveniva tra due fila serrate di bandiere rosse approntate dalla giovanile del ‘’partito’’, e fra pochi intimi, essendo malvisto lo sposarsi con persone che non aderivano al gruppo. Al concludersi della funzione, l’officiante rivolgeva agli sposi questo invito: ’’andate e generate una sana razza comunista’’.
Ma l’edificazione morale degli adepti, a dire il vero, andava ben oltre la sfera rituale e, per così dire, tendeva ad abbracciarne l’intera esistenza. Infatti, così come allo sposalizio seguiva un banchetto nuziale assai sobrio, i membri del gruppo, in virtù dei rigidi comandamenti del loro leader carismatico, rinunciavano, o quasi, alla proprietà privata, percepita come impulso ‘’piccolo-borghese’’. A tal punto che, fra i tanti beni considerati da ‘’Servire il popolo’’ voluttuari, e dunque proibiti, vi erano: phon per capelli, giradischi e braccialetti. Tutti questi oggetti personali avrebbero dovuto essere venduti per finanziare le attività del partito (e il suo segretario, lo stesso Brandirali). Ma la precettistica non si fermava certo agli aspetti materiali. Esisteva, ad esempio, tutta una rigidissima morale sessuale. Il compagno o la compagna di ‘’Servire il popolo’’, insomma, al pari degli indios al tempo della penetrazione spagnola e portoghese nell’America oggi ‘’latina’’, si ritrovavano impigliati in tutta una serie di regolamenti che, per il loro bene, si capisce, gli ‘’anziani’’ del gruppo avevano codificato. Proibiti, ovviamente, i rapporti omosessuali, di qualunque genere. Sconsigliata, poi, sebbene non completamente proibita, la masturbazione. Ma lo zenit del ridicolo si tocca con la precettistica che riguarda, nel concreto, l’amplesso. In fondo, la posizione del ‘’missionario’’ prende il nome da quegli zelanti uomini di Chiesa che si erano messi in testa di insegnare ai nativi americani davvero tutto ciò che gli sarebbe potuto tornare utile. Allo stesso modo, Bran-di-rali e gli ‘’anziani’’ ammonivano: l’orgasmo doveva essere simultaneo e, se fosse andata altrimenti, si sarebbe trattato di un chiaro problema ideologico presente nella coppia. La soluzione? Parlarne alla riunione del gruppo, ovviamente. E, esattamente come dai missionari, erano condannate tutte quelle modalità che impedivano alla coppia di compagni il contatto visivo durante l’amplesso. Guardarsi negli occhi, infatti, era sintomo di grande comunanza ideologica. Il sesso orale, invece, veniva permesso, ma solo nelle fasi preliminari, come stimolo reciproco. Altre vie non erano consentite o, come dicevano i missionari, ci si doveva limitare al vaso naturalis.
Tutto ciò finché una sera, a Firenze, in una delle (poche) sedi di ‘’Servire il popolo’’, ad una ricorrente ‘’riunione di cellula’’, una compagna non prese la parola. ‘’Compagni’’, disse smaniosa la compagna, ‘’debbo assolutamente confessarvi una cosa, poiché a me sembra di ingannare il proletariato’’. Silenzio assoluto, così che la compagna potesse continuare la sua confessione. ‘’Il mio compagno’’, continua lei, ‘’pretende di farlo solo a posteriori’’. Il silenzio, in poco tempo, divenne mormorio, e il mormorio si fece presto processo. La messa in stato di accusa del compagno, reo di avere così manifestato uno spirito piccolo-borgese (sic), si protrasse per ore con interrogatori-fiume e puntigliose messe a verbale delle sue dichiarazioni. A un certo punto, qualche compagno di sesso maschile intervenne per minimizzare e sdrammatizzare. «Saranno problemi loro», «è una questione privata», e via dicendo. Fu a quel punto che maturarono i presupposti della scissione.
L’accusa di piccolo-borghese non tardò infatti a fioccare sui compagni che avevano preso le difese del compagno messo in stato di accusa, e finirono tutti sotto processo. A mano a mano, poi, che la discussione procedeva, e che il gruppo degli imputati si rinfoltiva, aumentava anche il numero di coloro che ne prendevano le difese, passando così, quasi automaticamente, da giudici a imputati.
Il piuttosto nutrito gruppo degli scissionisti, dunque, darà poi vita a un collettivo, «Jackson», che a sua volta, confluendo nei N.A.P. (Nuclei Armati Proletari), sarà una delle prime formazioni terroristiche di estrema sinistra, assieme alle B.R.
«Le vie del terrorismo sono infinite», commenta il solito Giannuli, e si potrebbe aggiungere, col rischio di risultare volgare, che qualcuna di esse ha previsto che si passasse dal retro.
Ad ogni modo, Giannuli riassume, con una certa acrimonia bisogna dire, l’esperienza di «Servire il popolo» con la rara qualità, riconosciuta al movimento, di aver saputo unire «futile e spregevole», senza dimenticare comunque l’onnipresente «grottesco».
Ma se quella scissione fu, come si suol dire, l’eccezione che conferma la regola, come si svolgeva una normale riunione «di cellula» del gruppo? Presto detto: esistono i verbali.
Di solito, l’intera riunione consisteva in una specie di predica tenuta dal capo locale, o da un anziano, quanto da un membro di spiccate qualità oratorie. E il repertorio delle parabole, allo stesso modo, era assai monotono. Una, in particolare, quantomai strappalacrime: siamo in una famiglia calabrese, il padre è disoccupato, non c’è niente da mangiare, i bambini piangono. E allora il padre che fa? Sale sulla tavola, porge le forchette ai bambini e dice: mangiate. I bambini, però, commossi, gli chiedono allora di scendere dalla tavola.
Come per tutte le grandi storie, poi, anche questa ha un seguito: è gennaio, freddo e gelo sulla Sila, il padre, ancora disoccupato, decide di partire per la Germania. I bambini scongiurano: “papà, non andare!”. Ma egli parte comunque e lì, testuale, “lo sfruttavano come un bue”. Infine, l’omelia, ovvero il commento, che il predicatore di turno posponeva ad ogni racconto.
In questo caso, si partiva dal “fremito” che il racconto della storia aveva saputo accendere nell’uditorio. Un “fremito” che li avrebbe fatti lottare “fino all’ultima ora”. Un “fremito”, ancora, che avrebbe fatto esclamare ai bambini, al loro passaggio: “Mamma, come suono buoni i comunisti di Mao!”. Un grande fremito, insomma, il quale puntualmente percorreva i membri del gruppo.
Michele Boldrin, che nonostante non lo ammetta volentieri, viene da esperienze, se non simili, quantomeno vicine cronologicamente a quella di “Servire il popolo”, ama storpiarne il nome in “Servire il pollo”. E in quei momenti riaffiora in lui il giovane militante di “Potere operaio” che è stato, un giovane che, come tutti i membri del suo gruppo, era in fiera e costante polemica con le posizioni di Brandirali, fino a ridicolizzarle apertamente.
Il ’68 è riuscito, innegabilmente, nel miracolo di ridurre teste potenzialmente pensanti a formiche disorientate in cerca di uno Scopo con la esse maiuscola. Oggi, più realisticamente, ci si accontenta della minuscola.
© Punto e Virgola
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