La poesia, la filosofia e la psicologia non sono cose un po' da snob? Mi spiego. I grandi pensatori, filosofi o psicologi, nelle epoche più moderne, sono, dall'alba dei tempi, persone facoltose o quanto meno di ceto sociale alto. Quindi è giusto pensare che ciò che studiamo e leggiamo di antico non rispecchi fino in fondo la realtà perché prima di arrivare alle epoche moderne solo i ricchi studiavano? È corretto pensare che l'istruzione moderna sia fatta in modo tale da creare persone con lo stesso livello di conoscenza senza mai dare loro la possibilità di elevarsi? Queste due domande mi assillano da due giorni, quindi partiamo da me.
Non ho mai amato studiare, però l'ho fatto. Un po' da giovane, un po' da grandicello, ho annusato il profumo di un libro nuovo quando lo sfogli. Una delle mie materie preferite, oltre alla letteratura, era la storia. Mi impressionava quanto poco conoscessimo il passato, quanto grandiosi fossero stati certi personaggi e come monumenti o movimenti scuotessero l'intera popolazione. Osservando la storia, però, presto notai una cosa che molto spesso ai più sfugge, ovvero che la storia che conosciamo in gran parte è la storia di chi ha vinto le guerre, di chi poteva studiare, di chi comandava. Più andiamo indietro nel tempo, meno sappiamo cosa pensassero i poveri, gli schiavi, le persone comuni che lavoravano la terra. I grandi pensatori che oggi studiamo spesso erano persone di famiglia facoltosa e avevano i mezzi per studiare, imparare a scrivere e, soprattutto, condividere in modo che altri seguissero la loro parola. Se partiamo da questo presupposto, ci accorgiamo quasi subito che la storia che conosciamo non è la verità: è solo la parte nobile di essa che è rimasta perché tramandata e narrata da chi poteva permettersi di scriverla.
Di quei tempi non conosciamo il pensiero femminile. In quei tempi poteva, per ipotesi, esistere un campagnolo abilissimo con le parole, ma senza saper scrivere non ha lasciato traccia di sé e dei suoi pensieri.
Noi conosciamo le gesta dei grandi condottieri romani, egizi, asiatici, ma non sappiamo cosa provasse un soldato semplice in prima linea. Magari "m'illumino d'immenso" si scopre una semplice frasetta in confronto alle lettere che appunto un soldato mandava alla moglie rimasta in patria.
La verità è che la maggior parte dell’umanità non ha mai avuto la possibilità di lasciare traccia di sé. Gli storici lo chiamano bias della sopravvivenza: ciò che leggiamo è ciò che è sopravvissuto, non ciò che è accaduto. E ciò che sopravvive, quasi sempre, è ciò che è stato scritto da chi aveva tempo, mezzi, alfabetizzazione e potere.
Le persone comuni dell’antichità non hanno lasciato libri, trattati, diari, lettere. Non perché non avessero pensieri profondi, ma perché non avevano gli strumenti per trasformarli in memoria. La loro filosofia è evaporata nel vento dei campi, nelle botteghe, nelle case di fango. La loro psicologia è rimasta chiusa nelle loro teste. La loro poesia è morta con loro.
Le uniche testimonianze del pensiero delle classi popolari antiche sono minuscole, sparse, quasi accidentali. Le troviamo nei graffiti di Pompei, dove un anonimo scrive: “Vale, paries, te saluto”, un saluto al muro, forse l’unico modo che aveva per essere ricordato. Le troviamo nei papiri ossirinchiti, dove compaiono lamentele di contadini egiziani contro funzionari corrotti. Le troviamo nelle tavolette cuneiformi mesopotamiche, dove un apprendista scriba si lamenta del maestro: “Mi picchia troppo forte.” Le troviamo nelle lettere dei legionari romani, rarissime come detto prima, dove un soldato chiede alla moglie: “Mandami calzari, qui fa freddo.”
Sono frammenti. Schegge. Non una filosofia, non una psicologia, non una letteratura. Solo la prova che anche i poveri pensavano, sentivano, soffrivano, amavano. Ma nessuno ha raccolto la loro voce.
La storia non è solo la storia dei vincitori: è la storia degli alfabetizzati. E per millenni l’alfabetizzazione è stata un privilegio. Nell’antica Grecia solo il 10–15% della popolazione sapeva leggere. Nell’antica Roma, secondo gli studi di William Harris, la percentuale oscillava tra il 5% e il 20%. Nel Medioevo europeo, l’alfabetizzazione era spesso sotto il 5%. Le donne, quasi ovunque, erano escluse.
Questo significa che il 95% dell’umanità non ha mai avuto la possibilità di lasciare un pensiero scritto. E noi oggi studiamo il 5% come se fosse il 100%.
Platone era aristocratico. Aristotele era protetto da una corte. Seneca era immensamente ricco, proprietario di latifondi e prestiti imperiali. Marco Aurelio era imperatore. Confucio era funzionario. Cartesio era nobile. Kant era figlio di un artigiano, sì, ma studiò grazie a un sistema scolastico d’élite. Freud lavorava con la borghesia viennese. Jung era figlio di un pastore istruito.
