Ieri sono stato al mio terzo appuntamento con l'assistente sociale che mi segue. Lo possiamo anche tranquillamente definire un primo incontro dato che i primi due, ahimè, non sono andati a buon fine.
Mi era stato consigliato di affidarmi a lui per trovare lavoro più facilmente. Purtroppo con mia scarsa fortuna l'aiuto dato non era quello immaginato.
Spieghiamoci! Saper fare un curriculum e affrontare un colloquio, beh, direi che sono già in grado da me. Io stupidamente credevo che loro avessero contatti con, che ne so, aziende o associazioni che ti aiutano nel reinserimento, invece il loro unico apporto è di tipo morale. Considerate il fatto che questo signore è del tutto impreparato su ciò che il mercato del lavoro offre oggi.
Qui bisogna essere onesti: l’efficacia degli assistenti sociali in Italia è variabile, e dipende da fattori strutturali, non dalla professionalità individuale.
Molti servizi comunali hanno pochi assistenti sociali per migliaia di utenti. Questo riduce la possibilità di interventi profondi e personalizzati. Questo si traduce nel fatto che il mio caso è uno dei tanti casi di persona con necessità lavorativa. Difatti, dopo di me, c'era subito un altro ragazzo e, sbirciando nell'agenda dell'assistente, notai quante pagine erano già piene nel momento di decidere il prossimo incontro.
Come detto prima, pensavo stupidamente che il supporto da loro offerto fosse molto più concreto. In realtà il loro compito è valutare, orientare, accompagnare, non fornire soluzioni materiali dirette.
Questo significa niente paratina di culo, solo incontri trascorsi a guardare e vagliare le offerte di lavoro.
Gli assistenti sociali italiani sono professionisti competenti, con un mandato chiaro e una formazione solida. La loro efficacia non dipende da loro, ma dal sistema in cui operano.
Quando il sistema funziona, sono efficaci. Quando il sistema è povero, non possono esserlo, anche se sono bravissimi.
Io personalmente l'ho vissuto e lo vedo come un servizio scarso che andrebbe sul serio finanziato e rivoluzionato perché in fondo il compito di questi operatori è quello di rimettere in riga le persone che si sono perse e tutto ciò come possiamo permetterlo senza fondi, donazioni, aiuti o collaborazioni?
Secondo il Quaderno della Ricerca Sociale n. 62 del Ministero del Lavoro, il 41,5% degli assistenti sociali italiani ha partecipato alla rilevazione BASIS, evidenziando che la maggior parte opera con carichi di lavoro insostenibili, spesso gestendo centinaia di casi contemporaneamente, con punte che superano i mille utenti per servizio nelle aree più critiche del Paese.
Campania, Calabria e Sicilia sono indicate come le aree con più precarietà, meno personale stabile, ritardi nel raggiungimento dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) e carenze strutturali che non vengono compensate nemmeno dagli aumenti recenti di personale.
La stessa ricerca mostra che solo il 33,3% degli assistenti sociali ha avuto accesso a una forma di supervisione professionale negli ultimi due anni, nonostante la supervisione sia considerata una leva fondamentale per la qualità del servizio e per la prevenzione del burnout.
Questo si traduce in "dobbiamo aiutare chi per lavoro aiuta gli altri!". Altrimenti che senso ha tenere in piedi una macchina che non funziona come dovrebbe?
Ora, io sono stato stronzo con l'assistente sociale con cui ho parlato sarà la mia eterna goduria nel mettere in difficoltà le persone però ammetto che sono stato pesante. Il fatto è che con tutti questi dati a sfavore e, con una mia piccola esperienza negativa con loro, la fiducia che questi incontri possano giovarmi la vedo molto lontana.
Certo io la vedo in prospettiva e un lato buono c'è: ovvero, posso osservare da vicino cosa fa e come si comporta una persona che lavora in un ambito molto simile a quello a cui aspiro. C'è sempre da imparare.
Tornando a parlare di dati, per capire meglio perché i nostri numeri sono così pessimi, andremo ad analizzare anche ciò che succede fuori dal bel paese.
Negli Stati Uniti, secondo il National Association of Social Workers, un assistente sociale gestisce in media caseload da 50 a 100 utenti, mentre in Italia i numeri possono essere dieci volte superiori. Questo dato evidenzia una sproporzione strutturale che incide direttamente sulla qualità del servizio.