Non è un caso che la filosofia antica sia piena di discussioni su virtù, politica, etica, anima, logica, metafisica. Nessuno di loro parla di fame, di debiti, di turni massacranti, di schiavitù, di lavoro nei campi. Non perché non esistessero, ma perché non erano il loro mondo.
Questo ci porta alla seconda domanda. Se conosciamo solo una parte della storia diciamo la parte vincente di essa allora studiare oggi tutti insieme allegramente la stessa cosa non ha il pericolo di trasformarsi in un appiattimento delle menti più che un voler dare a tutti un'istruzione di base?
A scuola viene insegnato un programma che spesso non sceglie il professore, ma viene imposto dall'alto da molto alto.
Ricordo quando la professoressa di lettere mi regalò il diario dell'imperatore Adriano. Il signorino aveva un pupillo suo prediletto e con lui spesso le effusioni amorevoli sfociavano in qualcosa di ben diverso che però in classe non viene toccato. Perché evitare certi argomenti? Perché non viene insegnato di più lo spirito critico verso tutte le cose, anche la verità che, come abbiamo visto, è parziale, molto parziale e di parte.
Abbiamo parlato dell'antichità ma anche nelle epoche moderne la situazione è rimasta pressoché identica.
Quando arriviamo alla psicologia moderna, ci accorgiamo che il copione non è cambiato molto. Anche qui la voce delle persone comuni è rimasta fuori dalla porta. Freud costruì l’intera teoria dell’inconscio analizzando la borghesia viennese, gente che aveva il tempo di sdraiarsi su un lettino e parlare per ore dei propri sogni. Jung elaborò archetipi e simboli universali partendo da un campione che universale non era: uomini e donne istruiti, appartenenti a famiglie stabili, con un retroterra culturale solido. Adler fu uno dei pochi a occuparsi delle classi popolari, ma venne messo ai margini perché il suo interesse per i problemi reali della gente non era considerato abbastanza “scientifico”.
La psicologia del Novecento, quella che oggi studiamo nei manuali, è stata costruita quasi interamente su un campione che gli studiosi chiamano WEIRD: Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic. In altre parole: occidentali, istruiti, industrializzati, ricchi, democratici. Il 70% degli esperimenti psicologici del secolo scorso è stato condotto su studenti universitari americani, un gruppo che rappresenta meno del 1% della popolazione mondiale. Eppure, da quei dati abbiamo tratto conclusioni “universali” sulla memoria, sull’apprendimento, sulla percezione, sulle emozioni. È come se avessimo studiato un dito e avessimo deciso che rappresenta l’intero corpo.
Persino la psicologia sociale, che dovrebbe occuparsi dei comportamenti collettivi, ha ignorato per decenni le classi popolari. Gli studi sui pregiudizi, sulla conformità, sull’obbedienza, sulla dissonanza cognitiva sono stati condotti in laboratori sterilizzati, lontani dalle fabbriche, dai campi, dalle periferie. Stanley Milgram testò l’obbedienza all’autorità su impiegati e studenti, non su persone che vivevano davvero sotto autorità oppressive. Solomon Asch studiò il conformismo in gruppi di ragazzi istruiti, non in comunità dove il conformismo era questione di sopravvivenza. La psicologia ha analizzato il mondo da una finestra, non dalla strada.
E allora ci accorgiamo che la psicologia che studiamo non è la psicologia dell’umanità: è la psicologia di chi aveva tempo per essere analizzato. È la psicologia di chi poteva permettersi di parlare, di chi aveva una stanza tranquilla, di chi non doveva correre per arrivare a fine mese. È una scienza che pretende di descrivere tutti, ma che ha ascoltato pochissimi.
Quindi ha ancora senso prenderla seriamente? O dovremmo un po' abbassarci e capire che la storia la scrivono i grandi ma viene mossa dalle masse. Dovremmo imparare ad aspettare gli ultimi della fila perché in un mondo che si proclama democratico tutti dovrebbero avere un proprio spazio per esprimersi poi, che quell'espressione sia una stronzata poco importa, conosciamo i banchetti fatti fino al vomito dei greci possiamo permetterci una fesseria di un povero anche se sono dell'idea che il povero ne abbia poche di fesserie da dire.
Forse il vero problema non è che la cultura sia stata scritta dai ricchi, ma che noi continuiamo a chiamarla “verità”. La storia, la filosofia, la psicologia: tutto ciò che studiamo è solo la voce di chi ha avuto il privilegio di parlare. Il resto è silenzio. E finché non avremo il coraggio di ascoltare quel silenzio, continueremo a vivere in un mondo raccontato da pochi e vissuto da molti. È ora di smettere di venerare ciò che è stato scritto e cominciare a dare spazio a ciò che non ha mai avuto la possibilità di esserlo.
© Punto e Virgola
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