Nel Regno Unito, il Department for Education ha stabilito che un assistente sociale non dovrebbe superare i 15 casi complessi contemporaneamente. In Italia, secondo i dati BASIS, molti operatori superano i 100 casi, con picchi ancora più alti nei servizi comunali.
La Commissione Europea, nei report sul welfare comunitario, indica che i Paesi con servizi sociali efficaci investono almeno il 2% del PIL in politiche sociali territoriali. L’Italia si ferma a circa lo 0,7%, con conseguenze dirette sulla capacità degli assistenti sociali di intervenire in modo concreto.
Come sempre noi siamo indietro di molto rispetto alle media di moltissimi altri paesi e qui mi viene quasi da bestemmiare perché so che tassando le persone giuste quel 2% del PIL si potrebbe raggiungere e superare tranquillamente.
Se consideriamo che nel quinquennio 2021–2025 le banche italiane hanno cumulato 176,5 miliardi di utili, con un tax rate medio del 19,9%, basta un aumento di pochi punti percentuali per generare decine di miliardi di euro aggiuntivi. Non parliamo di utopie: parliamo di numeri. Un incremento del tax rate dal 20% al 30% sugli utili bancari degli ultimi cinque anni avrebbe prodotto circa 17 miliardi di euro in più, una cifra sufficiente a coprire quasi metà del fabbisogno necessario per portare la spesa sociale italiana al 2% del PIL, come raccomandato dalla Commissione Europea. Non servono miracoli: serve volontà politica.
Se vogliamo che gli assistenti sociali siano davvero efficaci, dobbiamo smettere di considerarli una stampella morale e iniziare a trattarli come professionisti che necessitano di fondi, strutture, supervisione e personale. Senza questo, il sistema continuerà a fallire e a scendere sempre più in basso nelle splendide classifiche europee o mondiali!!
E allora, ripensandoci, forse quel terzo incontro, che in realtà è stato il primo vero, non è stato inutile come credevo. Forse non è stato l’incontro che mi ha cambiato la vita, ma è stato quello che mi ha fatto capire con precisione chirurgica che cosa non funziona e, soprattutto, che cosa dovrà funzionare in me per diventare ciò che voglio diventare.
Perché mentre lui sfogliava quell’agenda piena di nomi, mentre cercava offerte di lavoro che conoscevo già, mentre mi parlava con quella buona volontà che non basta mai, io ho visto qualcosa che non avevo mai guardato così da vicino: la fragilità del sistema. La fatica di chi prova ad aiutare senza avere gli strumenti. La solitudine professionale di chi deve sostenere gli altri mentre nessuno sostiene lui. Ho visto un uomo che non aveva risposte, ma che nel suo piccolo stava comunque provando a esserci. E questo, nel modo più storto possibile, mi ha aiutato.
Mi ha fatto capire che non voglio diventare uno che “cerca offerte di lavoro”. Voglio diventare uno che capisce le persone, che sa leggere le crepe, che sa dove intervenire, che sa come costruire un percorso vero. Mi ha fatto capire che il mio futuro non è nella ricerca di un impiego, ma nella costruzione di un ruolo. Mi ha fatto capire che la mia rabbia non è contro di lui, ma contro un sistema che lo ha lasciato solo. E se ieri sono stato duro, oggi riconosco che quella durezza era solo la mia impazienza di diventare ciò che ancora non sono.
In fondo, quell’incontro è stato un piccolo specchio: mi ha mostrato cosa succede quando si lavora senza risorse, senza formazione continua, senza supervisione, senza una rete. Mi ha mostrato cosa succede quando si prova ad aiutare senza essere aiutati. E mi ha fatto capire che io non voglio essere così. Io voglio essere l’opposto: voglio essere preparato, voglio essere competente, voglio essere efficace. Voglio essere uno che non si limita ad accompagnare, ma che incide.
E allora sì, nel suo piccolo mi ha aiutato. Non come pensavo, non come speravo, non come mi era stato promesso. Mi ha aiutato mostrandomi il limite, e il limite è sempre il primo mattone della crescita. Mi ha aiutato facendomi capire che il mio percorso non sarà facile, che dovrò studiare, osservare, imparare, e soprattutto che dovrò diventare molto più di ciò che ho visto seduto davanti a me.
Forse è questo il punto: non tutti gli incontri servono a salvarci. Alcuni servono a farci vedere chi non vogliamo diventare. E da lì, iniziare finalmente a costruire chi saremo.
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